"IL
BELLO 'IMPLICITO' NELLA FILOSOFIA SPINOZIANA"
di
Vito
G. Ingrosso
Singolare destino quello del pensiero
spinoziano l’essere apprezzato come fonte di ispirazione poetica circa
un secolo dopo la scomparsa del suo fondatore!
Si dovrà infatti attendere almeno
il 1785, anno in cui F. Jacobi pubblica La dottrina di Spinoza.Lettere
al Signor Moses Mendelssohn, perché le feroci polemiche tra gli
ammiratori e i detrattori di Spinoza accennino a placarsi ponendo con ciò
le basi per una serena disamina e riabilitazione di una teoria che era
stata per lungo tempo teatro di scontro. E’ infatti da tale periodo che
la filosofia di Spinoza è vissuta quale materia di ispirazione poetica
da parte di spiriti illustri come Goethe, Heine, Herder, e, in tempi più
recenti, da Leon De Winter con il suo romanzo Una fame senza fine 1.
Se Spinoza non affronta in forme programmatiche
il problema estetico, non dedicando ad esso un suo scritto specifico, è
pur vero che egli accenna in alcuni luoghi ad una personale
concezione del bello in coerenza con le linee portanti della sua filosofia
ed è altamente probabile che le traversìe esistenziali e
le urgenze che il suo progetto affrontava in un momento profondamente travagliato
delle vicende europee, olandesi in particolare, non gli consentirono più
attenta e specifica attenzione nell’investigare la problematica estetica.
Se gli accenni alla questione estetica,
si presentano in forma sparsa negli scritti spinoziani, ciò non
sembra attribuibile ad una sorta di indifferenza verso il problema - come
peraltro risulta dalla biografia di J. M. Lucas - 2,
quanto alla subordinazione che l’estetica mostra verso il polo dialettico
logica-ontologia entro cui Spinoza tenta di stringere lo scibile.
I suoi scritti sembrano presentare
gradi diversi di approccio al problema estetico riferibili a tre momenti
specifici dell’evoluzione del suo pensiero.
Vi si può distinguere una prima
fase caratterizzata dall’influsso di Hobbes, una seconda - con ogni
probabilità anche la più complessa - in cui Spinoza pensa
il primo genere di conoscenza in forme più problematiche parallelamente
alle difficoltà che il sistema incontra nel suo percorso; ed infine
una terza in cui l’autore descrive e focalizza il terzo genere di conoscenza
con argomentazioni di matrice idealistica.
Nell’Appendice della prima parte dell’Etica,
la descrizione del processo che porta alla formulazione del giudizio estetico
sembra avere stretta correlazione con il pensiero hobbesiano: “Ex gr.,
si motus, quem nervi ab objectis, per oculos repraesentatis, accipiunt,
valetudini conducat, objecta, a quibus causatur, pulchra dicuntur, quae
autem contrarium motum cient, deformia. (…) Quae omnia satis ostendunt,
unumquemque pro dispositione cerebri de rebus judicasse, vel potius imaginationis
affectiones pro rebus accepisse”. 3
Sostanzialmente simile anche l’argomento
della XXXII epistola (Voorburg, 20 Novembre 1665) in cui, rivolgendosi
ad Enrico Oldenburg, Spinoza si esprime così:” Conabor igitur
rationem ostendere (…) me Naturae non tribuere pulchritudinem, deformitatem,
ordinem, neque confusionem. Nam res non, nisi respective, ad nostram imaginationem,
possunt dici pulchrae aut deformes, ordinatae aut confusae” 4.
Bellezza, dunque, quale prodotto dell’immaginazione,
ossia del primo e più acerbo grado del conoscere nell’ordine gnoseologico
stabilito da Spinoza.
Il passo tratto dall’Etica presenta,
tuttavia, aspetti contestuali diversi rispetto a quelli tratti dall’epistola:
nel primo caso Spinoza riassume e precisa quanto ha già dimostrato
circa la natura divina, nel secondo risponde a questioni di ordine gnoseologico
postegli nella precedente lettera dall’Oldenburg.
Se pertanto, nella prima citazione
è chiaramente individuabile il richiamo al meccanicismo hobbesiano,
nella seconda il riferimento non compare in forma esplicita, ma già
metabolizzato e quasi superato. Qui la questione gnoseologica è
affrontata in termini progettuali: “(…) quod autem ad Mentem humanam attinet,
eam etiam partem Naturae esse censeo; nempe quia statuo, dari etiam in
Natura potentiam infinitam cogitandi, quae, quatenus infinita, in se continet
totam Naturam objective, et cujus cogitationes procedunt eodem modo
ac Natura, ejus nimirum ideatum.
Deinde Mentem humanam hanc eandem potentia
statuo, non quatenus infinitam, et totam Naturam percipientem, sed finitam,
nempe quatenus tantum humanum Corpus percipit, et hac ratione Mentem humanam
partem cujusdam infiniti intellectus statuo” 5.
Immaginazione, conoscenza inadeguata,
ma pur sempre conoscenza: la novità dell’argomentazione spinoziana
risiede nell’aver individuato una capacità-attività del soggetto
di attribuire al mondo il segno della bellezza; tutto ciò appartiene
già alla modernità: non il bello cercato fuori dalla mente,
ma nella processualità della ricerca, e, successivamente, ad un
grado superiore, nell’esercizio dianoetico.
(Tematica, questa, che induce
un immediato quanto rapido accenno alle considerazioni kantiane della
Critica del Giudizio, in quanto il delinearsi di una certa relazione tra
le due posizioni meriterebbe uno spazio specificamente dedicato.
Spinoza attribuisce la possibilità
di formulazione del giudizio estetico ad un processo immaginativo, fondato
su idee inadeguate, Kant individua le basi della sua estetica in un giudizio
che riflette su una natura già data e costituita nelle forme categoriali
dell’Analitica, svincolando il bello da vincoli strettamente categoriali
solo in un secondo momento) 6.
La questione sembra dunque presentarsi
sotto duplice aspetto: per un verso la capacità immaginativa è
attività progettante, per un altro tocca i suoi nell’inadeguatezza
dei contenuti su cui lavora.
Che in questa fase il giudizio estetico
non risulti prodotto da chiarezza e distinzione di provenienza cartesiana
non può indurre una sua facile svalutazione, al contrario, obbliga
ad un tentativo di approfondire più adeguatamente la questione.
L’epistola XXXII (20 Novembre 1665)
da cui i brani sopra riportati sono tratti, appartiene al periodo di Voorburg
, senz’altro uno dei più intensi della produzione di Spinoza, e
testimonia una fase ormai matura e avanzata della sua riflessione
e, simultaneamente, di limiti e di questioni destinate a rimanere aperte
a causa della prematura scomparsa dell’autore.
Non a caso A. Negri individua nel 1664
un anno di crisi per il progetto spinoziano:
“(…) Una tensione particolarmente acuta
sembra infatti essersi impadronita del sistema – ma in maniera selvaggia,
poiché questa tensione non si placa nella prospettiva di un equilibrio
intrasistematico 7.
“(…) sostanza e modo non si confrontano
come realtà e irrealtà, come intelletto e immaginazione.
Non si collocano in una derivazione emanatistica. Costituiscono piuttosto
una polarità (…)” 8.
E’ un momento della ricerca in cui
Spinoza abbandona l’emanatismo della sua prima formazione sefardita,
ma senza aver ancora definito su quale immanentismo si regga il suo sistema.
Non può sfuggire, a tale tensione
dialettica che coinvolge tutto l’impianto, neppure il ‘senso’ delle cose
con il loro manifestarsi ordinate o confuse, belle o brutte; è una
polarità che replica inevitabilmente se stessa anche nel processo
estetico, è l’anomalia che si riproduce selvaggiamente e che induce
Spinoza ad intendere la Sostanza ora come forza, ora come sostrato, denominatore
comune dei Modi.
Nel primo caso il rapporto tra la Sostanza
ed il Modo-soggetto si presenta in forma dinamica, operante e, perciò,
in grado di stabilire continuità logica e fenomenica; nel secondo
la Sostanza è intesa come ordine a priori costituito e pertanto
sovradeterminato in rapporto al Modo-soggetto.
E infatti la successiva proposizione
XXXVII (pars II) sembra confermare da canto suo tale tensione: ”Id, quod
omnibus comune, quodque aeque in parte ac in toto est, nullius rei singularis
essentiam constituit” 9; si ripresenta in tale luogo il
secondo aspetto della questione: in questo momento Spinoza intende la Sostanza
secondo canoni classici attribuendo ad essa sembianze ontologiche della
riflessione scolastica: qui la Sostanza è trascendenza.
Una produttiva conflittualità
interna percorre dunque l’Ethica a dispetto del suo apparente carattere
di compiutezza, e delle forme euclidee in cui si costituisce: polarità
dialettiche che non troveranno soluzione per l’immatura scomparsa dell’autore
e su cui si sofferma la lettura di A. Negri fino alla scoperta di uno Spinoza
‘sovversivo’ in un nesso di continuità con l’umanesimo di Feuerbach
e di Marx.
Ultimo, e più elevato grado
di approccio al problema appartiene alle pagine conclusive del capolavoro
spinoziano ove l’autore accenna alla bellezza senza tuttavia nominarla.
Nei luoghi precedentemente esplorati
Spinoza non mostra propensione per un uso anagogico della bellezza ( in
special modo dell’Appendice della I Parte dell’Ethica), non affida al senso
estetico un ruolo di particolare rilievo nell’emancipazione dalle passioni;
il bello è ancora dominio della conoscenza di primo genere, appartiene
alla doxa.
Non più così nella quinta
parte ove le proposizioni, specialmente quelle delle ultime pagine, assumono,
se pur indirettamente, valore esortativo nella forma latina sobria ed elegante
appresa alla scuola del ‘libertino’ Van den Enden.
Non si tratta di esortazioni, quanto
all’aspetto sintattico, ma dei consueti enunciati spinoziani in armonia
con l’impianto generale; eppure il richiamo alla bellezza - quella della
vita dianoetica - risulta ancor più efficace perché indiretto,
suggerito, affidato all’intelligenza del lettore.
Spinoza non parla del bello, lo indica.
E’ il momento in cui la scelta immanentistica
sembra ormai consolidata sotto il profilo squisitamente logico, e tuttavia
la tensione della ‘via all’in su’ è pienamente avvertibile nel messaggio
di liberazione, entro l’orizzonte umano-divino mostrato da Spinoza, la
cui componente estetica opera come sostrato.
L’indagine sul bello, che si realizza
in momenti fugaci nelle prime due parti dell’Ethica - ed in alcune epistole
– e che limita tale esperienza all’ambito dell’opinabile, nella quinta
parte si fa invece vera e propria attività contemplativa, con chiari
riferimenti di matrice neoplatonica.
Platonico è il carattere meditativo
dell’amore: “Amor Dei intellectualis, qui ex tertio cognitionis generis
oritur, est aeternus ” 10.
Platonico il segno distintivo della
vita virtuosa: “ Beatitudo non est virtutis praemium, sed ipsa virtus;
nec eadem gaudemus quia libidines coercemus, sed contra, quia eadem gaudemus,
ideo libidines coercere possumus”.
11
Pare dunque di poter affermare che il
concetto di estetica resti latente sotto un progetto le cui strutture portanti
dovevano essere edificate in via prioritaria, ragione che autorizza a pensare
il bello spinoziano in forma implicita per due motivi.
Il primo di questi consiste nella subordinazione
dell’estetica alla trama logico-euclidea cui Spinoza affida la ‘tenuta’
dell’impianto teoretico; il secondo attiene all’aspetto evolutivo della
filosofia spinoziana: l’indagine sul bello resta sottintesa, temporaneamente
sospesa, per cause contingenti,
politiche, puntualmente individuate
dall’analisi di A. Negri.
E’ così che, pur non attribuendo
eccessiva importanza alla sensibilità estetica nella fase iniziale
del suo progetto, in quelle successive Spinoza introduce tacitamente il
concetto di bellezza utilizzando questo come strumento anagogico in direzione
dell’Amor Dei intellectualis.
In tale ottica appaiono più
chiari i motivi per i quali la sensibilità poetica ha recepito,
forse con maggior acutezza di quella filosofica, la dimensione estetica
entro cui Spinoza articola alcune sue argomentazioni che risulteranno decisive
per gli esiti del suo pensiero.
L’influenza esercitata da Spinoza,
nel senso sopra descritto, è chiaramente avvertibile ancora ai nostri
giorni in Felix Hoffmann, protagonista del romanzo di Leon
De Winter Una fame senza fine, il quale si riscatta da un’esistenza triste,
quanto priva di significato, lasciandosi condurre dal Tractatus de intellectus
emendatione, imprimendo alla sua vita una svolta nel segno dell’autocoscienza
ed approdando ad una dimensione di ‘laica santità’ :“(Felix)Riassunse
mentalmente il pensiero del filosofo: Spinoza era alla ricerca della felicità.
Ma la via che indicava non portava in cielo o a Bhagwan, ma all’intelletto.(…)
Con la mente purificata si poteva indagare la Natura. Studiando la
Natura se ne potevano comprendere i fenomeni nei loro princìpi essenziali
e in quella comprensione aleggiava il respiro di Dio “. 12
NOTE:
1. Non è casuale
che anche Erminio Troilo, introducendo la propria edizione dell’Ethica
nel 1914, si esprimesse in termini di entusiastica approvazione:” L’Ethica
di Benedetto Spinoza appartiene al novero delle cose straordinarie e sublimi;
di quelle la cui bellezza né si esaurisce né mai stanca,
perché partecipano dell’essenza stessa della bellezza(…) Sì
che ben si comprende come di Spinoza e della sua filosofia abbia potuto
parlare degnamente, meglio che uno storico e un critico, un poeta, il quale
ha avuto intiera la visione di quella bellezza e di quella grandezza”
B. Spinoza, Etica, intr. di E. Troilo, Melita, Genova, pp. 16-17.
2. “Egli aveva una
qualità in tanto più apprezzabile in quanto raramente si
trova in un filosofo, ossia d’essere estremamente elegante: non usciva
mai di casa senza indossare i suoi abiti, ciò che distingue ordinariamente
un uomo garbato da un pedante. “Non è, diceva, l’aria sciatta e
trascurata che ci rende sapienti. Al contrario, aggiungeva, la negligenza
affettata è segno di un animo basso, dove non vi è saggezza
e dove le scienze non possono generare che impurità e corruzione”
J.M. Lucas, La vita del Signor Benedetto Spinosa, in J.M. Lucas, J. Colerus,
Le vite di Spinosa, Quodlibet, Macerata, 1994, p.41.
3. B. de Spinoza, Ethica
ordine geometrico demonstrata, in B. de Spinosa, Opera quotquot reperta
sunt; recognoverunt J. Van Vloten et J.P.N. Land, Tomus I,
Hagae Comitum apud Martinum Nijhoff, MCMXIV, p. 71
La prossimità concettuale delle
due posizioni pare attestata dal seguente passo tratto dagli Elementi di
filosofia di T: Hobbes:”(…) il piacere e il dispiacere, sebbene non si
dicano sensazioni, differiscono da esse tuttavia solo in questo, che la
sensazione è di un oggetto, in quanto esterno, per la reazione o
resistenza che si verifica da parte di un organo e, dunque, consiste in
un conato dell’organo verso l’esterno, mentre il piacere consiste in una
passione che ha luogo in forza dell’azione dell’oggetto ed è un
conato verso l’interno”; T. Hobbes, Elementi di filosofia, a cura di Antimo
Negri, in Classici della filosofia, collana diretta da N. Abbagnano, U.T.E.T.,
Torino, 1972, pp. 592-3.
4. Ibidem, Epistolae,
Tomus III, p. 120.
5. Ibidem, p. 122.
6. Se in Kant il bello
è “ciò che universalmente piace senza concetto”, poiché
il gusto non è tale da essere descrivibile in
via definitiva, si potrebbe assumere in ipotesi che nella filosofia di
Spinoza “il bello è ciò che universalmente piace senza oggetto”,
essendo il giudizio di gusto declinato non sulla cosa ma sul processo immaginativo,
come risulta anche dalla proposizione XXXVI dell’Ethica , op. cit.,(pars
II), p. 102: “ Ideae inadequatae et confusae eadem necessitate consequuntur,
ac adequatae, sive clarae ac distinctae ideae”
7. A. Negri, Spinoza.
L’anomalia selvaggia. Spinoza sovversivo. Democrazia ed eternità
in Spinoza. Derive Approdi, Roma, 1998, p. 117
8. Ibidem, p. 118
9. B. de Spinoza, Ethica,
(pars II), Op., cit., p. 102
10. B. de Spinoza,
Ethica, (Pars V), op. cit., p.265. Pare quasi un rievocazione della dimensione
teoretica del Simposio, in cui Platone rammemora le parole di Parmenide
“(...)Pròtiston mèn 'Erota Teòn metìsato
pànton”: “(…)Primo
fra tutti gli dei meditò Amore”;Platone, Simposio. Rizzoli, Milano,
1995. p. 109
11. B. de Spinoza,
Ethica, (Pars V), op. cit., p.272
12. L. De Winter,
Una fame senza fine, Marcos y Marcos, Milano, 1997, p. 223