CONTRIBUTI DEL SEMINARIO DI PADOVA
Intendo
qui soffermarmi su una dinamica che fa parte della fenomenologia dell’amore
descritta da Spinoza nella terza parte dell’Etica. Questa dinamica è
la dinamica della similarità, per come è descritta per esempio
in E3p16: “Per il solo fatto di immaginare che una certa cosa abbia qualcosa
di simile a un oggetto che suole modificare la mente mediante letizia o
tristezza, benché ciò, in cui la cosa è simile all’oggetto,
non sia causa efficiente di questi affetti, tuttavia la ameremo o la odieremo”
(trad. Giametta).
Occorre
sottolineare, a mio avviso, tre elementi. Il primo elemento è che
Spinoza non determina ulteriormente, in questa proposizione, il concetto
di “avere qualcosa di simile”, il concetto di similarità. Mi pare
opportuno richiamare una situazione analoga, ma profondamente distinta:
allorché Spinoza ci dice, nelle prime proposizioni della prima parte,
come due sostanze possano essere distinte, lo fa solo sotto la condizione
della loro distinguibilità, e ne conclude che due sostanze possono
distinguersi solo per attributo. Qualora due sostanze si distinguessero,
non ci sarebbe altro modo perché si distinguessero: ma Spinoza può
dire questo perché ha previamente isolato la dimensione dell’attributo
come ragione non solo necessaria ma anche sufficiente della distinzione
delle sostanze. Viceversa, la somiglianza tra due cose non sembra godere
di una fondazione analoga, perché di per sé una somiglianza
è una qualsiasi somiglianza.
Ciò
mi sembra confermato dal fatto (secondo elemento) che ciò che accomuna,
in E3p16, la cosa amata od odiata occasionalmente alla cosa “che suole
modificare la mente mediante letizia o tristezza” non è causa efficiente
della qui descritta modificazione della mia mente mediante letizia o tristezza,
bensì è una causa accidentale, una causa parziale o inadeguata.
Supponiamo dunque che io ami una donna francese, e successivamente immagini
(cioè mi rappresenti come presente) una poesia di Rimbaud. L’essere
francese di questa poesia non sarà, stante l’ipotesi, causa efficiente
dell’amore che essa mi muove. Ma, parimenti, dovrò dire che (terzo
elemento) anche l’essere francese della donna stessa che io amo è
causa solo accidentale del mio amore per lei. Il predicato che accomuna
le due cose, a quel che mi sembra, deve agire come causa estrinseca nell’un
caso non meno che nell’altro, perché, dal punto di vista di Spinoza,
un predicato come “essere francese” sembrerebbe non poter appartenere che
all’ordine degli incontri fortuiti, delle determinazioni estrinseche. Né
attraverso la donna che amo né attraverso il Bateau ivre, insomma,
io mi trovo nella condizione di amare altrimenti che accidentalmente la
Francia; viceversa, amo la donna che amo, la quale (per accidente) è
francese, e amo la poesia di Rimbaud per un dato parimenti accidentale
(con tutta la problematicità che un tale aggettivo implica in un
discorso su Spinoza).
Ma
se è così, come può esserci una ragion sufficiente
della similarità che ha innescato l’intero processo proiettivo?
E’ ben necessario che vi sia similarità; ma quando essa può
dirsi sufficiente, se non può fondarsi su una previa condizione
di similarità o su un’inerenza essenziale?
Mi
pare che si possa far qui una menzione a Leibniz. Poiché la definizione
di individuo, in Leibniz, contiene tutti i predicati che si dicono con
verità di quell’individuo, ecco che può avere un senso, leibnizianamente,
amare “dietro” una donna anche la sua terra, il suo mondo, dal momento
che essi costituiscono la sua essenza. Ma ciò, spinozianamente,
mi sembra che non possa essere sostenuto. E’ vero che Spinoza afferma (E3p46)
che “se qualcuno da un altro appartenente a una classe o nazione diversa
dalla sua è stato affetto mediante letizia o tristezza, accompagnata
dall’idea – come causa – di lui, sotto il nome generale della classe o
nazione, egli amerà o odierà non solamente quello, ma tutti
quanti della stessa classe o nazione”. Ma il punto è che la classe
o la nazione del qualcuno che ha modificato la mia mente mediante gioia
o tristezza restano estrinseche alla ragione per cui costui ha così
modificato la mia mente.
Vorrei
concludere con il passo di un autore contemporaneo, morto alcuni anni fa,
che si è interessato con grande acume sia a Spinoza che a Leibniz.
Il passo in questione è più leibniziano che spinoziano, e
intende riassumere gli interrogativi che ho qui posto. “C’è una
contraddizione nell’amore. Non possiamo interpretare i segni di un essere
amato senza sboccare in mondi che non hanno aspettato noi per formarsi,
che si formarono con altre persone, e nei quali siamo dapprima solo un
oggetto tra gli altri. L’amato ci dà segni di preferenza; ma poiché
quei segni sono i medesimi che esprimono mondi di cui non facciamo parte,
ogni preferenza di cui profittiamo traccia l’immagine del mondo possibile
dove altri sarebbero o sono preferiti” (Gilles Deleuze, Marcel Proust e
i segni (1964), tr. it. Einaudi 1967, p. 9).
Il
mio intervento si propone di collocare brevemente la tematica dell'amore
sia nella tradizione della ricerca filosofica precedente a Spinoza, sia
nel dibattico filosofico contemporaneo: in tale prospettiva vengono individuate
cinque possibili concezioni unificanti ( attraverso un percorso che collega
Platone, Lucrezio, Epicuro, Agostino, Bruno) nel pensiero precedente a
Spinoza, e cinque visioni dell'amore nel pensiero contemporaneo ( Freud,
Barthes, Sartre, Scheler, Weil).
Queste
differenti concezioni vengono quindi messe a confronto e unificate nei
loro presupposti di fondo, individuando cinque visioni: amore come
1.pulsione;
2.
ambiguità;
3.
simpatia;
4.
ricerca;
5.
unità.
Si
procede allora a verificare, mediante riferimenti precisi alle opere di
Spinoza, l'effettiva esistenza nel pensiero spinoziano di questi cinque
differenti visioni dell'amore, cui ovviamente Spinoza attribuisce valori
differenti.
Al
di là della diversa importanza che Spinoza riconosce a tali visioni,
il mio contribuito intende soprattutto accertare la presenza reale di questi
differenti spunti interpretativi nell'opera di Spinoza: la sua riflessione
si rivela così davvero paradigmatica, sia per la capacità
spinoziana di portare a svolgimento le riflessioni del pensiero antico
e medievale, sia per la sensibilità con cui riesce a preannunciare
le tematiche del discorso contemporaneo sull'amore.
Dell'amore, o del suo paradosso.a
1.
Sappiamo per certo, dalle molteplici testimonianze epistolari, che verso
quella torre inespugnabile, altrimenti nota con il nome di Etica, il suo
Autore ebbe a usare, vita natural durante o comunque nel corso della sua
elaborazione, discrezione e riguardo, tenendola ben riparata da sguardi
indiscreti - per tali egli intendendo quelli di coloro che non fossero
stati previsti da lui come suoi lettori. Come vedere questa impasse, ammesso
che tale sia ? Come vedere attraverso di essa ?
Curiosa
riserva verso un edificio talmente inattaccabile e inespugnabile ! Non
bastava già forse quella costruzione affatto geometrica (potendo
essa far pensare agevolmente a un cristallo tutto luminescente), a riparare
sé medesima dagli sguardi indiscreti ? Perché mai, tale essendo
siffatto edificio, adoperare discrezione e riguardo supplementari ? E infine,
come circoscrivere tali attitudini riservate, altrimenti che come soggettive
? (intendendo per tali, e in senso spinoziano, quelle di una mente affatto
«impotente», non tale cioè da «intendere chiaramente
e distintamente» le idee da cui è affetta).
E
però, quando l'Autore diffida i suoi pochi e fidati lettori (quelli
insomma viventi) dal farne parola in giro, e li esorta a dissimulare la
pienezza di quella costruzione, come non avvertire in questa cautela qualcosa
che tocca direttamente proprio la fattura di tale costruzione ? Non sarà
forse perché la sua completezza e compiutezza non abbisognano di
alcunché di supplementare, ch'egli domanda, appunto, di non farne
parola e, semmai, di dissimularne la fattura ? Non sarà forse che
proprio quella completezza e compiutezza saranno indipendenti da una operazione
persuasiva ? E se quella costruzione si mostrasse invece dipendente da
siffatta operazione, discorsiva e consensuale, essa sì tutta e soltanto
soggettiva, non avrebbe essa a risentirne ? E un tale «risentimento»
non verrebbe forse a inscriversi fin dentro quella costruzione, mostrandone
di fatto la sua incompiutezza e incompletezza ? E tale operazione, inevitabilmente
esplicativa ovvero interpretativa, non verrebbe a togliere luminescenza
alla perfezione di quell'edificio ?
2. Nessuna parola soggettiva (parola da interprete, certo) saprebbe aggiungere e integrare il mostrarsi di un itinerario della singolarità («Quanto più intendiamo le cose singole, tanto più intendiamo Dio»; V, Prop.24). I cui posizionamenti sono reperibili, nell'Etica, tanto lungo l'asse orizzontale della «passione» (e delle pratiche che ne marcano e interpellano l'emergenza, ivi compresa quelle dell'«affetto», tanto più poi quando la sua idea resti ancora oscura e confusa), quanto lungo quello verticale dell'«azione», e dunque tanto dell'«indigenza» e dell'«assoggettamento», quanto della «libertà».
Chi ha il corpo atto a moltissime cose, ha una mente la cui maggior parte è eterna. (V, Prop.39)E nello Scolio della medesima Proposizione Spinoza affermerà:
[...] chi, come bambino o ragazzo, ha un corpo atto a pochissime cose, e massimamente dipendente dalle cause esterne, ha una mente la quale, in sé sola considerata, non è quasi per nulla conscia né di sé, né di Dio, né delle cose; e al contrario, chi ha un corpo atto a moltissime cose, ha una mente che, in sé sola considerata, è assai conscia di sé, di Dio e delle cose. In questa vita quindi innanzitutto ci sforziamo affinché il corpo dell'infanzia si muti in un altro [...], che sia atto a moltissime cose, e che sia riferito a una mente che sia moltissimo consapevole di sé, di Dio e delle cose; e in modo tale che ciò che si riferisce alla sua memoria o immaginazione sia, rispetto all'intelletto, di ben poca importanza. (quel che qui viene riferito alla consapevolezza «di sé, di Dio e delle cose», in V, Prop.15 sarà riferito all'amore: «Chi intende in modo chiaro e distinto sé e i propri affetti, tanto più amerà Dio quanto più intende sé e i propri affetti»).Non ogni corpo, dunque, sarà «atto a moltissime cose», ma solo il corpo di quella mente che è fatta «in modo tale che ciò che si riferisce alla sua memoria o immaginazione sia, rispetto all'intelletto, di ben poca importanza», e questo corpo, inoltre, apparirà come «mutato» rispetto a quello «dell'infanzia». Quando un corpo abbia una mente siffatta, allora sarà «atto a moltissime cose», e la sua mente «sarà per la maggior parte eterna». Una mente «per la maggior parte eterna», dunque, sarà anche quella per cui «ciò che si riferisce alla sua memoria e immaginazione sia, rispetto all'intelletto, di ben poca importanza». A questa mente, infine, corrisponderà un corpo «atto a moltissime cose» (altrove, V, Dim., Prop.9, Spinoza dirà chiaramente che anche una mente può essere atta a moltissime cose, nella fattispecie «contemplare simultaneamente più oggetti», e che anzi, tanto meno un affetto sarà nocivo, quanto più esso impedirà alla mente di trattenersi e fissarsi su «un solo o un minor numero di oggetti», favorendole appunto quella contemplazione simultanea di più oggetti; e si abbia pure presente «La mente umana è atta a percepire moltissime cose, e tanto più è atta, quanto più numerose saranno le maniere in cui il suo corpo può essere disposto»; II, Prop.14).
3.
Come raccordare fra loro queste diverse e discordanti attitutidini
o atteggiamenti del «corporeo» e del «mentale»
? Come evitare al monismo della Sostanza di farsi inquinare o contaminare
da questa radicale diversità e discordanza fra due dei suoi «attributi»
? Non c'è qui il rischio che proprio una radicalizzazione della
diversità o discordanza di tali attributi venga a dissolvere la
proclamata unicità della sostanza ?
Pur
avendo ben presenti, sia pure sullo sfondo di queste osservazioni, tali
questioni, non pare sensato rispondere ad esse su un piano general-generico,
tale cioè da da scalzare o accantonare quell'intrico di nessi che,
pure, una rilettura della Proposizione 39 ebbe a consegnarci. Pur avendo
dunque ben presente la gravosità cui tali questioni fanno cenno,
si tratterà di riprendere il filo intricato di quei nessi che vennero
a consegnarci la relazione fra il piano di una corporeità soggettiva,
dispersa e come frantumata dalle sue tante occupazioni, e quello di una
mentalità che si fa singolare proprio grazie a quella dispersione
e frantumazione - il tutto avendo per sfondo il fatto che la mente di questo
corpo è «per la maggior parte eterna».
Sembra
allora proprio che l'unico modo per dare forma o configurazione a quella
relazione fra una corporeità soggettiva, ma inconsapevole, e una
mentalità singolare, e però consapevole «di sé,
di Dio e delle cose», sia quello di pensare tale relazione nei termini
di una dissociazione («Né il corpo può determinare
la mente a pensare, né la mente potrà determinare il corpo
al moto o alla quiete, o a nessun'altra cosa (se altro v'è)»;
II, Prop.2).
Se
infatti un corpo è preso o affetto da «moltissime cose»,
ciò vorrà dire allora, in primo luogo, che nessuna di esse
assurgerà per lui a polarità privilegiata, e in secondo luogo
che quanto più si dilaterà la sfera d'influenza del corporeo,
tanto più il teatro di questa sfera d'influenza affettiva sarà
privo di misure o di regole tali da circoscriverne in maniera predeterminata
la portata: questo corpo tanto più sarà potente quanto più
sarà assoggettato alla sua stessa sfera d'influenza (alla moltitudine
degli «affetti» che tutto lo disperdono e lo frantumano), e
da cui non troverà ragione di districarsi. Viceversa, la mente (la
mente di questo corpo) osserverà il teatro del corporeo con regola
e con misura - li intenderà chiaramente e distintemente), e con
ciò sarà affatto svincolata dal prendersi cura delle cure
e gli affanni del corporeo, avendo proprio per questo una «maggiore
potenza sugli affetti, ossia ne patisce meno». (V, Prop.6)
Al
non-sapere del corpo (un non-sapere «di sé, di Dio e delle
cose»), quale oblìo e pure trascuratezza financo della propria
conservazione, corrisponderà un sapere della mente (un sapere «di
sé, di Dio e delle cose»), che avrà invece a cuore
la propria conservazione. A una tale dissociazione Spinoza darà
il nome di «fermezza d'animo» e di «generosità»:
Anche se non sapessimo che la nostra mente è eterna, riterremmo tuttavia come le cose più importanti la pietà, la religione e assolutamente tutto ciò che nella quarta parte abbiamo dimostrato che si riferisce alla fermezza d'animo e alla generosità. (V, Prop.41)E nello Scolio della medesima Proposizione egli affermerà:
La comune persuasione del volgo sembra essere diversa. Sembra, infatti, che i più, in tanto credono di essere liberi, in quanto è loro lecito soddisfare la libidine, e che in tanto rinunciano a un loro diritto, in quanto sono costretti a vivere secondo la prescrizione della legge divina. Ritengono perciò che la pietà e la religione, e in generale tutto ciò che si riferisce alla fortezza d'animo, siano pesi che aspettano di deporre dopo la morte per ricevere la ricompensa della loro schiavitù, e cioè della pietà e della religione; né da questa speranza soltanto, ma anche e specialmente dal timore - di essere cioè puniti con orrendi supplizi dopo la morte - sono indotti a vivere sotto la prescrizione della legge divina, per quanto lo sopporta la loro meschinità e il loro animo impotente.«Fermezza d'animo» e «generosità», dunque, non traducono soltanto la sempre menzionata, e peraltro inconfutabile, eredità dello «stoicismo» spinoziano (e però bene anche sappiamo di quanti impacci e ristrettezze, secondo lui, la pretesa stoica di un governo delle passioni desse prova), ma vengono innanzitutto a fare da cerniera per quella dissociazione, altrimenti irrimediabile, fra il corporeo e il mentale; e inoltre vengono a suggellare il paradosso dell'amore, indicandone un possibile compimento.
4.a
Diciamo dunque che un «corpo atto a moltissime cose» sarà
un corpo generoso, venendo tale generosità a tradurre la dimenticanza
di sé del corporeo. Un corpo generoso è tale in quanto dimentica
sé, né avrà ragione di sapere di sé (a differenza
di quel corpo che, essendo «atto a pochissime cose» sarà
«massimamente dipendente dalle cause esterne» - questo corpo
non interrompendo mai la confidenza con la «sua memoria e immaginazione»).
Un tale corpo, oltre a non sapere di sé, neppure saprà di
avere mente - essendo pago e commisurato alla potenza del proprio assoggettamento
e della propria dispersione o frantumazione. La mente di contro, la mente
di questo corpo, lungi dall'interporsi o intromettersi nei movimenti del
corpo (quella moltitudine degli «affetti» che tutto lo disperdono
e lo frantumano), si limiterà a farsene osservatrice («La
mente non può immaginare alcunché, né ricordarsi delle
cose passate, se non mentre dura il corpo»; V, Prop.21; e ancor più
radicalmente «La mente non conosce se stessa se non in quanto percepisce
le idee delle affezioni del corpo; II, Prop.23). Lungi dall'imbrigliarli,
ovvero presumere di farse governante, essa misurerà la sua potenza
da questa capacità di osservazione: quanto più essa saprà
osservarli, senza interporsi o intromettersi in essi, tanto più
essa sarà potente, cioè capace di farsene idea adeguata,
ovvero, e alla lettera, resterà ferma nella propria conservazione.
La
«fermezza d'animo» di questa mente altro dunque non sarà
che il suo restare fuori dalle contaminazioni col corporeo: quanto più
essa saprà restarsene separata (non commista con l' «attributo
dell'estensione»), tanto più sarà essa inestesa (e
viceversa, la mente di un corpo «atto a pochissime cose» sarà
di continuo risucchiata nel vortice del corporeo, ovvero dell'estensione).
E
però, se quel corpo nulla sa di una mente osservatrice - avendo
questa avuto cura di non interporvisi né intromettervisi, essa trarrà
invece la sua «fermezza d'animo», la sua potenza, dal sapere
del corpo, proprio in quanto un tale sapere sarà sempre più
(e di questo «sempre più» si daranno per essa gradi
infiniti) dal corpo indipendente. Soltanto a questo punto, a questo punto
di massima e potentissima inestensione (cui, ricordiamolo, corrisponderà
da parte del corpo la molteplice potenza del suo assoggettamento al teatro
della sua stessa sfera d'influenza affettiva), la mente verrà a
incontrare quel terzo genere o forma di conoscenza, cui nell'Etica è
dato il nome di «sapere intuitivo» (II, Sc.2, Prop.40). Soltanto
giunta a questa forma di conoscenza, la mente diverrà propriamente
ero(t)ica, capace di amare sé, concependo così la verità
di questa conoscenza.
4.c
Questo ero(t)ismo ha nell'Etica, a ben vedere, una duplice polarità
- ed è in essa che si gioca interamente la natura paradossale dell'Amore.
Fra tutti gli «affetti», solo l'Amore sembra godere di questa
duplicità, poiché solo questa istanza (che una terminologia
tutta moderna volentieri denominerebbe «pulsione») partecipa,
da un lato, appunto della sua propria affettività, e dall'altro
di una intellettualità che, non mostrandosi mai peraltro allo stato
puro, ma sempre e necessariamente mischiata e contaminata da quella affettività,
non contribuisce da sé sola a dissolvere questa natura paradossale,
ma anzi vi fa sovente velo - un velame che non farà affatto risaltare
la libertà dell'Amore, ma ne esalterà piuttosto, e il più
delle volte, l'appicicosa e vischiosa opacità.
In
quanto «affetto», l'Amore, al pari di ogni altro affetto, è:
[...] un'idea confusa, con cui la mente afferma una forza di esistere del suo corpo, o di qualche parte di esso, maggiore o minore di prima, e data la quale, la mente stessa è determinata a pensare a una cosa più che a un'altra. (III, Definiz.generale degli affetti)Considerato dunque da questo punto di vista (e solo da esso), l'Amore, in quanto «letizia accompagnata dall'idea di una causa esterna» (III, Definiz.degli affetti, 6.), potrà inquadrarsi altrettanto bene sia in una definizione per così dire «tradizionale» di esso (e che Spinoza non manca di menzionare e, al medesimo tempo, di criticare (Ivi, Spieg.), sia in una definizione che si sforzi di aggiornare quella definizione, mostrandone talune inconguenze; nel medesimo luogo, Spinoza afferma infatti:
[...]quando dico che c'è la proprietà, nell'amante di avere la volontà di congiungersi alla cosa amata, io per volontà non intendo il consenso o la deliberazione dell'animo, ossia la libera decisione [...], e neanche la cupidità di congiungersi alla cosa amata, quando è lontana, o di perseverare nella sua presenza, quando è vicina: l'amore può infatti concepirsi indipendentemente da questa o quella cupidità; ma per volontà io intendo il compiacimento che è nell'amante per la presenza della cosa amata, da cui la letizia dell'amante viene rafforzata, o almeno alimentata. (Ibid.)Tutta la Spiegazione che segue alla definizione dell'Amore in quanto «affetto», insomma, non modifica la definizione precedente: esso resta coerentemente circoscritto a un affetto che, al pari degli altri, sarà causato da qualcosa di esterno. Circola insomma in questa definizione ancora l'associazione dell'Amore a una forma di possesso («Nessuno si cura ed è ansioso, se non di ciò che ama; e le offese, i sospetti e le inimicizie non nascono se non dall'amore per cose che nessuno, in realtà, può possedere completamente»; V, Sc., Prop.20) , anche quando la «cupidità del congiungimento» si trovasse a essere superata o sostituita, come s'è visto, da una «volontà di compiacimento» per la sola presenza dell'oggetto amato. Ma appunto, anche questa sola presenza dell'oggetto non potrà non generare instabilità d'animo, avvilimento, delusione, insomma una tristezza che viene a scoprire e mostrare la interna paradossalità di questa idea di Amore, la sua costitutiva aporeticità - tutta quell'appiccicosa e vischiosa opacità consistente nell'ambivalenza della ritorsione.
[...] quelli che sono stati accolti male dall'amante, non pensano ad altro che all'ingannevole e incostante animo delle donne e a tutti gli altri loro vizi detti e ridetti, cose che dimenticano in un attimo, non appena sono riaccolti dall'amante. (V, Sc., Prop.10)Ecco il punto di svolta: se l'idea dell'Amore è ancora cercata in una causa esterna, esterna a quel punto di potentissima inestensione che la mente è, allora tale idea tradirà ancora una maschera della soggettività (ma non sarà tale soggettività, sempre e necessariamente, mascherata ?), essendo essa ancora ben lungi dal pervenire a farsi di questo affetto una idea adeguata. E però, se la soggettività si mostra ancora lontana da questa adeguatezza (anche se, come s'è visto, già più non del tutto refrattaria a essa), è perché questa idea dell'Amore è ancora generata da una mente contaminata (se non proprio dipendente) dal corporeo, dall'attributo dell'estensione.
[...] in generale ogni amore, che riconosca una causa diversa dalla libertà d'animo, facilmente trapassa in odio, se non pure, ciò che è peggio, in una specie di delirio. (IV, App., Cap.19)
Il meglio dunque che possiamo fare, finché non abbiamo una conoscenza perfetta degli affetti, è di concepire un retto modo di vivere, ossia princìpi di vita certi [...]. Per esempio, fra i princìpi di vita abbiamo posto [...] che l'odio bisogna vincerlo con l'amore ossia la generosità, e non ricambiarlo con reciproco odio. [...] se poi teniamo sempre presente anche la ragione del nostro vero utile, e anche del bene che segue dalla reciproca amicizia e dalla comune società, e inoltre che dalla retta norma di vita nasce il sommo compiacimento dell'animo [...], e che gli uomini, come tutte le altre cose, agiscono secondo la necessità della natura; allora l'offesa, ossia l'odio, che da essa di solito nasce, occuperà una minima parte dell'immaginazione e facilmente sarà superata; [...]. Allo stesso modo, per far cessare il timore bisogna pensare alla fermezza; enumerare cioè e imamginare i comuni pericoli della vita. [...] Chi perciò si studia di dominare i suoi affetti e appetiti per solo amore della libertà, si sforzerà, per quanto può, di conoscere le virtù e le loro cause, e di riempire l'animo con la gioia che scaturisce dalla loro vera conoscenza; [...]. Ma chi diligentemente osserverà queste cose (né invero sono difficili), e le metterà in pratica, certamente potrà in breve spazio di tempo dirigere le sue azioni generalmente sotto il comando della ragione. (V, Sc., Prop.10)
Viene
qui dunque tracciata una precisa linea di demarcazione fra una condotta
«retta» e una «virtuosa» - una linea che, pur essendo
facilissimo infrangere più e più volte da una parte e dall'altra,
possiede nondimeno una sua nettezza intellettuale infrangibile. Se la «rettitudine»
è ancora la fisiognomica di una mente dipendente dalla opacità
del corporeo (anche se questa mente mostrerà certo una capacità
di sguardo più ampia di quella affatto immersa e sommersa nell'affettività),
la «virtù» sarà la traduzione (sempre a rischio
di tradimento, per la delicata fisiognomica di questa lingua ) di una mente
che avrà a cuore la ricerca del proprio utile, ovvero conservare
sé («Agire assolutamente per virtù, in noi non è
niente altro che agire, vivere, conservare il proprio essere (queste tre
cose significandone una sola) sotto la guida della ragione, e ciò
sul fondamento di ricercare il proprio utile»; IV, Prop.24). Questa
mente virtuosa avrà con ciò anche saputo rendere compiuto
il «paradosso dell'Amore». Di un tale compimento vedremo, a
conclusione di queste osservazioni, alcuni tratti caratteristici.
5.
Il punto estremo che porta a compimento il paradosso dell'Amore, sia nel
senso di farlo vedere, sia, e al medesimo tempo, di indicarne un
esaurimento, sarà contenuto in un duplice movimento: in primo luogo
quello di bene intendere la distanza fra la mente divina e quella umana,
e in secondo luogo quello di praticare l'esaurimento, appunto, di tale
distanza.
Per
quanto attiene dunque alla distanza, Spinoza non manca ripetutamente di
ricordare che la mente divina:
[...] per parlare propriamente, non ama né odia nessuno. Infatti Dio [...] non è affetto mediante alcun affetto di tristezza o di letizia, e di conseguenza [...] neanche ama o odia nessuno. (V, Cor., Prop.17)La mente umana invece, oltre ad essere costitutivamente affettiva (non potendo mai ritenersi estranea o immune dagli affetti), neppure potrà alcunché per sua sola iniziativa (in ciò dovendosi vedere fra l'altro, come pure s'è detto, la cesura con lo stoicismo oltre che col cartesianesimo):
[...] noi niente possiamo fare per decisione della mente, se non ce ne ricordiamo. Né è in libero potere della mente il ricordarsi di qualcosa oppure dimenticarsene. Per cui si crede che sia solo in potere della mente il fatto di poter tacere o di dire la cosa ricordata [...]. Ma quando sognamo di parlare, crediamo sì di parlare per libera decisione della mente, ma non parliamo, o se parliamo, ciò si verifica per moto spontaneo del corpo. (III, Sc., Prop.2; ma si veda pure II, Prop.48)E però (e sarà questo il secondo movimento), questa mente infima e inetta a darsi la potenza, esercita di fatto la sua potenza («Nessuno può desiderare di essere felice, di agire bene e di vivere bene senza che desideri, insieme, di essere, di agire e di vivere, cioè di esistere in atto»; IV, Prop.21). Nello Scolio di Prop.20 (V), Spinoza chiarirà magnificamente i differenti volti e i diversi gradi di questa potenza, tutta rappresentata nel suo esercizio o attualità - il fulcro di tale potenza essendo la conoscenza adeguata degli affetti, di quel teatro della loro sfera d'influenza. E così si avvia a concludere la sua digressione:
Con ciò concepiamo facilmente quale potere abbia sugli affetti la conoscenza chiara e distinta, e principalmente quel terzo genere di conoscenza [...], il cui fondamento è la stessa conoscenza di Dio. La quale conoscenza non eliminerà gli affetti in modo assoluto, in quanto sono passioni [...], ma farà sì che essi costituiscano la minima parte della mente. (Ibid.)Come Dio non ama né odia chicchessia, ma solo ama sé («Dio ama se stesso di infinito amore intellettuale»; V, Prop.35), così la mente, finquando resti implicata e impigliata nell'esteriorità (e pure estraneità per lei) del corporeo, di un corporeo che ancora sembra dettarle o suggerirle quel che essa deve amare o che per lei è degno di Amore, sarà ancora inadatta al terzo genere di conoscenza o sapere intuitivo.
L'amore
intellettuale della mente per Dio è lo stesso amore di Dio, con
cui Dio ama sé, non in quanto è infinito, ma in quanto sarà
manifestato attraverso l'essenza della mente umana, considerata sotto specie
di eternità. L'amore intellettuale della mente per Dio è
dunque parte dell'infinito amore con cui Dio ama sé. (V, Prop.36)
_________________
a.
Queste rapsodiche quanto acritiche osservazioni (presentandosi esse come
affatto sguarnite di una tessitura filologicamente ed esegeticamente avvertita),
pur non sottraendosi alla tentazione di una lettura tutta «sincronica»
delle peraltro poche Proposizioni dell'Etica, incapace com'essa fu di sottrarsi
ai bagliori luminescenti che da esse emanano (è sempre una bella
impresa resistere alla attualità di Spinoza !), non possono peraltro
neppure far finta di non essere situate lungo un percorso di lettura della
«modernità», che, per chi scrive, trova nella figura
di L.Wittgenstein il suo snodo privilegiato. Esse si dispongono perciò,
lo vogliano o meno, a interagire con (e forse pure a essere provocate da)
tale lettura. L'apodittica certezza di Spinoza e solo per fare un esempio,
verso, il «principio di causalità», con tutto ciò
che per lui ne consegue in termini definizionali (la «definizione
adeguata» di un affetto, ad es., essendo quella di una mente che
si fa una «idea chiara e distinta» della causa che appunto
lo ha generato), ebbene una tale certezza non può, per chi giunge
(o ritorna) a Spinoza a partire da un'assunzione forte della modernità,
non apparire quanto meno circoscrivibile a un «gioco linguistico»
fra altri, se non proprio (a prendere sul serio certe forme di scetticismo
à la Quine) una ingenuità da emendare o integrare con altre
istanze. Resterà insomma sempre un bel rovello epistemologico, almeno
per chi scrive, quello di un confronto vivente (non risolvibile cioè
nei termini puri e semplici di un relativismo storicistico) fra distanti,
diverse e pure discordanti «posizioni di pensiero» - un confronto
che, sempre per chi scrive, non potrà mai esautorare o esonerarsi
da una considerazione della tessitura linguistica e stilistica, formale
insomma, che cifra quelle posizioni di pensiero. Da un tale punto di vista,
la posizione spinoziana, cifrata appunto da una ineguagliabile tessitura
formale, si alimenta ancora, nei riguardi della «modernità»,
di una straordinaria «forma di vita». Se dunque la voce di
questa posizione di pensiero dovesse suonare qui fin troppo moderna, ciò
vorrà dire che a dispetto di quella «situazionalità»
di lettura, la sua modernità avrà lambito e, chissà,
forse pure raggiunto, sia pure solotanto nelle poche pagine di queste osservazioni,
i confini di quella nostra. Si avverte infine che tutte le citazioni sono
tratte dall'Etica (ediz.Colli, Torino, Boringhieri 1959), con la indicazione,
in cifra romana, della sua Parte, e successivamente del rimando testuale
corrispondente.
_________________
1 E’ quanto mai shakespeariana, l’affermazione di Spinoza, all’inizio del Trattato politico, di aver “considerato gli affetti umani, come l’amore, l’odio, l’ira, l’invidia, la presunzione, la compassione e tutti gli altri moti dell’animo non come vizi della natura umana, ma come proprietà che le appartengono così come alla natura dell’aria appartengono il caldo, il freddo, la tempesta, il tuono e altre simile cose”. Ed è quanto mai spinoziano quel passo che si trova in The Winter’s tale, in cui Shakespeare parla dell’arte che è essa stessa natura.: specchio alla natura.
2 Shakespeare, dunque, che rappresenta attraverso il suo teatro tutta la gamma delle passioni umane, e Spinoza, che nella sua Etica delinea in filigrana la più completa e lucida trattazione delle passioni, insuperabile e precorritrice delle più approfondite analisi compiute nei tempi moderni (la psicanalisi, la fenomenologia, l’esistenzialismo).
3 Intrecciare un rapporto tra i due non è arbitrario nella misura in cui entrambi hanno arricchito , non solo in rapporto ai loro contemporanei, ma per tutta l’epoca moderna, la conoscenza delle infinite possibilità in cui si manifesta la natura umana, tanto da poter dire che se Shakespeare ha moltiplicato le tipologie psicologiche e il gioco del desiderio mimetico nel suo teatro dell’invidia (l’espressione è di René Girard), Spinoza ne dà la filigrana dell’ineluttabilità geometrica del loro comporsi e scomporsi nell’ambito della “schiavitù umana”.
4 La differenza (certo determinante) , tra il Bardo e il Filosofo, è nella diversa finalità delle loro opere, tendendo il primo alla rappresentazione delle passioni, fino allo scioglimento, tragico o lieto, sulla base delle convenzioni del genere teatrale, mentre il secondo aspira a mostrare una via per il loro acquietamento e superamento.
5 Ma che senso può avere tracciare un parallelo, rinvenire una serie di analogie, tra due personalità così diverse, che non ebbero alcun rapporto tra loro, distanziate l’una dall’altra di un paio di generazioni, e di cui solo l’olandese avrebbe potuto conoscere (teoricamente) l’inglese, ma che nessun documento comprova che l’abbia conosciuto? Niente e tutto. Dal punto di vista storico e filologico la ricerca offrirebbe molti più spunti se a Shakespeare accostassimo Montaigne, o a Spinoza i tragici francesi suoi contemporanei, o la poesia di Louis de Gongora, le cui opere non mancavano nella sua biblioteca. Se dessimo retta ad Harold Bloom (che pure qualche ragione sembra avercela, considerando la manipolabilità universale dei testi shakespeariani), Shakespeare ha shakespearizzato la letteratura universale, e quindi, alle soglie del Moderno, svolge un ruolo assai più significativo di quello di Spinoza. Il declino (distruzione o compimento che sia) della metafisica ha coinvolto anche l’Etica , che già prima, in splendida successione, da Kant a Nietzsche, da Schopenhauer ad Heidegger, da Hegel a Husserl, altri sistemi filosofici avevano oscurato e ridotto a capitolo di transizione nella storia della filosofia. E allora? A che scopo riproporre Spinoza?
Geometria
della fiamma nera
Le passioni
della Fedra di Racine nella lente dell'Etica di Spinoza
L'idea
: Una lettura spinoziana della Fedra di Racine.
Provare,
saggiare la potenza e la tenuta della teoria delle passioni di Spinoza
sul "caso" Fedra.
Come
viatico, Guido Ceronetti (in "Spinoza e l'amore"):
"Due
mesi prima della morte di Spinoza, fu messa in scena a Parigi per la prima
volta la Fedra raciniana, dove lo spinoziano 'ita ut affectus pertinaciter
homini adhaereat' (Eth., IV, 6) è da un verso magnifico, unico,
incarnato: 'C'est Venus tout entier à sa proie attaché'".
Insomma,
per Ceronetti, si scorge in Spinoza "un lampeggiare di testa tragica raciniana".
Fedra,
in effetti, debuttò a Parigi il primo gennaio 1677. Il 21 febbraio
dello stesso anno Spinoza moriva all'Aja.
In
un altro dei mondi possibili (che Spinoza per altro avrebbe ritenuto del
tutto impossibili), l'autore dell'Etica - che amava e frequentava il teatro
- avrebbe potuto assistere alla rappresentazione della più celebre
delle tragedie di Racine.
Perché,
allora, non immaginare il filosofo rivolgere, nei suoi ultimi giorni, la
lente della sua teoria delle passioni sulla mente e sul corpo di Fedra,
cercando di comprendere "come se si trattasse di linee e superfici" la
geometria e la necessità della sua "fiamma nera" ?
L'abbozzo
Fedra
è una figura della tristitia e dell'intera mechanè delle
passioni (passioni passive, patite) innescate dalla tristezza: dall'amore
all'odio, dal timore alla speranza, dalla gelosia e dall'ira al rimorso
e alla vergogna.
Soprattutto,
però, la tristezza di Fedra si rivela fin dalla sua entrata in scena
come indebolimento e decremento, ferita insanabile del conatus sese conservandi,
della forza-principio che realmente, secondo Spinoza, tutto muove. Fin
dalle prime battute della tragedia (come già Macbeth alle ultime
della sua lo fu del sole), Fedra è stanca della luce e, more geometrico,
medita sulla/alla propria morte.
Fedra
vuole morire, il suo conatus appare invertito in un furioso cupio dissolvi.
Tutta
la tragedia si snoda attraverso l'estenuante rinvio della messa-in-opera
di questo desiderio di morte. In effetti, spinoziamente, un tale desiderio
non esiste, non può realmente esistere, e anche il suicida è
qualcuno che è sempre distrutto da causae externae, della cui catena
l'ultimo anello è la mano che si leva su/contro di sé.
La
macchina delle passioni distruttive deve allora perfezionare il suo ingranaggio
fatale fino al culmine della vergogna insostenibile, all'obbrobrio di sé
nel vortice del quale si è, per così dire, suicidati da Altri.
Più
che tragedia dell'amore (per tutti i cinque atti Fedra è quasi costantemente
in preda all'odio), l'opera di Racine risulta dunque, spinozianamente compresa,
una tragedia della tristezza, dalla quale infine il conatus, questo cuore
ontologico duro del modus uomo, è inesorabilmente spinto, dall'orlo
dell'abisso, a franare nella sua rovina.
La
domanda è: può un singolo amore essere eterno?
E
V 34 Cor.: solo l’amore intellettuale è eterno. L’espressione non
è “amor Dei intellectualis”: si parla di amore intellettuale e basta...
sottinteso il “Dei”, o è pensabile un amore intellettuale che sia
non verso Dio nella sua totalità, ma verso una cosa singola?
Si
affronta il problema considerando congiuntamente:
E
V 32 Cor.: l’amore intellettuale di Dio sorge dalla conoscenza di terzo
genere (che Ë conoscenza dell’essenza delle cose singole, secondo
E II 42 Sch.2), in quanto questa arreca gioia in presenza dell’idea di
Dio come causa.
E
V 25: Più conosciamo le cose singole, più conosciamo Dio.
E
V 33 Dem.: Il terzo genere di conoscenza è eterno.
L’amore
verso Dio è una conseguenza diretta della conoscenza chiara e distinta
(E V 38 Sch.); in altri termini, la conoscenza di terzo genere implica
amore; e se è, come sempre è, conoscenza della natura di
cose singole (poiché non si dà conoscenza umana della natura
tutta intera, ossia conoscenza globale di Dio), si deve parlare di una
conoscenza che è amore per queste cose singole.
Ma
quali sono le cose singole conoscibili per il terzo genere? In base, sempre,
a E II 42 Sch.2, solo quelle la cui natura è conoscibile per deduzione
dalla conoscenza degli attributi di Dio. E Spinoza ci esibisce solo la
conoscenza della natura umana che sia così deducibile, da entrambi
gli attributi noti.
In
effetti, in base a E IV App. XXVI, non conosciamo niente in natura, all’infuori
degli uomini, della cui mente possiamo godere e con cui possiamo stringere
amicizia. Dunque il problema qui posto concerne unicamente l’amore verso
qualche singola persona umana.
Da
questo discende che, come da E V 36 Cor., l’amore di Dio verso se stesso
fa tutt’uno con l’amore suo verso gli uomini e della mente umana verso
di lui. L’amore intellettuale della mente verso Dio è parte dell’amore
di Dio verso di sé e verso gli uomini.
Considerati
tutti questi elementi si può concludere che l’amore intellettuale
di Dio, fatto di conoscenza di terzo genere di nature singole, è
amore intellettuale di queste nature singole; le sole nature singole conoscibili
per terzo genere sono nature umane; l’amore intellettuale di cui sopra
(E V 34 Cor.) non è da intendersi come conoscenza/amore della totalità
della natura. Anzi, l’amore intellettuale di Dio è costituito da
tanti singoli amori intellettuali, eterni. Ogni vero amore è eterno
e solo gli amori eterni sono veri.
_____________
APPROFONDIMENTI
Spinoza e il mimetismo del desiderio.
E’
quanto mai shakespeariana, l’affermazione di Spinoza, all’inizio del Trattato
politico, di aver “considerato gli affetti umani, come l’amore, l’odio,
l’ira, l’invidia, la presunzione, la compassione e tutti gli altri moti
dell’animo non come vizi della natura umana, ma come proprietà che
le appartengono così come alla natura dell’aria appartengono il
caldo, il freddo, la tempesta, il tuono e altre simile cose”. Ed è
quanto mai spinoziano quel passo che si trova in The Winter’s tale, in
cui Shakespeare parla dell’arte che è essa stessa natura.:
specchio alla natura.
Shakespeare,
dunque, che rappresenta attraverso il suo teatro tutta la gamma delle passioni
umane, e Spinoza, che nella sua Etica delinea in filigrana la più
completa e lucida trattazione delle passioni, insuperabile e precorritrice
delle più approfondite analisi compiute nei tempi moderni (la psicanalisi,
la fenomenologia, l’esistenzialismo). Intrecciare un rapporto tra i due
non è arbitrario nella misura in cui entrambi hanno arricchito ,
non solo in rapporto ai loro contemporanei, ma per tutta l’epoca moderna,
la conoscenza delle infinite possibilità in cui si manifesta la
natura umana, tanto da poter dire che se Shakespeare ha moltiplicato le
tipologie psicologiche e il gioco del desiderio mimetico nel suo
teatro dell’invidia (l’espressione è di René Girard), Spinoza
ne dà la filigrana dell’ineluttabilità geometrica
del loro comporsi e scomporsi nell’ambito della “schiavitù umana”.
La
differenza (certo determinante) , tra il Bardo e il Filosofo, è
nella diversa finalità delle loro opere, tendendo il primo alla
rappresentazione delle passioni, fino allo scioglimento, tragico o lieto,
sulla base delle convenzioni del genere teatrale, mentre il secondo aspira
a mostrare una via per il loro acquietamento e superamento.
2
Ma che senso può avere tracciare un parallelo, rinvenire una serie di analogie, tra due personalità così diverse, che non ebbero alcun rapporto tra loro, distanziate l’una dall’altra di un paio di generazioni, e di cui solo l’olandese avrebbe potuto conoscere (teoricamente) l’inglese, ma che nessun documento comprova che l’abbia conosciuto? Niente e tutto. Dal punto di vista storico e filologico la ricerca offrirebbe molti più spunti se a Shakespeare accostassimo Montaigne, o a Spinoza i tragici francesi suoi contemporanei, o la poesia di Louis de Gongora, le cui opere non mancavano nella sua biblioteca. Se dessimo retta ad Harold Bloom (che pure qualche ragione sembra avercela, considerando la manipolabilità universale dei testi shakespeariani), Shakespeare ha shakespearizzato la letteratura universale, e quindi, alle soglie del Moderno, svolge un ruolo assai più significativo di quello di Spinoza. Il declino (distruzione o compimento che sia) della metafisica ha coinvolto anche l’Etica , che già prima, in splendida successione, da Kant a Nietzsche, da Schopenhauer ad Heidegger, da Hegel a Husserl, altri sistemi filosofici avevano oscurato e ridotto a capitolo di transizione nella storia della filosofia. E allora? A che scopo riproporre Spinoza?
3
Nel Capitolo 44, Metafisica dell’amore sessuale, dei Supplementi al quarto Libro del Mondo come volontà a rappresentazione, Schopenhauer si arroga il merito di essere il primo filosofo ad affrontare con profondità e competenza il tema dell’amore. Non Platone, non Rousseau, e neppure la trattazione kantiana dell’argomento, esulano, in diversi modi, dall’errore e dalla superficialità. Quanto a Spinoza, le cui citazioni , nel Mondo, sono distribuite equamente tra elogi e denigrazioni, Schopenhauer, da un’ottica che potremmo definire pre-freudiana, pansessuale (il sesso è lo strumento più congeniale di cui si serve la volontà per la continuità delle specie e del mondo), isola un singolo aspetto che, in realtà, offre qualche appiglio all’ilarità. “La definizione di Spinoza invece, per la sua eccessiva ingenuità, merita di essere riportata, al fine di rasserenare: Amor est titillatio, concomitante idea causae externae” (Ethica, IV, prop. 44, dem.) Per questa affermazione, Schopenhauer meriterebbe uno di quei titoli (il più benevolo è quello di cialtroneria), che egli disinvoltamente propina ai filosofi suoi predecessori, e in modo particolarmente insultante a Fichte, Schelling ed Hegel. La P. XLIV (quantunque i traduttori e gli interpreti non abbiano raggiunto unanimità di vedute nella traduzione di cupiditas), suona :” L’Amore e il Desiderio possono essere in eccesso”, e la Dimostrazione prosegue: “L’Amore è una Letizia accompagnata dall’idea di una causa esterna: quindi l’eccitamento piacevole (titillatio) è un Amore accompagnato dall’idea di una causa esterna; perciò l’amore può essere in eccesso. Il Desiderio poi, è tanto maggiore quanto più grande è l’affetto da cui nasce”. Nella dinamica del desiderio, Spinoza attinge infatti una visione ben più complessa e articolata di quanto Schopenhauer sospetti separando la titillatio dall’intrecciarsi geometrico delle passioni. Facciamo un passo indietro, e precisamente alla P. XXXI della Parte Terza. “ Se immaginiamo che qualcuno ami, desideri o odi qualcosa che noi stessi amiamo, desideriamo o abbiamo in odio, per ciò stesso noi ameremo, desidereremo, questa cosa, ecc. con maggior costanza. Se invece immaginiamo che qualcuno avversi ciò che amiamo, o viceversa, allora saremo soggetti a una fluttuazione d’animo” Spinoza ha teorizzato qui, con estrema chiarezza quello che una serie di recenti ricerche hanno messo in luce nelle dinamiche psicologiche di gruppo, ma che, soprattutto, ha trovato in René Girard un acuto interprete nella definizione di “desiderio mimetico”, e della sua individuazione in alcune grandi opere letterarie, dal teatro di Shakespeare ai romanzi di Cervantes, Flaubert, Stendhal, Proust, Dostoevskij. Che cosa dice Spinoza nella Proposizione citata? In primo luogo si richiama all’immaginazione, che in questo contesto equivale a un sentire come vera una determinata situazione. Noi amiamo, desideriamo od odiamo qualcosa ( una persona ma anche un animale o un oggetto qualsiasi), che ci accorgiamo essere oggetto di amore, di desiderio o di odio da parte di un nostro simile. Quella persona, animale od oggetto viene ulteriormente valorizzata (o svalorizzata) dall’amore , dal desiderio o dall’odio dell’altro, fino a rendere più intenso il nostro amore e desiderio o odio della stessa. Ed è questa, in prima approssimazione, un’esemplificazione del mimetismo desiderante.
4
La Parte Terza dell’Etica è il grande scenario in cui Spinoza illustra il gioco delle passioni come puro meccanismo senza soggetto. Nella P. XXVII, insieme al relativo Scolio, la sua concezione attinge il massimo di chiarezza shakespeariana. ”Dall’immaginare che una cosa simile a noi, e che prima ci era indifferente, provi un qualche affetto, anche noi, in questo stesso fatto, proviamo un affetto simile” Scolio: “Questa imitazione degli affetti quando si riferisce alla Tristezza si chiama Commiserazione; riferita invece al Desiderio si chiama Emulazione, la quale quindi non è altro che il Desiderio di qualcosa che nasce in noi dall’immaginare che altri simili a noi abbiano lo stesso desiderio”. Se ci trasportiamo, dal teatro filosofico, alla scena teatrale, niente è più adatto ad illustrare tale “imitazione” che il rapporto emulativo di Valentino e Proteo nei Due gentiluomini di Verona di Shakespeare, e che si trova sviluppato in forme sempre nuove in tutto il teatro shakespeariano. Ecco la trama della commedia nel riassunto fatto da Girard all’inizio del suo Shakespeare. Il teatro dell’invidia: “Valentino e Proteo sono amici d’infanzia. Vivono a Verona, e i loro rispettivi genitori vogliono che si rechino a Milano per proseguire gli studi. Innamorato di una ragazza di nome Giulia, Proteo si rifiuta però di lasciare Verona, e Valentino parte da solo. Pur amando Giulia, Proteo sente la mancanza di Valentino, e ben presto lo raggiunge a Milano. I due amici si ritrovano nel palazzo ducale. Al loro incontro assiste anche Silvia, la figlia del duca, alla quale Valentino fa una rapida presentazione dell’amico. Dopo che la ragazza si è allontanata, Valentino confessa di amarla e il tono appassionato e iperbolico delle sue parole irrita Proteo. Rimasto solo, anche Proteo ha comunque una confessione da fare: non ama più Giulia, anch’egli è innamorato di Silvia”. Il desiderio di Valentino, manifestato dalle sue parole di innamorato (“Love’s a mighty lord”, Amore è potente sovrano), accende il desiderio di Proteo, che a sua volta s’innamora di Silvia. Silvia, forse, di per se stessa, gli sarebbe rimasta indifferente, se Valentino non ne fosse stato innamorato. Lui stesso non sa se sono stati i suoi occhi o le lodi di Valentino o la bellezza della ragazza a farlo sragionare e a diventare quindi rivale dell’amico. Proteo ha dunque dimenticato Giulia per Silvia, e la spinta a questa sua trasformazione dell’oggetto d’amore è stata l’imitazione dell’affetto di Valentino – cioè che Valentino desideri Silvia.” Il “desiderio mimetico” non è quindi un concetto moderno” che René Girard cerca di “applicare in modo arbitrario e anacronistico” a Shakespeare, ma è al contrario “un’idea dello stesso Shakespeare” – come emerge da tutta la sua produzione drammatica- ed è anche, a mio parere, una delle scoperte cardini della “geometria delle passioni” spinoziana. Il nome di Spinoza manca nella bibliografia di René Girard che tende ad accentuare l’originalità della sua scoperta e a rintracciarne la genesi in opere letterarie più che in precedenti teorici.
5
La grande superiorità dell’intuizione di Spinoza, rispetto a Le passioni dell’anima di Descartes, ad esempio, fu di assoggettare quelle che , in genere, erano analizzate come passioni separate l’una dall’altra, ad un principio unificante: il desiderio (cupiditas) quale “essenza stessa dell’uomo”. Inoltre dall’aver elaborato un quadro di interazione e conflitto tra i desideri, in bilico tra autoconservazione ed eccesso, anticipando così alcune moderne concezioni della dinamica desiderante: dalla lettura di Hegel fatta da Kojève (Introduzione alla lettura di Hegel), ad alcuni sviluppi della stessa in tre autori diversi segnati dalle sue idee: René Girard, Jacques Lacan e George Bataille. In questo contesto, posso solo accennare sinteticamente il nocciolo dell’interpretazione hegeliana di Kojève, e la differente impostazione che Girard ha dato dello stesso problema. Come è noto, la lettura della Fenomenologia dello spirito fatta a Parigi dal giovane immigrato russo tra il 1933 e il 1939, era basata sul “desiderio” di riconoscimento dell’uomo che provoca la lotta e il confronto con un altro “desiderio”. Su questa lotta per il riconoscimento è racchiusa la dialettica hegeliana del rapporto servo/padrone. Lo sviluppo dell’autocoscienza individuale passa attraverso un rapporto con altre autocoscienze, altri individui che si sollevano al di sopra dell’immediatezza animale, riferendosi a sé attraverso l’Altro. ”Il Desiderio di Riconoscimento che provoca la Lotta è il desiderio di un desiderio – scrive Kojève - , ossia di qualcosa che non esiste realmente (il Desiderio essendo la '‘presenza manifesta dell'’assenza' d’una realtà): voler farsi ‘riconoscere significa voler farsi accettare come un ‘valore’ positivo, ossia precisamente farsi ‘desiderare’”. In sostanza si tratta per Hegel di far convergere su di sé il desiderio dell’Altro. Secondo Girard, “il desiderio del desiderio dell’Altro” non è che un aspetto di un ben più ampio mimetismo del desiderio, che si manifesta in un ” desiderio secondo il desiderio dell’Altro”. Quello che viene privilegiato, in Girard, è l’oggetto stesso del desiderio, che viene reso desiderabile dal desiderio di un altro che ce lo designa come oggetto del suo stesso desiderio.
6
“Il
Desiderio è l’essenza stessa dell’uomo, in quanto è concepita
come determinata a fare qualche cosa da una qualunque sua affezione”. Suona
così il punto I delle Definizioni degli affetti, con cui si
chiude riassuntivamente la Parte Terza dell’Etica. Nella Spiegazione
Spinoza sottolinea che nel termine Desiderio intende comprendere
l’”insieme di tutti gli sforzi della natura umana che indichiamo con i
termini appetito, volontà, desiderio o impulso”, e che non di rado
, entrando in contrasto fra loro, trascinano l’uomo in diverse direzioni,
finché non sa più egli stesso da quale parte volgersi. Alla
spiegazione del punto VI , in cui viene ribadita la definizione dell’Amore
quale “Letizia accompagnata dall’idea di una causa esterna”, precisa: “Questa
definizione spiega abbastanza chiaramente l’essenza dell’Amore; invece
quella degli autori che definiscono l’Amore una volontà dell’amante
di congiungersi con la cosa amata non esprime l’essenza dell’Amore ma una
sua proprietà”. In altre parole, e poiché l’essenza dell’amore
non è stata abbastanza esaminata da questi Autori, essi non hanno
potuto avere un concetto chiaro nemmeno della sua proprietà, così
che tutti hanno giudicato oltremodo oscura la loro definizione”. In altre
parole Spinoza contesta la linearità del movimento soggetto
versus oggetto nel rapporto d'’amore, che dipenderebbe in qualche
modo dalla libera volontà del soggetto di congiungersi con la cosa
amata. La sua concezione implica sempre (per questo come per ogni
altro affetto) la triangolazione del proprio desiderio con il desiderio
degli altri, in altre parole il desiderio nasce dall’emulazione o imitazione
del desiderio altrui.
Torniamo
a Shakespeare seguendo in filigrana la ricostruzione di Girard dei Due
gentiluomini di Verona che abbiamo preso a sfondo anche per
una lettura della “geometria” spinoziana. (Girard estende la sua analisi
a tutta l’opera di Shakespeare). Proteo e Valentino sono due amici cresciuti
insieme a Verona, dove hanno imparato le stesse lezioni, fatto gli stessi
giochi, desiderato gli stessi oggetti. Valentino va a Milano spezzando
una lunga consuetudine. Proteo, lasciato solo, si annoia e
comincia ad invidiare l’amico fino a trovare un pretesto per seguirlo.
Il suo viaggio a Milano è un’imitazione a scoppio ritardato di quello
di Valentino. E’ nel dialogo che si svolge tra i due a Milano, che René
Girard vede la miccia che, attraverso un confronto tra i due oggetti
d’amore (Giulia lasciata a Verona e svalutata davanti alla magnificenza
di Silvia esaltata da Valentino), scatena in Proteo prima l’invidia
e poi l’emulazione desiderante. Dopo che Valentino ha proclamato
la sua donna “divina”, e Proteo ha cercato inutilmente di dissuaderlo,
Valentino prosegue:
contala almeno fra gli angeli del cielo,
a ogni creatura terrena superiore.
Proteo:
Esclusa la mia donna. Atto II, IV, 150-152
Quando
Valentino replica, per la sua Sopravvalutazione di Silvia, e la conseguente
Svalutazione di Giulia, Proteo comincia a sentirsi un perdente e un miserabile.
Valentino:
Bello mio, nessuna esclusa:
se non hai da ridir sulla mia amata.
Proteo:
Non ho ragione di preferir la mia?
Valentino:
Beh, voglio aiutarti ad esaltare anch’ella:
la potremo innalzare all’alto onore
di reggere lo strascico alla mia , sì che alla vile terra
non capiti di carpire un bacio alla sua veste,
e insuperbita da sì gran favore
sdegni di dar ricetto al fiore estivo
e un aspro inverno prolunghi all’infinito.
Atto II, IV, 152-161
Ma
- dice Girard – “ prima di cedere all’attrazione magnetica del desiderio
per Silvia di Valentino, Proteo cerca con un ultimo sforzo di salvare il
proprio. Ma Valentino è implacabile”
Valentino:
Scusami, Proteo: tutto quel che dico è nulla
rispetto a lei; il suo pregio annulla quello d’ogni altra.
Ella è unica e sola.
Proteo:
E tu lasciala sola!
Valentino:
Per nulla al mondo! Amico mio, ella è mia;
ed io, nel posseder tale gioiello, son ricco
quanto venti mari che abbian perle per sabbia,
nettare per acqua e, per scogli, oro zecchino.
Atto II, IV, 163-169
Come
se questo non bastasse, Proteo avverte che non solo l’oggetto del suo amore,
Giulia, viene svalutato, ma anche lui stesso, e il sentimento dell’amicizia,
non contano più nulla per Valentino.
Valentino:
Perdonami se non mi son dato gran pensiero di te:
lo vedi che stravedo pel mio amore.
Atto II, IV, 170-171
Commenta
Girard: “ In preda allo sconforto, Proteo si sente privato non soltanto
della donna amata, Giulia, e dell’amico del cuore, Valentino, ma in ultima
analisi di se stesso. La crudeltà inconscia di Valentino ha trasformato
Proteo in una sorta di lebbroso medioevale, un paria assoluto”.
Non
c’è passaggio, in questa drammatica altalena affettiva, che non
trovi un puntuale riscontro, nella sua nudità di meccanismo spogliato
della carne e del sangue di uno specifico essere vivente ma perciò
stesso estendibile universalmente, nell’analisi delle Parti Terza e Quarta
dell’Etica. In primo luogo ci muoviamo nell’ambito delle passioni,
che sorgono, sappiamo, soltanto dalle idee inadeguate. E sia Proteo che
Valentino sono immersi, in forma e misura diversa, nello stesso accecamento.
Valentino ha “ di sé e della cosa amata un’opinione che supera il
giusto” (P. XXVI, Scolio), come dimostrano le metafore religiose di celeste
bellezza con cui elogia Silvia; e contemporaneamente di avere “una
considerazione inferiore al giusto” dell’oggetto d’amore dell’amico. Si
genera in lui una certa Letizia per la Sopravvalutazione
che fa del suo oggetto d’amore e .in conseguenza, di se stesso, che scatenano
in Proteo affetti antitetici contrapposti: Tristezza, Odio, Fluttuazione
dell’animo e , alla fine, il desiderio di togliere a Valentino l’oggetto
d’amore che ha provocato il suo momentaneo Avvilimento di fronte
all’amico.
7
Tra
gli interpreti di Spinoza, chi ha acutamente colto la centralità
del desiderio mimetico nella trattazione spinoziana delle passioni , è
stato Antonio Labriola, nella sua ricerca giovanile sull’Origine
e natura delle passioni secondo l’Etica di Spinoza. Dopo aver sinteticamente
esposto il gioco delle forme primitive degli affetti (Tristitia
et Laetitia) , e come si avviluppano nelle manifestazioni di
amore e di odio, di simpatia e antipatia, di Speranza e Timore, e nelle
loro conseguenze, scrive “ Tutti gli affetti fin qui esposti ci presentano
le varie forme della laetitia e della tristitia che in quanto associate
alla rappresentazione delle cause esterne promuovono o limitano direttamente
la nostra potenza e stimolano il nostro istinto di conservazione a determinarsi
svariatamente. Abbiamo così percorsa una serie di atti che
risultano dall’incontro di due elementi, dall’azione delle cause esterne
e dall’incessante sforzo di stabilire l’integrità della nostra natura.
Ora passiamo a considerare un altro lato di questa attività, le
forme cioè che essa assume sotto la influenza di quelle rappresentazioni
le quali né favoriscono né disturbano direttamente la nostra
potenza. Nel dare a questa specie d’affetti il nome di imitazione, io cerco
di fissare in una categoria una espressione usata da Spinoza solo incidentalmente”.
Labriola si riferisce qui, appunto, a tutte le forme di Laetitia e di Tristitia
che non derivano direttamente
da un rapporto soggetto/oggetto, ma sono mediate da un Terzo: dal
desiderio triangolare.
Ogni
passaggio della vicenda di Valentino e di Proteo può dunque essere
letta in chiave spinoziana. La Dimostrazione della Proposizione
XV. “Qualunque cosa può essere, per accidente, causa di Letizia,
di Tristezza e di Desiderio” dice: “Supponiamo che la Mente sia affetta
contemporaneamente da due affetti, dei quali uno non aumenti
né diminuisca la sua potenza d’agire, e l’altro l’aumenti o la diminuisca”.
Proteo è affetto contemporaneamente dall’affetto dell’amicizia –
che, essendo la ripresa di una lunga consuetudine precedente, non aumenta
né diminuisce la sua potenza di agire- e l’amore per Silvia,
che potrebbe, in prospettiva, sia aumentarla che diminuirla. ” Questa situazione
della mente che nasce da due affetti contrastanti si chiama fluttuazione
dell’animo” (Scolio alla P.XVII). Una volta che decide di togliere Silvia
all’amico, non ha più alcuno scrupolo. P. XXVIII: “ Ci sforziamo
di far sì che accada tutto ciò che immaginiamo condurre alla
Letizia , ci sforziamo invece di allontanare o distruggere tutto ciò
che immaginiamo contrastare la Letizia o condurre alla Tristezza” Proteo
denuncia al Duca - che ha già scelto un marito per la figlia
- che Valentino sta preparando un piano per fuggire con la
ragazza amata: cerca , dunque, di allontanare o distruggere ciò
che ritiene di interponga alla sua felicità. Valentino viene infatti
esiliato dal Duca. Proteo ha agito in base alla P. XXXII :
“Se immaginiamo che qualcuno goda di una cosa che uno solo può conquistare,
faremo di tutto perché non la conquisti” E Proteo si avvita in una
serie di comportamenti che cercano di impedire all’amico di
poter godere dell’amore di Silvia. Ma nessuno dei due amici, come chiosa
René Girard, è esente dal mimetismo. E’ Valentino stesso
a suscitare il desiderio di Proteo per Silvia, e “nella misura in cui cresce
il desiderio di Proteo per Silvia, cresce anche quello di Valentino, e
la sua eloquenza si fa più vivace”. Da questo “duplice legame mimetico”
si sviluppa poi la trama romanzesca della commedia, fino alla pacificazione
finale, secondo la convenzione del genere. René Girard cita
ancora una volta il “cruciale monologo” in cui Proteo è affetto
da quella che ho definito, spinozianamente, Fluttuazione dell’animo.
Temo che la mia devozione a Valentino si stia raffreddando,
che più non mi sia caro come un tempo.
Ah, io l’amo, la sua bella, ed anche troppo:
per questo amo lui, ora, tanto poco. Atto II, IV,
201-204
Prosegue lo studioso francese: “La rivalità mimetica costituisce la materia prima di tutta la letteratura drammatica e romanzesca. Gli unici a renderle giustizia sono i grandi scrittori creativi, i poeti tragici greci, Shakespeare e Cervanters, Molière e Racine, Dostoevskij e Proust, e pochi altri” E poco oltre: “La rivalità mimetica è sempre stata assente dagli schemi concettuali di filosofi, psicologi, sociologi, psicoanalisti, e perfino da quelli dei polemologi, questi esperti della guerra e dei conflitti” Girard ignora dunque l’apporto di Spinoza alla comprensione di questo “schema concettuale”, e il ruolo centrale dell’imitazione nella sua analisi delle passioni. Il passaggio da un linguaggio ricco di metafore come è quello di Shakespeare, da personaggi immersi dentro un flusso vitale di contraddizioni, a leggi derivate rigorosamente secondo il laborioso metodo geometrico di Spinoza, non è sempre agevole. Ma è incontestabile il muoversi parallelo, del drammaturgo e del filosofo, alle soglie della Modernità, verso la comprensione di “leggi generali del dinamismo degli affetti” ( secondo il titolo dato da Mignini alla sua ricostruzione della Terza parte dell’Etica) fondate sul mimetismo del desiderio.
8
Nei
Due gentiluomini di Verona ci troviamo, secondo Girard, al livello più
semplice del desiderio mimetico, di uno Shakespeare ancora giovanile. Ben
altra complessità la si riscontra nello Shakespeare più maturo
di altre commedie e tragedie. Grande importanza Girard attribuisce
al Sogno di una notte di mezza estate, in cui, dietro il velo della favola,
è all’opera il desiderio mimetico “strutturato scenicamente in un
sistema globale”. Invece di un unico rapporto (come quello tra Valentino
e Proteo), “qui abbiamo un aggrovigliarsi di interazioni mimetiche, una
lunga escalation di rivalità che al loro culmine giungono a un tale
grado di ferocia da sfociare nel caos più violento”.Anche nel Sogno
di una notte di mezza estate abbiamo a che fare con due copie di
innamorati. Ermia rifiuta di sposare Demetrio, impostole dal padre Egeo,
perché ama Lisandro, mentre Demetrio ha già dichiarato il
suo amore all'amica di lei, Elena, da cui è riamato. Secondo la
legge ateniese, il duca Teseo dà a Ermia quattro giorni di tempo
per obbedire al volere paterno, trascorsi i quali le toccherà morire
o far voto di castità. Ermia e Lisandro s’accordano ad abbandonare
Atene segretamente per sposarsi dove la legge non può colpirli,
e di trovarsi in un bosco a qualche miglio dalla città. Ermia rivela
il piano a Elena, che ne informa Demetrio. Questi insegue Ermia nel bosco,
e Elena Demetrio, sicché tutte e quattro si trovano nel bosco quella
notte. Una notte in cui accade di tutto. Ecco la sintesi di Girard: “ All’inizio
della notte, sia Lisandro che Demetrio sono innamorati follemente di Ermia,
e l’idea che uno dei due possa rinunciare a lei sembra assurda. In questa
commedia, il “vero amore” è il punto di vista ufficialmente adottato
dall’autore. Eppure, quasi subito accade l’impensabile, Lisandro abbandona
Ermia e si innamora di Elena…. Gli eventi si susseguono incalzanti durante
la notte: ancora non ci siamo ripresi dallo shock dell’infedeltà
di Lisandro, che Demetrio si dimentica a sua volta di Ermia e si innamora
di Elena. Appena un istante prima egli maltrattava la povera ragazza in
modo abominevole, insultandola ad alta voce ; ora lo vediamo sgolarsi
per decantarne la bellezza celeste… La prima cosa da notare è che,
sebbene i due giovani non siano mai innamorati a lungo di una delle due
ragazze, di volta in volta entrambi s’innamorano sempre della stessa ragazza….
“ I quattro giovani intessono tra di loro un complesso gioco di interazioni
mimetiche, che hanno le radici nel loro passato ed escono dalla
latenza favoriti dalla notte di mezza estate (e apparentemente stimolati
da un Demone messo alle loro calcagna da Oberon, il re delle fate). Per
arrivare subito al nodo essenziale della vicenda, in cui il desiderio mimetico
passa alternativamente dall’Amore all’Odio, dalla Letizia alla Tristezza,
e viceversa, e a volta a volta cambia l’oggetto d’amore, in rapporti
in cui, spinozianamente, “la Mente si sforza di immaginare solo quelle
cose che pongono la sua potenza di agire” (P. LIV), e quindi ricerca
i mezzi che l’immaginazione ritiene atti ad allontanare o distruggere gli
ostacoli (P. XXVIII) che si frappongono al desiderio,
la domanda che viene spontanea è quella se, nella struttura
dell’Etica, è prevista la crisi conflittuale, così come la
rappresenta Shakespeare e l’interpreta Girard. “La verità
è che, nel momento in cui destabilizza i loro rapporti reciproci,
la notte di mezza estate disintegra ciascuno dei quattro innamorati. Ciò
avviene tramite l’accelerazione della rivalità mimetica, un processo
identico a quello di destrutturazione o desimbolizzazione. Gli scambi ripetuti
di posizioni somigliano a un’altalena in cui uno dei due acrobati sale
e l’altro scende, e viceversa. Ciascun innamorato si sente dapprima enormemente
inferiore a uno degli altri, poi enormemente superiore: tutti e quattro
vivono la stessa esperienza, sebbene in tempi diversi, e ogni volta la
percepiscono come unica. Man mano che ci si avvicina al culmine della notte
di mezza estate, ogni differenza reale tende a scomparire, mentre le differenze
immaginarie tendono a ingigantirsi, pur avendo perso ogni stabilità”.
Non solo i giovani vivono una crisi mimetica, ma tutti gli altri protagonisti
della commedia. Gli artigiani che vogliono mettere in scena Piramo e Tisbe
per festeggiare a loro modo il matrimonio di Teseo, lo stesso mondo soprannaturale
che si scatena nel bosco nel conflitto tra il re e la regina delle fate,
e di cui non vanno esenti neppure Teseo e Ippolita, che si preparano a
celebrare le loro nozze. E’ questo il nucleo, non solo dell’analisi
di questa commedia, ma di tutta l’antropologia girardiana (Menzogna romantica
e verità romanzesca, La violenza e il sacro, Delle cose nascoste
sin dalla fondazione del mondo, Il capro espiatorio, L’antica via degli
empi) : il venir meno delle differenze provoca la crisi mimetica che cerca
uno sbocco nella violenza, fino alla restaurazione delle diverse
identità minacciate.
“Chiamo
Schiavitù l’impotenza umana nel moderare e reprimere gli affetti;
l’uomo infatti, soggetto ad essi, non è padrone di sé ma
in preda alla fortuna in modo tale che a volte è costretto a seguire
il peggio anche se vede il meglio” E’ il preludio della Parte Quarta dell’Etica.
E’ fin troppo chiaro che tutti i personaggi, nella notte di mezza estate,
siano asserviti ai loro oscillanti desideri mimetici, incapaci di
fissarsi con stabilità su uno o l’altro oggetto d’amore. Ancora
una volta è Labriola che può guidarci in queste pagine dell’Etica,
avendo posto al loro centro il principio dell’imitazione. “Siccome noi
proviamo la laetitia e la tristitia che affettano gli altri qualora a questi
sentimenti possiamo associare le rappresentazioni delle cause esterne,
queste devono diventare necessariamente oggetto del nostro amore
e del nostro odio (Parte III, P. XXVII, Corol.I) .” Ora se noi medesimi
siamo causa della laetitia o della tristitia altrui contemplando gli altri
in questi affetti, dobbiamo necessariamente associarvi la rappresentazione
di noi medesimi come cause efficienti (idem, P.XXX)” Sia Lisandro
che Demetrio , innamorati all’inizio entrambi di Ermia, a un certo punto
si rivolgono simultaneamente a Elena. Il precedente oggetto
d’amore diventa un bersaglio di odio e di scherno “Se uno ha incominciato
ad avere in odio la cosa amata così da abolire completamente l’Amore,
a parità di causa la tratterà con più odio che se
non l’avesse mai amata e tanto maggiore sarà l’odio quanto maggiore
sarà stato,prima, il suo Amore” (Etica, III, P. XXX) Lisandro dice:
Contento d’Ermia? Oh no, in verità mi pento
d’aver trascorso con lei tediosi istanti.
Non è Ermia, ma Elena, ch’io amo!
E chi non cambierebbe una cornacchia con una colombella?
La volontà dell’uomo è governata dalla sua ragione,
e la ragione dice che tu sei la più degna. Atto II,II, 110-115
Commenta
Girard: “Lisandro e Demetrio sono entrambi fermamente convinti che il loro
nuovo amore a prima vista sia il sentimento più spontaneo e razionale
che abbiano mai provato. Questa ‘razionalità’ è persino meno
convincente della pozione d’amore del Demone. Nello sforzo disperato di
essere all’altezza di Lisandro, Demetrio appare ancor più ampolloso
e stereotipato del suo rivale, pur se la differenza è trascurabile:
O Elena, mia dea, mia ninfa, perfetta, divina!
A cosa posso, amor mio, paragonare gli occhi tuoi?
Il cristallo è torbo. Oh come sempre più mi tentano
quelle tue labbra turgide, ciliegie da baciare!
Il bianco puro e gelido delle nevi sulla vetta del Tauro
spazzato dal vento d’oriente, diviene nero corvino
sol che tu levi la mano. Deh lascia ch’io baci
questo principesco candore, questo sigillo di letizia.
Atto III, II, 137-144
Labriola,
intorno all’imitazione spinoziana: “ Intanto per l’imitazione degli affetti,
noi siamo incitati ad amare ed odiare quello che i nostri simili
amano ed odiano. Posto ciò, se noi vediamo che gli altri amano,
odiano, o appetiscono le stesse cose che noi amiamo, odiamo o appetiamo,
i nostri affetti sono raddoppiati.” E questo raddoppiamento è ciò
che succede ai due rivali presi nella rete del desiderio mimetico
o, spinozianamente, dell’imitazione degli affetti. “ Noi amiamo quello
che gli altri amano e ci sforziamo di farlo nostro. Ma se l’oggetto di
quell’amore non può essere posseduto che da uno solo, sarà
massimo il nostro sforzo per conseguirlo, e qualora che ne rimaniamo privi,
la tristizia che noi proviamo si determina come invidia” (idem, P. XXXII).
Lisandro e Demetrio, accecati dal desiderio, si sfidano a duello, per togliere
di mezzo l’ostacolo frapposto alla realizzazione del loro amore. Non è
il caso di seguire Girard nell’analisi minuziosa della commedia.
Basti dire che il rapporto tra le due donne rispecchia simmetricamente
quello dei due uomini, così come succubi della stessa
crisi mimetica sono tutti gli altri personaggi. “La notte di mezza estate
non è una descrizione dei ‘complessi’ o della ‘nevrosi’ di
questo o quel personaggio, ma una noche oscura che influisce su tutti i
personaggi allo stesso modo e nella stessa misura – una dolorosa prova
collettiva che alla fine si trasforma in un rito di passaggio, da tutti
portato a termine con successo”
Al
termine della notte abbiamo un’apparente ritorno alla ragionevolezza. Girard
lo chiama un rito di passaggio. Potremmo definirlo, con Spinoza,
un passaggio dal primo al secondo genere di conoscenza? L’immaginazione
(nel Sogno di una notte di mezza estate intensificata dalla presenza
di interventi soprannaturali di spiriti e folletti), che ha provocato tutto
un susseguirsi di cambiamenti emotivi, cede il passo a una conoscenza più
razionale. La Mente dei protagonisti, asservita a passioni contrastanti,
si libera in parte dalla passività che minacciava la loro stessa
autoconservazione. Sarebbe a questo punto agevole seguire, più che
Girard, lo stesso Shakespeare, e rintracciare puntualmente aspetti sempre
nuovi e sempre più complessi di convergenza tra la scoperta del
mimetismo del desiderio – in tutti i suoi camuffamenti – nel drammaturgo,
e dell’imitazione degli affetti nella Terza e Quarta parte dell’Etica.
Si tratta, in altre parole, del doppio vincolo che intreccia tra
di loro le passioni umane. Uscendo dall’ambito delle commedie, e
dal tradizionale lieto fine insito nel genere, la domanda che dobbiamo
porci riguarda la questione del tragico. E’ possibile un incontro
tra Shakespeare e Spinoza anche sul terreno della tragedia, là dove
il conflitto interpersonale diventa distruttivo e autodistruttivo?
9
In
un saggio di Stefano Mistura, La costellazione Freud-Spinoza, (in
Attraverso lo Zuiderzee), riassuntivo anche della letteratura dedicata
ai rapporti tra la psicoanalisi e lo spinozismo, il punto di maggiore divergenza,
che tuttavia non intacca la fondamentale affinità tra le due teorie,
viene indicata nella “pulsione di morte”, introdotta dal secondo Freud
nella sua concezione dell’apparato psichico. Se pure il conatus spinoziano
può essere paragonato alla libido freudiana, esso si differenzia
per essere una forza unitaria rispetto al dualismo delle forze pertinenti
all’essere vivente , che è una costante del pensiero di Freud. “Nel
momento in cui Freud- scrive Mistura - sussume la libido nel più
ampio concetto di Eros che contrappone alla forza disgregante di Thanatos,
definisce la sua più grande distanza da Spinoza”. In tutta l’Etica
viene infatti ribadito che cose di natura contraria non possono coesistere
nel medesimo soggetto. Sia Freud che Spinoza, in ogni caso, confluiscono
nella ricerca di una via di salvezza , dalle passioni o dai mali psichici,
più lineare e ottimistica nel filosofo, più tortuosa e pessimistica
nell’inventore della psicoanalisi. Sembrerebbe difficile, in un contesto
che vuole abolire il concetto stesso di morte, pensare il tragico, che
al contrario assume una grande rilevanza nel pensiero di Freud, con proiezioni
anche nell’indagine letteraria (da Shakespeare a Dostoevskij ). Se passiamo
dalla psicoanalisi alla concezione mimetica del desiderio di Girard , in
primo luogo sarebbe da chiarire la polemica condotta da quest’ultimo
nei confronti di Freud, soprattutto per il misconoscimento dell’essenza
stessa del desiderio: “ Tutte le volte che la contraddizione del desiderio
mimetico fa pressione su di lui, e gli si impone oscuramente senza
che riesca a trarla alla luce, Freud si rifugia nella nozione di ambivalenza.
L’ambivalenza rimanda a un soggetto isolato, il soggetto filosofico tradizionale,
una contraddizione situata nel rapporto, il double bind inafferrabile”
(R. Girard, La violenza e il sacro). L’imitazione spinoziana degli affetti,
non produce, anche a questo livello, un rovesciamento del soggetto filosofico
tradizionale, immergendo la via di salvezza in un progressivo chiarimento
e superamento del double bind affettivo e passionale?
Di
quale soggetto, dunque, si tratta in Spinoza? In primo luogo
è un soggetto che si forma all’interno di una complessa rete di
relazioni col mondo esterno. Come ha scritto acutamente Lucia Nocentini,
discutendo le differenze della concezione di Spinoza nell’Etica,
sia nei confronti di Cartesio che del suo stesso giovanile Breve trattato:
”E’ fondamentale rilevare che nell’Etica la trattazione delle passioni
affonda le sue radici nella teoria dei corpi, che non era invece presente
nel Breve trattato; ne deriva che le passioni non hanno più come
loro ‘causa prossima’ la conoscenza, bensì esse possiedono, quale
loro inscindibile correlato, l’immaginazione, ovvero le ‘immagini?
Quali affezioni del corpo. L’interconnessione con il mondo circostante,
e dunque con le cause esterne, diventa così il fattore determinante:
la stessa liberazione cui l’etica tende, non è più da concepirsi
come distanziamento rispetto alle determinazioni circostanti e rifugio
nella roccaforte dell’io; ma, all’opposto, come capacità di conoscenza
che ci metta in condizione di essere compotes delle cause esterne, così
da diventare consapevolmente compartecipi della loro stessa potenza”( Ethica.
Anno XII, n.2). O ancora, per dirla con Rensi: “ “L’io non è
che il giuoco e il conflitto degli stati affettivi. Non c’è
un io fuori e indipendente da essi, imparziale tra essi e ad essi superiore
che li diriga, o guidi, o domini; e solo avviene che una passione domina
un’altra passione”. E questo concatenamento resta valido anche quando prevalga,
sull’imitazione degli affetti, l’amore di sé, che del resto, per
Spinoza, resta il requisito fondamentale di ogni individuo
di perseverare nel proprio essere. Girard analizza questa specificità
invertita del mimetismo in altre commedie shakespeariane, Come vi piace,
La dodicesima notte ecc.- “ Il termine narcisismo – scrive – al giorno
d’oggi è usato comunemente come sinonimo dell’’amore di sé’
degli elisabettiani. Parlare di narcisismo invece che di amore di
sé sembra più scientifico, ma il significato è lo
stesso”. L’amore di sé tende ad asservire gli altri ed è
viceversa rafforzato da chi si rende succube nei suoi confronti. In Come
vi piace è Febe che si serve di Silvio “come di uno specchio adulatore:
imita il suo desiderio per lei e ammira alla stessa adulazione che la trasfigura
agli occhi del giovane:
…. Non è lo specchio
che la fa insuperbire, sei tu, e solo in te
lei si vede più bella che non provino
le sue fattezze.
Atto III, V, 54-56
Anche
questa particolarità del mimetismo può essere rintracciata
in Spinoza nella tematica degli “eccessi” che trasformano in “cattivi”
affetti che in sé non sono negativi. Ed è nell’”eccesso”
(Parte IV, P. XLIV. “L’amore e il desiderio possono essere in eccesso”),
per cui gli uomini, pur vedendo il meglio, seguono il peggio, una possibile
precipitazione dell’elemento conflittuale nella violenza e nel tragico.
10
Girard
parla di Shakespeare come estremamente, quasi filosoficamente, consapevole
della sua scoperta “rivoluzionaria”, che addirittura avrebbe cercato di
camuffare con la sua arte poetica, od occultare, creando due livelli
di comunicazione : uno per gli spettatori meno esigenti, a cui offrire
un velo di conflitti sentimentali apparentemente tradizionali, e l’altro
per una cerchia più colta di iniziati, ai quali rivelare la
verità scandalosa del mimetismo. Scandalosa perché
dimostra che l’uomo non è padrone in casa sua, nella sua coscienza,
ma determinato nelle sue scelte, nei suoi desideri dalla complessa rete
di relazioni mimetiche, per cui l’io non è che il giuoco dell’imitazione
e dell’emulazione, e quindi non esiste libertà del volere.
E’ in questa prospettiva di riduzione della soggettività umana
a campo di forze conflittuali, che Shakespeare è stato visto, da
Harold Bloom, come il centro del “canone occidentale”, da cui dipende tutta
la successiva letteratura, e non solo. Anche Freud, secondo Bloom,
e la sua scoperta dell’inconscio, deriverebbe dalla lettura dei drammi
di Shakespeare. Dalla sua angolazione ce lo ripete Girard,
che critica la nozione freudiana di inconscio, in quanto rimanderebbe al
soggetto isolato della filosofia tradizionale, ma che in Shakespeare
trova il nucleo fondante della teoria del desiderio mimetico. Lasciando
in sospeso la questione dei rapporti tra “inconscio” e “mimetismo
del desiderio”, la domanda che mi pongo è perché, in queste
letture manca qualsiasi riferimento a Spinoza e alla sua analisi delle
passioni, sia per quanto riguarda l’”inconscio”, sia per quanto riguarda
il “desiderio mimetico”.
Grava
su Spinoza la tradizione storiografica che si tratta, la sua, di una filosofia
razionalista, e come tale estranea alla fluidità e alla ricchezza
della vita. Inoltre ,la bardatura della rigorosa deduzione geometrica,
accentua il sospetto di rigidità, meccanicismo, in letture
che non ne approfondiscano il movimento complesso di adesione
a un’esperienza esistenziale. Inoltre il suo latino scarnificato,
in un’epoca in cui l’analisi linguistica ha assunto, in filosofia
e in poesia, un’importanza determinante, non favorisce l’accostamento
ai suoi testi da parte di chi – per caso o per studio – non ne sia stato
folgorato. Così due studiosi eminenti come Bloom e Girard
possono tranquillamente ignorare la sua esistenza nei loro libri su Shakespeare.
Ma non è stato sempre così. Per Goethe, F. Schlegel, il movimento
romantico tedesco, i nomi di Shakespeare e Spinoza vengono spesso accomunati
come fonti di conoscenza della natura. E ai nostri tempi, un filosofo
dello spessore di Gilles Deleuze , accosta il suo nome alle esperienze
ancora più dirompenti (e irrazionaliste) di Hoelderlin, Kleist,
Nietzsche. “Uno storico della filosofia tanto rigoroso come Victor Delbos
era sorpreso da questo fatto: il doppio ruolo di Spinoza, modello esteriore
assai elaborato, ma al tempo stesso segreto impulso interno; la doppia
lettura di Spinoza, da un lato lettura sistematica alla ricerca dell’idea
di insieme e dell’unità delle parti, ma d’altra parte, contemporaneamente
lettura affettiva, senza idea dell’insieme, in cui si viene coinvolti o
depositati, messi in movimento o in quiete, agitati o tranquillizzati secondo
la velocità di questa o quella parte. Chi è spinozista? “
( Gilles Deleuze, Spinoza Filosofia Pratica). Spinoza e Shakespeare,
dunque, in costellazioni inedite che, più che porsi l’obiettivo
di individuare una teoria estetica in Spinoza, si attestano
su un terreno di lettura comparata tra opere letterarie
e filosofiche nella costituzione di quella che possiamo definire una sensibilità
psicologica moderna.
11
Quando
si passa a testi shakespeariani ancora più complessi come Troilo
e Cressida, il Giulio Cesare, l’Amleto , nei quali Girard vede realizzata
pienamente la sua concezione della crisi mimetica che coinvolge un’intera
società , fino a quello che potremmo definire, con Spinoza, un ritorno
allo stato di natura , in cui gli uomini, aspirando tutti, in egual maniera,
al primato, “vengono a contese e si sforzano quanto più possono
di sopraffarsi l’un l’altro” (Trattato politico), più che a un rapporto
tra Shakespeare e Spinoza, occorrerebbe affrontare il rapporto
tra Spinoza e Girard, a partire dall’esegesi del testo biblico, e dalle
rispettive concezioni del sacro e del divino. E’ una ricerca che
esula dal limite che mi sono posto in questo articolo. Basti qui accennare
a una relativa convergenza nel vedere in Cristo una figura
di trascendimento, in una dottrina dell’amore, o del “lume naturale”,
delle passioni e della violenza nell’amore di Dio. Girard rimuove Spinoza
dal suo orizzonte di lettura del desiderio mimetico. A lui si può
rivolgere il rilievo che Harold Bloom fa a Freud , cioè di
essere sostanzialmente uno Shakespeare messo in prosa. Shakespeare e Spinoza,
procedendo autonomamente, all’inizio della Modernità,
scoprono una dinamica affettiva che teorie antropologiche o psicologiche
dei nostri tempi hanno riscoperto e battezzato con nuovi nomi, siano
la psicoanalisi, nelle sue diverse varianti, che la scuola di Bateson del
“doppio vincolo” o il “desiderio mimetico” di Girard in tutte le
sue feconde applicazioni, dalle analisi di testi letterari alle analisi
dei miti.
Secondo
Girard l’autentico superamento della crisi mimetica, e della violenza delle
infinite ritorsioni che ha termine con il sacrificio di un capro espiatorio,
la si trova nel messaggio evangelico del Cristo, che rinuncia a chiedere
vendetta contro i suoi uccisori ma chiede per loro il perdono. (Messaggio
che i cristiani non hanno mai seguito nella loro storia millenaria). Girard
legge addirittura la nausea di Amleto a compiere la sua vendetta
come desiderio di uscire dall’inconcludente circolo mimetico della vendetta,
una sorta di imitatio cristologica.. Anche Spinoza, nella Quinta
Parte dell’Etica, La potenza dell’intelletto ossia la libertà umana,
va alla ricerca di una via d’uscita dall’infinita catena dell’imitazione
degli affetti che lega gli uomini in un’alternanza d’amore e di odio,
di letizia e di tristezza, attraverso , in primo luogo, un concetto chiaro
e distinto delle stesse, e poi attraverso una più ampia comprensione
dei poteri della Mente.” Tutto ciò che la Mente comprende
sotto specie di eternità, lo comprende non perché concepisce
la presente esistenza attuale del Corpo, ma perché concepisce l’essenza
del Corpo sotto specie di eternità” (Parte IV, p. XXIX). E’ il terzo
genere di conoscenza, la scienza intuitiva del Tutto, che slegandosi da
altri desideri e trasformandosi in amore intellettuale di Dio,
non solo ci libera dalla passività ma ci innalza ad
una superiore consapevolezza. Per Spinoza (come per Shakespeare),
la chiave per raggiungere questa “maggiore perfezione” (la “gioia accompagnata
dall’idea di Dio come causa”, p. XXXII), è l’affrancamento
dal “desiderio mimetico”, o dalla “imitazione degli affetti”.
La
purificazione mimetica a cui Shakespeare perviene negli ultimi drammi,
Il racconto d’inverno e La tempesta, trova dunque un corrispettivo
nella Quinta Parte dell'’Etica.. Dopo avere attraversato l’inferno mimetico
fino alle sue estreme conseguenze dell’odio, della vendetta e dell’omicidio,
Leonte, nel Racconto d’inverno, che per questioni di futile gelosia
ha soppresso ( o creduto di sopprimere), la moglie e la figlia , quando
se la ritrova di fronte trasformata in una statua, o ritenuta tale,
avviene, secondo Girard, e per la prima volta nel teatro shakespeariano,
un rigetto del desiderio mimetico. Come è noto – ma neppure gli
spettatori ancora lo sanno - la statua è la stessa Ermione,
moglie di Leonte, che è rimasta nascosta per quindici anni in casa
di un’amica. Si ha dunque un “effetto resurrezione” (come nei
Vangeli) quando gli spettatori scoprono – insieme a Leonte – che la statua
è la stessa Ermione vivente. “La scena della statua mostra
un ribaltamento unico del rapporto tra verità e illusione, tra essere
e non essere, quale si trovava in Shakespeare prima del Racconto d’inverno.
Nelle commedie e nelle tragedie, lo slancio principale andava sempre in
direzione di una mimesi e di un’illusione metafisica crescenti. Cose che
a prima vista erano apparse autentiche si rivelavano immaginarie (…)Trionfava
il nulla. (…). La fine del Racconto d’inverno è completamente diversa.
Questa volta il trionfo dell’Essere è autentico, e non più
legato a una morte sacrificale. (…) A mio avviso – scrive Girard – Il racconto
d’inverno e la sua conclusione sono il resoconto indiretto di una esperienza
creativa basata sulla crescente convinzione, da parte dell’autore,
che la sua ferocia passata nei confronti delle vittime del desiderio mimetico
era alimentata dalla virulenza della malattia in se stesso”. Anche nella
Tempesta, nonostante la presenza di tutti i temi essenziali legati
alla seduzione mimetica, Shakespeare , quando Prospero
rinuncia al suo desiderio di vendetta contro il fratello usurpatore, mostra
una via di superamento del mimetismo. Non posso , in questo contesto, andare
oltre una generica analogia tra la crescente consapevolezza di Shakespeare
della necessità di trascendere il mimetismo e il percorso dalla
Terza alla Quinta Parte dell’Etica .”L’Etica del libro V – ha scritto Deleuze
– è un libro aereo, di luce, che procede per lampi” (Spinoza e le
tre ‘Etiche’) Quando la Mente è occupata sommamente da Dio, dice
Spinoza, è immune da passioni e soprattutto dall’odio. .Parte
V, P. XX: “ Questo amore verso Dio non può essere contaminato da
affetti di Invidia o di Gelosia; anzi, tanto più è alimentato
quanto più numerosi sono gli uomini che immaginiamo uniti con Dio
dal medesimo vincolo di Amore”. L’Invidia e la Gelosia sono le passioni
predominanti nell’oscuro mondo del desiderio mimetico o dell’imitazione
degli affetti. Il Teatro dell’Invidia intitola Girard il suo libro
dedicato a Shakespeare, che vede in alcune celebri figure come la
Cordelia del Re Lear, Amleto, Leonte e Prospero (congiunte all’esperienza
soggettiva dello stesso Shakespeare), l’esigenza di spezzare il cerchio
infernale e nichilistico del mimetismo. E certo non si può
pretendere, da personaggi drammatici, che arrivino alla beatitudine spinoziana
fondata sul terzo genere di conoscenza, che” non è il premio
della virtù ma la virtù stessa” (Parte V, P.. XLII).. Infatti,
come si dice nello Scolio conclusivo dell’Etica, “ come potrebbe
accadere che la salvezza fosse trascurata quasi da tutti se fosse a
portata di mano e la si potesse trovare senza grande fatica? Ma tutte le
cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare”.
1.
L’articolo vuole mettere in luce la complessità di Spinoza nella
concezione dell’amore e del desiderio e la sua convergenza con ricerche
psicologiche e antropologiche più recenti. L’analisi delle
passioni compiuta nella terza e quarta parte dell’Etica viene messa a confronto
con il teatro shakespeariano, partendo dalla lettura di René
Girard in Shakespeare. Il teatro dell’invidia (Adelphi 1998). Come è
noto, la chiave di volta della teoria girardiana, rintracciata sia
nelle analisi delle religioni primitive che della tragedia greca, sia nella
costituzione dei miti che nelle trame dei romanzi di Cervantes, Flaubert,
Dostoevskij e Proust, e soprattutto del teatro shakespeariano, è
il desiderio mimetico. Con questa teoria viene contestata, da Girard,
la visione del soggetto isolato, sia della filosofia tradizionale,
sia, a suo parere, di Freud e della psicoanalisi. Il soggetto si costituisce
in un’interazione col desiderio degli altri. Noi non desideriamo di possedere
l’oggetto del nostro amore per una pulsione autonoma , ma perché
o siamo stati contagiati dal desiderio di un altro, o perché
ci è stata additata una donna come dotata di straordinaria
bellezza, virtù ecc., o perché l’altro , possedendola, ci
riempie d’invidia per il suo successo e induce anche noi a desiderarla.
In ogni caso, secondo Girard, il desiderio è sempre triangolare,
e si manifesta in innumerevoli sfumature. Tutto il teatro shakespeariano,
da I due gentiluomini di Verona a La tempesta, è fondato sulla consapevolezza
sempre più profonda di questa dinamica dell’affettività
umana, che sfocia nelle grandi crisi mimetiche del Sogno di una notte di
mezza estate, di Troilo e Cressida, del Giulio Cesare e dell’Amleto. Nell’articolo
si cerca di dimostrare come Spinoza, nella sua “geometria delle passioni”
abbia raggiunto la stessa consapevolezza shakespeariana nell’analisi del
“desiderio quale essenza stessa dell’uomo” Lo stesso concetto di desiderio
mimetico può essere rintracciato in quella che Spinoza chiama “imitazione
degli affetti”, sotto la cui categoria ritengo – seguendo in questo Antonio
Labriola - si possa raccogliere l’analisi spinoziana delle passioni.
Desiderio mimetico o imitazione degli affetti. Il campo di applicazione
è inesauribile e nell’articolo si danno solo alcuni esempi
di raffronto nelle dinamiche affettive dei rapporti tra i personaggi
di alcune commedie e tragedie di Shakespeare. Ma il riscontro può
essere ulteriormente esteso su tutto l’arco non solo del teatro di Shakespeare
ma di ogni opera letteraria che abbia al suo centro la tematica della conflittualità
dei desideri umani e anche nella nostra vita o, più
in generale, nelle teorie psicologiche del “doppio vincolo” (scuola di
Bateson) o antropologiche del desiderio.E inoltre la stessa teoria andrebbe
verificata nell’esegesi del testo biblico. Non si tratta, in sostanza,
di fare della critica letteraria, ma di trasformare anche le opere
letterarie in fonti di conoscenza. Recuperare anche questo aspetto di Spinoza
(da affiancare, se vogliamo, agli studi che sono stati fatti sui
rapporti tra Spinoza e la psicoanalisi), significa aggiungere un
altro capitolo alla sua sconcertante modernità.
2.
Infine, così come Shakespeare, negli ultimi e problematici drammi
del Racconto d’inverno e della Tempesta, tenta , in alcuni personaggi
drtammatici, la via di uscita dal circolo infernale del mimetismo,
un analogo percorso è presente in Spinoza nel passaggio dalla Terza
e Quarta alla Quinta Parte dell’Etica, definita da Deleuze “ un libro aereo,
di luce, che procede per lampi”, nell’Amore intellettuale di Dio. P. XX
“ Questo amore verso Dio non può essere contaminato da affetti di
Invidia e di Gelosia; anzi, tanto più è alimentato quanto
più numerosi sono gli uomini che immaginiamo uniti con Dio dal medesimo
vincolo di Amore”.
3.
In altre parole, tento di dimostrare la complessità che assume nell’Etica
il concetto stesso di amore, lontano da qualsiasi possibilità di
confusione romantica del desiderio lineare nel rapporto tra soggetto
e oggetto d’amore, e la sua assunzione in un circolo di intrecci mimetici
o geometrici.