Anno XIII (2001), n. 2 - Maggio 2001
Responsabile: Dott. G. Graziosi - Autorizzazione
del Tribunale di Bologna n. 5738 del 5 maggio 1989
Notiziario trimestrale dell'Associazione
per l'Aedes Spinozana d'Italia
presso Graziosi-Prestel, vle Roma,
9 - 40139 Bologna
Bulletin trimestrel de l'Association
pour l'Aedes Spinozana d'Italie
Quaterly news of the Association for
the Italia Aedes Spinozana
Gustavo Cevolani: Einstein
e Spinoza
Ilaria Cotogni: Un
problema di consapevolezza
Giovanni Graziosi: Isole
nella corrente
Lucia Nocentini: I
fenomeni naturali della civitas: la concezione spinoziana dello
Stato, individuo di individui
Paolo Zizi: Il "sistema"
metafisico di Spinoza
La venticinquesima uscita di una pubblicazione che da più di dodici anni viene espressa dalla dedizione a un ideale di meno di dieci persone e dalla simpatia di altre quattro o cinque costituisce comprensibilmente, per quella dozzina di umani, un motivo di intensa consolazione. I nostri ventidue lettori vorranno dunque considerare con indulgenza la gioia e l’orgoglio con cui presentiamo questo numero del nostro Notiziario, certo uno dei più ricchi e vari finora prodotti, nel quale la visione spinozana è presente da un capo all’altro – e con essa, a ben guardare, è presente l’urgenza pedagogica che era nostra ancor prima che conoscessimo lo Spinoza.
Certo esistono media ben più diffusi e potenti del nostro “Ethica”, grazie ai quali la stupidizzazione del genere umano procede con l’imponenza e l’incontenibilità del Mississipi. Noi, il cui orientamento spirituale nativo ha trovato la sua espressione nel nos nostro officio functos esse, non ci lasciamo impressionare: se avremo dato quanto possiamo, sapremo che lo sforzo della miglior parte di noi s’accorda con l’ordine dell’intera Natura.
Che l’Infinita Concatenazione delle Cause conservi alle nostre anime questo atteggiamento, e – se possiamo permetterci di suggerirglielo – ci renda per esso un poco più utili al nostro prossimo!
Gustavo Cevolani, dell’Ae.S
Un confronto fra Spinoza e Albert Einstein,
geniale scienziato d’inizio Novecento e padre della fisica contemporanea,
potrebbe sembrare azzardato se non fosse per l’ampio numero di citazioni
che Einstein stesso dedica al filosofo nelle sue opere non strettamente
matematiche. Questo fatto potrebbe a sua volta apparire null’altro che
una curiosità, ma è in realtà l’indizio di una profonda
familiarità del fisico tedesco col pensiero e le idee di Spinoza,
come vorrebbero mostrare le brevi note seguenti.
Credo che tre siano i fili principali
che legano Einstein all’esperienza intellettuale di Spinoza. In primo luogo,
e a livello generale, il sentimento che Einstein chiama “religiosità
cosmica”; legata a questo, la convinzione “metafisica” in una causalità
fisica compiuta; e infine, a livello anche biografico, l’appartenenza a
quella “comunità degli eretici” che Einstein sentiva di condividere
con il filosofo di Amsterdam. Nelle righe che seguono cercherò di
illustrare questi punti mediante alcune citazioni dalle opere di Einstein
e qualche breve commento.
La religiosità cosmica (1)
è l’espressione più alta del sentimento religioso dell’uomo,
in quanto contrapposta a quell'insieme di norme e dottrine che costituiscono
invece la religione tradizionale. Secondo Einstein, tutte le dottrine religiose
convenzionali, quali quelle incarnate dalle diverse Chiese esistenti, sono
sbagliate in quanto dogmatiche, e quindi in contrasto col pensiero razionale
e con la scienza. Tale rifiuto, tuttavia, non equivale né porta
all’ateismo, a meno che con “ateo” si voglia indicare chi non crede in
un dio antropomorfo e agente nel mondo in quanto soggetto superiore e distinto
(2) .
Esclusi infatti i dogmi tradizionali,
rimane per Einstein un più generale e profondo sentimento religioso
comune a tutti gli uomini, impersonale, non in contrasto con il pensiero
razionale e scientifico e da cui le dottrine tradizionali stesse hanno
forse preso origine (3) . Tale sentimento consiste
nel riconoscere una unità nel mondo o nella natura, una sorta di
leibniziana “armonia prestabilita” che si rivela in primo luogo nella nostra
conoscenza del mondo stesso (4) .
Proprio nella conoscenza scientifica,
cioè nella conoscenza razionale dei nessi causali fra le cose, Einstein
trova i fondamenti sia del rifiuto della religione convenzionale sia della
corretta interpretazione del sentimento religioso, e conseguentemente dell’etica
e della morale. Per lo scienziato, infatti, le stesse generalissime leggi
causali della fisica governano tutti gli eventi naturali: dalla caduta
di una pietra, al lancio di un proiettile, alla stessa volontà umana.
In questo senso, la necessità fisica esclude per principio l’esistenza
di un essere superiore simile a noi e che in modo simile a noi possa agire
nella natura al di fuori di queste leggi necessarie. Le religioni tradizionali
basate su una tale immagine dell’essere supremo sono dunque semplicemente
errate: è allora impossibile un accordo fra scienza e religione
e, nel confronto, quest'ultima deve soccombere.
D’altra parte nella stessa conoscenza
razionale si fonda la religiosità dell’uomo: “…il sapiente è
compenetrato dal senso della causalità per tutto ciò che
avviene. [...] La sua religiosità consiste nell’ammirazione estasiata
delle leggi della natura; gli si rivela una mente così superiore
che tutta l’intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è
al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo” (5)
. Per questo, al contrario della religione tradizionale, la religiosità
cosmica è in “mirabile accordo” con la scienza e il pensiero razionale,
e di questo si nutre:
“È certo che alla base di ogni
lavoro scientifico un po’ delicato si trova la convinzione, analoga al
sentimento religioso, che il mondo è fondato sulla ragione e può
essere compreso. […] Questa convinzione legata al sentimento profondo
della esistenza di una mente superiore che si manifesta nel mondo dell'esperienza
costituisce per me l’idea di Dio; in linguaggio corrente si può
chiamarla ‘panteismo’ (Spinoza)” (6) .
Questa è forse la definizione più esatta della posizione religiosa di Einstein, che egli stesso precisa citando il nome di Spinoza. In questa visuale credo che vada letto il celebre motto di Einstein, “Dio non gioca a dadi”, più volte riaffermato, in particolare nelle lettere all'amico e collega Max Born (7) relativamente all’interpretazione non-determinista e probabilistica della meccanica quantistica. Il fermo rifiuto della soluzione di Born a questi problemi nasce proprio dall’identificazione fra il carattere necessario delle leggi causali e la comprensibilità della natura, che secondo Einstein viene negata dall’interpretazione teorica dell’amico.
Nella religiosità cosmica si
trova dunque l’idea stessa della conoscibilità del mondo, in quanto
armonia di leggi causali. È interessante sottolineare che è
la stessa fede in una assoluta causalità fisica, cioè in
una visione sostanzialmente materialista e determinista del mondo, che
porta Einstein a ritenere impossibile l’esistenza di una divinità
in senso tradizionale ma contemporaneamente a riconoscere un’impronta superiore
e divina nella struttura del mondo stesso. Riconoscere e ammirare l'assoluta
necessità delle cose (svelata a tratti dalle leggi della fisica)
è il primo passo verso un genuino pensiero religioso: passo compiuto
secondo Einstein dai grandi pensatori di tutti i tempi, e in particolare
da Democrito e Spinoza, gli unici così radicali e conseguenti
“nella ferma credenza nella causalità fisica, una causalità
che non si arresta neanche di fronte alla volontà dell’homo sapiens”
(8) .
La necessità naturale, quindi,
non solo non distrugge in alcun modo la possibilità del sentimento
religioso (costituendone anzi il fondamento) ma in particolare non vieta
la possibilità di una morale genuina. Potrebbe sembrare che, in
una visione perfettamente causale della natura, la dimensione spirituale
umana venga relegata a un insignificante ingranaggio del meccanismo: al
contrario, è proprio nella contemplazione di quella causalità
che l’uomo può riconoscere la presenza di qualcosa trascendente
l’individuo e la via per una propria realizzazione in quanto essere libero.
“Essere religiosi”, dice Einstein, significa “essere liberi dalle catene
dei propri desideri egoistici”: e tali catene vengono spezzate primariamente
nel riconoscere la dimensione “divina” del mondo, indipendentemente dalla
sua identificazione con un qualsiasi Essere supremo (9)
.
In questo senso, non solo scienza e
religione si accordano (10) , ma la prima può
costituire una via d'accesso alla seconda: “Come può la religiosità
cosmica comunicarsi da uomo a uomo, se non conduce ad alcuna idea formale
di Dio né ad alcuna teoria? Mi pare che sia precisamente la funzione
capitale dell’arte e della scienza il risvegliare e mantenere vivo questo
sentimento fra coloro che hanno la facoltà di raccoglierlo”(11)
. Se il vero scopo della religione è quello di indicare all’uomo
la strada per liberarsi dagli appetiti e dalle paure egocentriche, in questo
essa è coadiuvata dalla scienza, che mostra la possibilità
stessa di questo intento nel suo continuo sforzo di unificazione razionale
trascendente il singolo individuo (12) . D’altra
parte, in questo momento di tensione morale verso una dimensione superiore
risiede l’essenza stessa dell’etica, il cui esercizio risulta indispensabile
dal momento in cui la scienza (intesa come pensiero razionale) ci dice
“ciò che è, ma non ciò che dovrebbe essere” (13)
: “Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e
in che senso egli è giunto a liberarsi dell’io” (14)
.
In questo modo Einstein esprimeva a
più riprese la propria religiosità, l’estraneità da
qualsiasi Chiesa e la vicinanza alla filosofia etica di Spinoza:
“I geni religiosi di tutti i tempi
risentono di questa religiosità cosmica che non conosce né
dogmi né Dei concepiti secondo l'immagine dell’uomo. Non vi è
perciò alcuna Chiesa che basi il suo insegnamento fondamentale sulla
religione cosmica. Accade di conseguenza che è precisamente fra
gli eretici di tutti i tempi che troviamo uomini penetrati di questa religiosità
superiore e che furono considerati dai loro contemporanei più spesso
come atei, ma sovente anche come santi [...].
Sotto questo aspetto uomini come
Democrito, Francesco d’Assisi e Spinoza possono stare l'uno vicino all'altro”
(15) .
L'affinità che lo unisce a Spinoza
è avvertita da Einstein anche sotto questo aspetto: di essere entrambi
annoverati nel numero degli “eretici”, cioè di coloro che negano
l’esistenza di un Dio antropomorfo e giudice del bene e del male. Un Dio
che ricompensa e punisce è inconcepibile per Einstein poiché
le azioni di un uomo sono “determinate dalla necessità, esterna
e interna, cosicché agli occhi di Dio egli non può essere
responsabile più di quanto un oggetto inanimato sia responsabile
per il moto di cui partecipa (16) . Questo tuttavia
non significa essere immorali, come abbiamo detto, dal momento che le basi
dell’etica sono completamente umane, non divine: “Per il sapiente il futuro
è del tutto necessario e determinato come il passato; la morale
non ha nulla di divino, è una questione puramente umana” (17)
. Interrogato da un rabbino sull’esistenza di Dio, Einstein rispondeva:
“Credo nel Dio di Spinoza che si rivela
nell’ordinata armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa
del destino e delle azioni degli esseri umani”.
La confusione fra dogmatismo e moralità
è appunto all’origine delle incomprensioni e delle condanne
cui va incontro chi, come Einstein e Russell (18)
, sostenga una religione “umana” e libera da vincoli dottrinali.
Tali incomprensioni, che ad Einstein
(al contrario di Spinoza) non costarono probabilmente null’altro che il
biasimo dei bigotti, si aggiungono tuttavia nel suo caso alle amarezze
arrecategli negli ultimi anni sia dalla situazione tedesca sia da quella
della fisica matematica. Fin dai tempi del suo esilio volontario
in America, Einstein si batterà contro il militarismo, l’antisemitismo
e il razzismo sempre più diffusi non solo in Germania; contemporaneamente,
si troverà a rifiutare l’interpretazione della fisica dei quanti
ormai accettata dall’intera nuova generazione di fisici, dai quali più
volte noterà d’essere considerato “un fossile sopravvissuto a un’epoca
preistorica”(19) . Fu forse da questa situazione buia
che nacque l’ironico commento di Einstein: “Solo due cose sono infinite,
l’universo e la stupidità umana: e non sono sicuro del primo”; certamente,
per suo stesso riconoscimento, ciò che gli permise di superare quella
situazione furono le sue convinzioni religiose nel senso definito in precedenza
(20) .
Nelle brevi note qui sopra ho cercato
di illustrare con esattezza i punti di contatto che mi sembrano esistere
fra il pensiero “filosofico” di Einstein e la personalità e le idee
di Spinoza. Sicuramente la riflessione di Einstein in morale non tenta
neppure di arrivare alla compiutezza e alla sistematicità della
teoria spinozana; mi sembra tuttavia innegabile una profonda familiarità
fra i due pensatori. Lascio giudicare al lettore in che misura tale affinità
possa venir giustificata a partire dalle pagine del testo di Spinoza.
_______________________________________________
NOTE
(1) L’espressione
traduce quella inglese “cosmic religious feeling”, usata da Einstein in
Religion and Science, un articolo scritto per il New York Times Magazine
del 1930 e ristampato ad esempio in A. Einstein, Come io vedo il mondo,
Newton Compton, Roma, 1975 (pp. 21-31), traduzione italiana di The world
as I see it, Philosophical Library, New York, 1949.
(2) In questo
senso, tale atteggiamento porta piuttosto all’eresia: si veda le note finali
di questo saggio.
(3) La nascita
dei culti antropomorfi o demoniaci (cioè di quella che Einstein
chiama “religione del terrore”) è anzi spiegata per Einstein proprio
dalla mancanza di una fisica progredita presso i popoli primitivi. Si veda
ad esempio Come io vedo il mondo, p. 23.
(4) Intervento
per la celebrazione dei sessant'anni di Max Planck (1918) presso la Società
di Fisica di Berlino. Ristampato in Einstein, Come io vedo il mondo,
citato, pp. 32-36.
(5) Einstein,
Come
io vedo il mondo, citato, p. 22.
(6) Ibidem,
p. 32.
(7) Si veda
(ad esempio p. 176) la raccolta Scienza e vita. Lettere 1916-1955,
Einaudi, Torino, 1973; traduzione italiana di Briefwechsel 1915-1955, del
1965, curato dallo stesso Born.
(8) Questo
giudizio sui due filosofi è espresso da Einstein in una lettera
all’amico Maurice Solovine (in A. Einstein, Opere scelte, Bollati
Boringhieri, Torino, 1988; p. 732), curatore di un’edizione dei frammenti
dell’atomista greco e fondatore (nel 1903), assieme a Einstein stesso e
a Konrad Habicht, di un cenacolo filosofico in cui Spinoza veniva discusso
accanto a Hume, Mach, Riemann e Poincaré.
(9) A. Einstein,
Out
of my later years, 1950; tradotto come Pensieri degli anni difficili,
Boringhieri, Torino, 1965; pp. 133 e seguenti.
(10) “La
scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza
è cieca”, scriveva Einstein nel 1941 (si veda Einstein, Pensieri,
citato, p. 135.)
(11) Einstein,
Come
io vedo il mondo, citato, pp. 25-26.
(12) Einstein,
Pensieri,
citato, p. 138.
(13) Ibidem,
pp. 109 e 133.
(14) Einstein,
Come
io vedo il mondo, citato, p. 28.
(15) Ibidem,
pp. 25-26.
(16) Ibidem,
p. 26.
(17) Ibidem,
p. 22.
(18) Bertrand
Russell perse vari incarichi di insegnamento (ad esempio presso il College
di New York), a causa delle sue idee “immorali”. In almeno un’occasione
Einstein, in America già dal 1933, intervenne in sua difesa, a testimonianza
di un’amicizia che durò fino alla morte del fisico, nel 1955. A
Russell Einstein lasciò anche il proprio Testamento spirituale,
un appello ai politici della Terra a favore del disarmo nucleare.
(19) Si veda
le lettere a Born in Scienza e vita, citato in nota 7, in cui Einstein
discute più volte con l'amico sia dei problemi politici e sociali
sia di quel “dialogo fra sordi” (Born) che ormai divide Einstein dalla
comunità dei colleghi.
(20) Einstein,
Come
io vedo il mondo, citato, p. 18.
Ilaria Cotogni, dell’Ae.S
Spesso ci rammarichiamo che la stragrande
maggioranza delle persone non sia in fondo molto interessata ai problemi
ecologici, nonostante che da più parti si sia espressa da tempo
forte apprensione o allarme per il proseguire o il peggiorare di atteggiamenti
già notevolmente pericolosi e irresponsabili.
Lo stesso sistema di produzione del
fabbisogno alimentare sta subendo sempre più trasformazioni e pressioni
di varia natura, non ultime le manipolazioni a livello genetico volte a
piegare le caratteristiche naturali, ad esempio, di un cereale, allo scopo
di rendere più agevole la coltivazione ed aumentarne la resa.
Senza contare i problemi di natura geotermica collegati all’innalzamento
della temperatura complessiva del pianeta dovuto all’effetto serra, all’inqui-namento
dell’atmosfera da parte delle emissioni dei gas di scarico o industriali,
non dimenticando i disastri occorsi alle centrali nucleari – e i numerosi
esperimenti atomici a scopo bellico in vari atolli del Pacifico –, cause
di un avvelenamento totale della biosfera, della durata di centinaia e
centinaia d’anni. In ultimo, l’impiego di uranio impoverito nelle azioni
di guerra recenti.
Da considerarsi, inoltre, i casi di
malattie rare salite alla ribalta a causa del genere di allevamento e alimentazione
folle degli animali da carne...
Mai prima d’ora si è dimostrato
di così fondamentale importanza lo sviluppo del “senso di appartenenza
al mondo” visto come un unico organismo del quale facciamo parte e che
è, esso stesso, parte di noi.
Come sostiene l’economista e filosofo
J.Rifkin, ci troviamo a vivere il passaggio dall’era pirotecnologica, culminata
nella civiltà industriale, all’era biotecnologica, con la conseguente
caduta dei paradigmi darwiniano-cartesiani, riduttivi e meccanicistici,
tipici del periodo della macchina a vapore. Tale mutamento, però,
porterà con sé una trasformazione radicale di ogni concetto,
o punto di riferimento, proprio dell’attuale civiltà. Tuttavia,
solamente la piena presa di coscienza – o consapevolezza – che l’essere
umano è una parte di un tutto, un “primus inter pares” e non un
dio autocrate, che può giocare a suo piacimento con i pezzi della
Natura come può fare un bambino capriccioso con i pezzetti del Lego,
potrà salvarci dall’estinzione in quanto specie umana. Rifkin afferma:
“Ci comportiamo come se il mondo fosse creato per noi, senza mai fermarci
nemmeno un attimo a pensare che forse siamo noi che siamo stati creati
per il mondo. (...) Il rapporto della natura con noi non sarebbe più
così importante come il nostro con la natura.
Invece di costringere il cosmo ad adeguarsi
al nostro agire, dovremmo modificare il nostro agire per adeguarlo al cosmo”
(1).
Come ho già avuto modo di affermare
in un precedente numero di Ethica, l’approccio olistico all’esistenza
si pone come modello alternativo armonizzante gli aspetti delle diverse
culture. Tale modello, lentamente, si va formando dal recupero e dalla
confluenza di correnti socio-culturali comuni alle tradizioni più
antiche dei popoli ma, al tempo stesso, valide in quanto “isole” di pensiero
unificante.
Già lo Spinoza, nel XVII secolo
e, si può dire, all’inizio del cammino moderno della scienza, definiva
questa capacità di presa di coscienza totale un “vedere il mondo
Sub Specie Aeternitatis”. Da ciò scaturiva l’importanza della
ricerca della conoscenza intrapresa dall’intelletto: infatti, “i fondamenti
della ragione sono nozioni (...) che spiegano quelle cose che sono comuni
a tutti e che (...) non spiegano l'essenza di nessuna cosa singolare (...)
perciò, devono essere concepite senza alcuna relazione al tempo,
ma sotto una certa specie d'eternità” (2).
Il 2° e il 3° genere di conoscenza
sono chiamati in causa al fine di ricercare le leggi di natura sottese
a tutte le cose, in quanto basilari ed eterne. L’essere cosciente di tali
leggi comporta – secondo lo Spinoza – una visione del mondo non lasciata
al caso, ma “necessariamente” in accordo con le leggi naturali, in cui
ogni singolo elemento ha la sua importanza quale “nodo cruciale”
nell’eterna rete della vita.
Ogni singolo “elemento” considerato
vivente, e quindi, per Spinoza, cosciente, ha un’importanza fondamentale
in tale rete, nella quale l’essere umano è importante al pari degli
altri. Il suo posto perciò non si trova più all’apice di
una visione gerarchica della natura, poiché Spinoza non sostiene
una concezione verticalizzata della vita; l’essere umano non è il
centro del mondo, come la terra non era oramai più il centro dell’universo.
Oserei definire questa idea del filosofo
olandese una vera rivoluzione copernicana riguardo all’auto-percezione
che l’essere umano ha di sé.
Nondimeno Spinoza era figlio del Rinascimento
e del suo interesse per l'uomo immanente al mondo. Lo sviluppo delle conoscenze
e delle capacità umane era, filosoficamente, il principale obiettivo
del proprio pensiero, ma, a causa dell’importanza attribuita alle responsabilità
dell’agire umano, non poteva delegarne il giudizio ad un Dio trascendente,
remoto ed estraneo, fuori dal mondo.
Quel che interessava Spinoza era il
lato etico della conoscenza, mai perso di vista e non subordinato alla
pura curiosità intellettuale. Nel “Trattato sull’emendazione dell’intelletto”
egli scriverà: “(...) io voglio dirigere tutte le scienze ad un
unico fine e scopo; che è quello di pervenire alla somma perfezione
umana (...) Tutto ciò che nelle scienze non ci fa affatto avanzare
verso il nostro fine e scopo sarà da rifiutare come inutile”(3).
Questo fine non è l’acquisizione di onori, ricchezze etc..., bensì
la partecipazione più stretta possibile con il Summum Bonum e la
ricerca dell’Acquiescientia Animi. Si tratta quindi, innanzi tutto, di
un cammino di saggezza al quale deve condurre la conoscenza. Il fine
di Spinoza è la comprensione “dell’unione che ha la mente con tutta
la natura” (4), ovvero, secondo una terminologia moderna,
“la consapevolezza della natura sistemica dell’universo e degli eventi”.
Etica scomoda anche, poiché non asservita ad avallare i comportamenti
più utilitaristici e menefreghistici che la razza umana rivolge
verso il resto delle creature.
Questa consapevolezza costituisce,
a mio parere, il problema di base che si affaccia ancora una volta
sulla scena del plurimillenario teatro della storia umana.
Secondo quanto afferma il dizionario
Devoto-Oli, la “consapevolezza” potrebbe essere definita semplicemente
con “Cognizione” e “Coscienza”. Il primo termine si collega etimologicamente
a Cognitio, cioè implica tutto ciò che è “informazione”,
acquisizione logica di dati provenienti dalle interazioni col mondo che
ci circonda. Il secondo, Conscientia, oltre ad essere acquisizione essa
stessa, riguarda anche l’aspetto relativo alla presenza di sé nel
mondo; perciò si riferisce alle interconnessioni che si vengono
a formare nel corso degli eventi, nell'interazione con altre coscienze,
benché tramite una sempre presente prospettiva propriocettiva. La
Consapevolezza dovrebbe risultare dalla confluenza di queste due qualità
dinamiche. Essa viene definita infatti sempre attiva poiché consta
di una informazione quanto più estesa possibile su di un fatto o
una situazione e sui loro possibili sviluppi.
Norbert Wiener, il padre della cibernetica,
a tale proposito affermerà: “(...) la conoscenza è inestricabilmente
intrecciata con le comunicazioni; la potenza con la regolazione, la valutazione
dei fini umani con l’etica e tutta la parte normativa della religione”
(5).
La consapevolezza come Cognitio non
si può disgiungere dalla valutazione della responsabilità
umana perché entrambe, insieme, partecipano al vero processo evolutivo.
Se vogliamo veramente vedere questa
interconnessione che ci lega all’universo – nonostante che l’umanità
abbia fatto di tutto, nel corso della propria storia, per negarla – possiamo
attingere a piene mani dalla visione cibernetica della realtà anche
se potrà sembrare un paradosso... G.Bateson ritiene tale visione
molto pregnante, tanto da affermare: “Il corpo umano vivente è un
sistema ciberneticamente integrato”(6). Per Spinoza,
tramite la tesi, sempre sostenuta, dell’animazione universale e del corpo
come idea della mente – la quale, essa stessa, è idea – si ha l’affermazione
che la mente percepisce ogni affezione del corpo. Egli scrive: “Tutto ciò
che accade nell’oggetto dell’idea costituente la mente umana deve essere
percepito dalla mente umana, ossia di ciò sarà data necessariamente
nella mente un’idea: cioè, se l’oggetto dell’idea costituente la
mente umana è un corpo, nulla potrà accadere in questo corpo
che non sia percepito dalla mente”(7). Cioè,
come scrive M. Messeri: “La mente è caratterizzata da un’infinità
di percezioni simultanee che la portano a conoscenza di ogni stato e processo
che ha luogo nella macchina dell’organismo” (8). Inoltre,
visto che tutta la natura, per Spinoza, è senziente in vario grado,
il pensiero – in quanto idee e volizioni – è onnipresente e la mente
è composta da altre menti come il corpo è composto da individui
diversi (anche se non rappresenta la somma matematica di tutti questi individui...).
Riferendosi sempre alla mente di Spinoza,
Messeri continua: “E poiché le idee d’una mente sono le idee che
costituiscono quella mente, ogni idea di una determinata mente è
insieme idea delle altre menti (...); le medesime idee sono partecipate
da menti distinte”(9).
Quel che viene qui messo in evidenza
è la connessione della mente singola con tutte le altre menti. Anche
se, gerarchicamente, le menti fanno parte le une delle altre, ognuna viene
ad avere una propria storia. Spinoza, ovviamente, si sarà reso conto
che un essere umano non può simultaneamente avere coscienza di tutto
il proprio essere e di ciò che prova nel contatto con l'esterno.
Non poteva conoscere il subconscio, che rimane in ombra e registra reazioni
a livello subliminale. Come è stato recentemente accertato in campo
scientifico – ma conosciuto da secoli in Oriente – l’essere umano è
strutturato in equilibrio fra due centri importanti: quello cerebrale e
quello neurovegetativo. Sembra che, mentre il primo è la sede principale
dell’attività cosciente e logica, il secondo sia come un altro “cervello”
in connessione parallela, che si occupa delle percezioni che non passano
attraverso l’esame della ragione e che abbia accesso a ciò che rimane
celato nell’ombra, trasformato in contenuti simbolici. Inoltre, come afferma
Bateson, pare proprio che l’inconscio non sia solo una cantina dove rinchiudere
ricordi o fatti spiacevoli, secondo la visione di Freud, ma possieda dei
contenuti basilari riguardanti il comportamento e le relazioni dell’essere
con l’ambiente esterno.
Ne viene affermata inoltre l’importanza
poiché “quanto meglio un organismo “conosce” qualcosa, tanto meno
esso diviene conscio di questa conoscenza; esiste cioè un processo
per cui la conoscenza (...) scende nella mente a livelli sempre più
profondi. Questo fenomeno che è fondamentale per la disciplina Zen
(...) è altresì importante per ogni arte e abilità
tecnica”(10).
Perciò la mente, pur percependo
a 360°, si avvale per ragioni economiche di una “coscienza limitata”;
poiché “nessun organismo può permettersi di essere cosciente
di faccende che può sbrigare a livelli inconsci”. “Non si può
in alcun modo concepire un sistema [quindi una mente singola] totalmente
cosciente”(11). Siccome “...la vita dipende da circuiti
di contingenze interconnessi, mentre la coscienza può vedere solo
quei brevi archi di tali circuiti sui quali il finalismo umano può
intervenire”(12), noi traiamo le nostre conclusioni
sul mondo, creando cosmologie e basandole solamente sui “segmenti” che
riusciamo a percepire di un disegno molto più vasto.
La saggezza sta quindi nella capacità
di capire che possiamo conoscere solo tali segmenti; come afferma ancora
una volta Bateson, sta nel “correggere una visione troppo finalistica della
vita e nel rendere tale visione più aderente alla nozione di sistema”(13).
Wiener e Rosenblueth scriveranno: “Il
modello formale ideale sarebbe quello che coprisse l’Universo intero, cui
si adeguerebbe per complessità attraverso una corrispondenza biunivoca.
Chiunque avesse la capacità di elaborare e comprendere nella sua
interezza un modello siffatto finirebbe per trovarlo superfluo, potendo
egli cogliere l'universo intero come un tutto. Costui possederebbe la terza
categoria di conoscenza descritta da Spinoza. Ma (...) lo strumento principale
della scienza è la mente umana e (...) la mente umana è finita”
(14).
La finitezza della mente umana, chiusa
nei suoi confini quali barriere all’espandersi illimitato della comprensione,
era, per Spinoza, inerente all’essere modale e non sostanziale (come voleva
Descartes). Nonostante ciò, egli riesce ad intuire il modo per superare
tale impasse; si tratta di un sistema empirico ed intuitivo. Il filosofo
ci dice che “...fa parte della mia felicità anche l’adoprarmi perché
molti altri pensino come me ed il loro intelletto e i loro desideri s'accordino
perfettamente col mio intelletto e coi miei desideri” (15).
Questo compartecipare, accordarsi,
sia nella sfera logico-razionale sia in quella emotivo-volitiva, nonostante
la diversità dei caratteri e dei vissuti tipici delle menti individuali,
persegue la formazione di un “egregore” di livello superiore aumentando
esponenzialmente le capacità comprensive del singolo. La consapevolezza
in tal modo si dilata, venendosi a formare ciò che nella psicologia
transpersonale è definito un Buddhafield o “campo di coscienza collettivo”.
Conosciuto fin dall’antichità nell’ambito delle scuole di pensiero
e meditazione, è oggi rilevabile attraverso apposita strumentazione
scientifica.
Montecucco, uno dei promotori degli
studi sul campo di coscienza collettivo, afferma: “Le ripercussioni sono
vaste e di grande significato sociale e umano. La quantificazione della
comunicazione empatica collettiva apre le porte ad una nuova concezione
dei principi che regolano l’educazione e la collaborazione umana, a una
più profonda comprensione delle dinamiche di gruppo etc... Fino
ad ora questa comunicazione silenziosa è rimasta inconscia e quindi
in gran parte inutilizzata; ora sarà possibile comunicarsi delle
informazioni (...) in modo più consapevole e deliberato”(16).
“Viene così confermata l’ipotesi
di lavoro secondo cui l’essere umano possiede le capacità
di sviluppare uno stato di coscienza unitario e globale che lo connette
con gli altri esseri umani e con l’esistenza. (...) Gli sviluppi umani
e sociali di queste scoperte possono essere vastissimi: dalla medicina
alla psichiatria, dall'educazione alla psicologia sociale, alla spiritualità”(17).
Questa realizzazione del “campo unitario”
sottolinea ancora una volta e mette in risalto la natura sistemica dell’esistenza
e il valore della complessificazione come stato di “mentalizzazione” e
quindi di diretta e sempre maggiore consapevolezza di tale natura. L’essere
umano, perciò, soltanto nel riconoscere se stesso come sistema integrato
può concepirsi come parte “integrante” del mondo.
I due sistemi – essere umano e mondo
– sono in intima connessione e, come affermano in modo bizzarro gli studiosi
del “Caos”, “una farfalla che agiti le ali a Pechino può trasformare
sistemi temporaleschi il mese prossimo a New York”(18).
Questo “effetto farfalla” è
coerente proprio con la ricerca spinoziana della consapevolezza ad ampio
raggio ovvero Sub Specie Aeternitatis,ma è anche la base sulla quale
il filosofo poggia il concetto di Virtù.
Egli scrive: “Nessuna virtù
può essere concepita prima di questa, cioè dello sforzo di
conservare se stessi”(19).
Quindi: “La forza con la quale ciascuna
cosa si sforza di perseverare nel suo essere non è altro che la
sua essenza attuale”(20).
Dopo tali affermazioni, però,
Spinoza vuole mettere l’accento sull’impor- tanza della “comprensione”
quale elemento fondamentale affinché la virtù umana possa
essere esercitata appieno; lo slancio verso la vita, tipico di ogni creatura,
basilare nell’essere umano, si affianca alla comprensione della vita. Egli
è una parte di questa vita e partecipa, insieme a tutti gli altri
esseri, alla sua affermazione.
“L’uomo, in quanto è determinato
a fare qualcosa perché ha idee inadeguate, non può assolutamente
dirsi che agisca secondo virtù; ma soltanto in quanto è determinato
dal fatto che comprende”(21). Ecco qui l’elemento
essenziale dell’agire secondo virtù: la comprensione, ciò
che rende “attivi”, poiché, essendo determinati ad agire in primis
al fine di conservare il proprio essere, è essenziale capire quali
cause ci portino a questo agire. L’inadeguatezza è sinonimo, per
Spinoza, di falsità o mancanza. Non è difficile comprendere
che le idee – e quindi i comportamenti inadeguati – sono dovuti all’ignoranza
(idee mutile), alla superstizione e alla malafede degli individui; malafede
e disonestà poi, in effetti, sono conseguenze della stessa ignoranza
di ciò che è veramente “utile” per la vita.
La ricerca spinoziana del proprio utile
si basa proprio sulla consapevolezza “ecologica”, ed è con tale
sentimento che l’essere umano, specialmente oggigiorno, dovrebbe rapportarsi
al mondo. Non è certo distruggendo o sovvertendo il sostegno su
cui viviamo e del quale ci nutriamo che possiamo perseguire il vero utile.
Questo atteggiamento è tipico di una coscienza a breve raggio che
si crede furba.
Il problema dell’adeguamento dell’idea
– il renderla sempre più vicina alla “realtà” – è
essenziale in campo scientifico, ma tale adeguamento sempre maggiore porta
con sé il bisogno di una sempre più vasta consapevolezza
etica.
È importante come Bateson si
esprime a tale proposito: “(...) vedendo solo archi di circuito, l’individuo
è continuamente sorpreso e necessariamente irritato quando le sue
cocciute tattiche si rivoltano a mordere l’inventore. Se si usa il DDT
per uccidere gli insetti, si può riuscire a ridurne tanto la popolazione
da far morire di fame gli insettivori; si dovrà allora impiegare
più DDT di prima per uccidere gli insetti che gli uccelli non mangiano
più. È più probabile che gli uccelli vengano sterminati
fin dall’inizio quando mangiano gli insetti avvelenati (...) e così
via. Così è fatto il mondo in cui viviamo: un mondo di strutture
circuitali; e l’amore può sopravvivere solo se la saggezza (cioè
la capacità di sentire o riconoscere la realtà circuitale)
sa parlare con voce efficace”(22).
Il fatto stesso, inoltre, di conoscere
e interagire con qualcosa di esterno a noi stessi, inevitabilmente induce
un cambiamento per i due interagenti (e ciò è valido non
solo al livello al quale si riferiva Heisenberg...). Il processo della
conoscenza è dinamico ed è proprio tale dinamismo che produce
consapevolezza; è un ricercare al di fuori di noi ed un rimanere
in ascolto. È, come afferma Spinoza, un essere attivi e passivi
al contempo; ma, a ben giudicare, la passività nella ricezione è
pur sempre un’attività tipica degli strati più profondi della
coscienza.
Il connubio fra questi due atteggiamenti
rappresenta il III Grado della Conoscenza.
Il problema etico sta solo nell’essere
consapevoli che quanto maggiori sono le conoscenze di cui possiamo disporre,
tanto maggiori sono anche le responsabilità legate a tali conoscenze:
le responsabilità di mantenere in equilibrio la natura sistemica
del mondo – che, in fondo, non è esattamente ciò a cui la
razza umana si sia mai dedicata...
Urge quindi che ognuno di noi risponda
a tale domanda: Dobbiamo cercare di allargare al massimo il campo di coscienza,
ricreando una consapevolezza che comprenda anche le altre creature e la
faccia stessa del pianeta, o dobbiamo far finta di niente ed aspettare
che quella scienza senza consapevolezza ci proponga una razza scelta, eugeneticamente
modificata, che prenda in mano le sorti di questo povero mondo martoriato,
magari per “ri-crearlo” a propria immagine al fine di soddisfare solamente
i propri bisogni eugeneticamente superiori?
(1) Rifkin, J.: Dall'alchimia
all'algenia: Forlì, Macro edizioni, 1994; pagg.157-158.
(2) Spinoza,
B.: Etica: Roma, Editori Riuniti, 1988; Parte II, Prop. 44, Dimostr..
(3) idem:
Trattato
sull’emendazione dell’intelletto: Milano, SE, 1990; pag.15.
(4) ibidem,
pag.14.
(5) Wiener,
N.: Dio & Golem, SpA / Cibernetica e religione: Torino, Bollati
Boringhieri,1991; pag.14.
(6) Bateson,
G.: Verso un’ecologia della mente: Milano, Adelphi, 1998; pag.180.
(7) Spinoza,
B.: Etica cit., P. II, Prop. 12.
(8) Messeri,
M.: L’epistemologia di Spinoza: Milano, Il Saggiatore, 1990; pag.
20.
(9) ibidem,
pag. 21.
(10) Bateson,
G.: op.cit., pag. 168.
(11) ibidem,
pag. 177.
(12) ibidem,
pag..181.
(13) ibidem,
pag. 182.
(14) Somenzi,
V.; Cordeschi, R.: La filosofia degli automi (art. intr. di Wiener
e Rosenblueth): Torino, Bollati Boringhieri, 1994; pag. 92.
(15) Spinoza,
B.: Trattato sull’emendazione dell’intelletto cit., pag. 14.
(16) Montecucco,
N.F.: Cyber. La visione olistica: Roma, Ediz. Mediterranee, 2000;
pag. 249.
(17) ibidem,
pagg. 251-252.
(18) Gleick,
J.: Caos: Milano, Sansoni,1997; pag. 14.
(19) Spinoza,
B.: Etica cit., P. IV, Prop. 22.
(20) ibidem,
P. III, Prop. 7.
(21) ibidem,
P. IV, Prop. 23.
(22) Bateson,
G.: op.cit., pagg. 181-182.
Giovanni Graziosi, dell’Ae.S
“Travolto e ucciso a 91 anni”, “Si getta
dalla finestra a 15 anni”: sono titoli dei giornali, un po’ di tutti, e
delle locandine davanti alle edicole, che vorrebbero, penso, mettere in
risalto una particolarità, un fatto inatteso, incongruo: come a
dire: “ma come una persona viene investita da un’auto a novantun anni,
quando ci si dovrebbe attendere che lo facesse (che lo subisse) a un’età
diversa (che so: sessantatré o centododici)?”; oppure: “beh! ci
si getta dalla finestra a quindici anni quando l’età giusta è
dai trentasei ai quarantotto?”
Capite? Benché faccia orrore
comunque, può suscitare un più morboso interesse la notizia
dell’aggressione a sfondo sessuale di una persona molto anziana o giovanissima.
È certamente sconvolgente ma singolare la cronaca di un ragazzino
di undici anni che imperversa alla guida di un’automobile, mentre resterebbe
riprovevole ma sarebbe meno curioso se si trattasse di un trentenne.
L’indicazione dell’età, anzi
il porre fortemente l’accento sull’età come elemento distintivo
nel corpo del titolo, può avere una giustificazione quando l’età
sia un fattore veramente qualificante (“salta in alto due metri a ottant’anni”;
“si laurea in fisica a quattordici anni”); ma in tanti casi l’età
non qualifica né distingue alcunché. Finire sotto un’auto
è ugualmente spiacevole a qualunque età. Essere indotti al
suicidio è terribile comunque.
Ma forse tutto questo rientra nell’uso
di un’informazione all’americana, come l’indicazione pignola e costante
(non si sa poi quanto precisa) dell’età accanto ai nomi nelle didascalie
delle foto sulle riviste popolari.
O forse bisogna pensare al generale
sbandamento in termini di valutazioni anagrafiche, con la perdita delle
corrispondenze fra gli accadimenti e le età degli interessati. È
vero che non ci sono nemmeno più frutti di stagione. C’è
di tutto per tutto l’anno. Ad alto prezzo e senza sapore.
*
A proposito di età: ci avrete
fatto caso certamente: i vecchi non esistono più: al massimo ci
sono gli anziani; mentre si resta ragazzi a tempo pressoché
indeterminato. Giorni fa ho ascoltato alla radio un intervento telefonico
(accendete la radio a caso: due volte su tre sentirete una voce al telefono:
bisognerà parlare anche di questo); ho sentito un signore qualificarsi
(e non sembrava che stesse celiando) come “un ragazzo di quarantacinque
anni”. Per adesso questo, secondo le mie informazioni, è il record:
di ragazzi di ventinove o trentasei anni avevamo già notizia;
ma fino alla soglia dei quaranta l’uso è ormai comune e riconosciuto
come giusto.
Certo i tempi cambiano: si vive di
più e quindi si resta giovani per molto tempo. Veramente io avevo
pensato, e temuto (e lo temo ancora, almeno per me), che la vita più
lunga consistesse soprattutto in un allungamento della vecchiaia. Dovrò
ricredermi. Di questo passo non si riuscirà più a morire
vecchi.
*
Ancora in tema di giornali e di radio:
sui primi capita non di rado di leggere frasi del genere “pochi sanno”,
“nessuno ha rilevato”, per significare che l’autore dell’articolo invece,
lui sì, conosce, ha capito, e lo dice; alla radio (gli interventi
del pubblico – la “ggente” – sono frequentissimi) si sentono più
o meno le stesse frasi, per osservare o deplorare come “nessuno abbia detto”
cose ovvie o per far notare come ci siano invece aspetti peregrini di una
questione che solo la persona che telefona ha capito, e che adesso ci spiega.
Ora chi abbia avuto e conservato l’abitudine
– non so se buona o cattiva – di leggere tanto e da tanto tempo, sa benissimo
quanto siano rare le “cose che nessuno ha ancora detto”.
In un filmetto americano, peraltro
modestissimo, che ho visto qualche giorno fa, singolarmente dotato di dialoghi
vivaci e spiritosi, un tracotante agente di polizia sostiene, di fronte
a uno scienziato e riguardo a determinate ipotesi, che a lui non risulta
che fatti simili siano mai avvenuti e nemmeno che siano possibili; al che
l’altro risponde che, in effetti, certe cose “le tengono nascoste nei libri”.
Poter sostenere che quel che si afferma
sia nuovo e inedito, o taciuto dagli altri, comporterebbe il possesso,
e il ricordo, di una quantità sterminata di nozioni. Si tratta,
più semplicemente, del diffuso, comprensibile – ma quanto patetico!
– desiderio di distinguersi, di stabilire e attestare la propria identità,
sempre più minacciata. In questo senso la cosa è quasi apprezzabile,
come tentativo di sottrarsi all’indifferenziata globalizzazione. Purché
anche questa rivendicazione di un’originalità fasulla non diventi
un vizio di massa.
A proposito: questo l’aveva già
detto o scritto qualcun altro prima di me?
*
Ebbene, mi è scappata la parolina:
globalizzazione. Piuttosto brutta, fra l’altro: non vi pare?
Prima ancora che se ne parlasse e scrivesse
nel modo ossessivo che viene ormai adottato per qualunque cosa in qualsiasi
settore (cultura, economia, politica, sport, e tutto) era nota e ripetuta
la storiella della farfalla che batte le ali a Hong Kong e provoca un tornado
a San Francisco (le città si possono cambiare a scelta purché
siano separate da alcune migliaia di chilometri). È un’iperbole,
che è servita e serve ancora a dare un’idea degli effetti della
globalizzazione, anche se, in realtà, i riscontri puntuali si trovano
soltanto nel gioco delle borse.
Ma adesso c’è Internet, c’è
la grande rete, anzi la grande ragnatela che avvolge il mondo intero. Perché,
come è noto, altro non significano le inflazionate “www” (world
wide web). Non aspettatevi una delle solite reprimende: no, anch’io uso
Internet e ci trovo delle cose buone e interessanti; ma, poiché
in Internet c’è di tutto, e secondo le proporzioni usuali in cui
le varie parti sono presenti nel mondo, lo spazio maggiore è occupato
da sciocchezze e schifezze.
Dicevo che uso Internet, anche se cerco
di indirizzare la mia rotta verso i lidi che mi interessano e che mi offrono
una qualche utilità, naturalmente secondo i miei gusti e le mie
idee. Sento dire che con Internet si aprono e si apriranno possibilità
di lavoro, di emancipazione, di benessere, per tutti. E come questo sia
possibile, debbo confessarlo, non mi è affatto chiaro. Non lasciamoci
fuorviare dalla enorme diffusione dei telefoni e da quella, ancor più
pervasiva, dei telefonini nei paesi sviluppati (e nel nostro in primis).
Pare, secondo le statistiche (sono certo che si possano trovare su
Internet), che la metà della popolazione mondiale non abbia mai
usato anche una sola volta il telefono. Peraltro, non so quanti esseri
umani vivono a un centinaio di chilometri dal telefono più prossimo.
Poi, non basta il telefono: ci vuole il computer; bisogna essere alfabetizzati;
bisogna avere almeno qualche rudimento della lingua inglese. Non proseguo
oltre: come si può vedere, la nostra – scusate l’ossimoro – è
una globalizzazione per pochi, che tuttavia non manca e non mancherà
di influire sulla vita di molti, soprattutto i più ignari.
È vero: la rete avvolge il mondo,
ma tocca una minoranza, e, in seno alla minoranza, quelli che contano stanno
nei nodi, gli altri si aggrappano alle maglie; mentre per la maggioranza
immensa delle donne e degli uomini ci sono soltanto i buchi.
(prima parte)
Lucia Nocentini, dell’Associazione Italiana
degli Amici di Spinoza.
In una catena dell’essere (1)
intessuta di infiniti presenti, lo sviluppo della potenza soggettiva trova
nella politica il luogo e la ragione del suo dinamismo, della sua determinazione
necessaria quale tensione essenziale verso l’esistenza. Con ciò
le potenzialità vitali dell’essere vengono concepite nella prospettiva
di una continua e progressiva attualizzazione; ossia come capacità
di determina- zione e di controllo di un limitato campo di possibilità,
quale molteplicità di punti di forza in cui si espleta una prospettiva
di dinamica perfettibilità dell’essere, che tuttavia mai può
fissarsi in un ordine statico e definitivo (2) .
Quale produzione delle condizioni della
potenza, questo svolgersi della produttività naturale ha luogo
duplicemente: sia in direzione di una appropria-zione trasformativa della
natura, sia nel senso di uno sviluppo sempre più pieno della socievolezza
e intelligenza collettiva (Civitas). La politica e la saggezza rappresentano
pertanto forme e determinazioni del perfezionarsi dell’essere che, in quanto
tali, sono profondamente radicate nell’ontologia, nella sua continua transitio
ad una sempre maggiore produzione di libertà, di autonomia. Con
ciò stesso l’essere si fa tempo, storia, politica. L’ontologia,
l’essere della totalità implica in tal modo il tempo della politica
quale determinazione e sviluppo propulsivo del progetto ontologico quale
possibilità di svolgimento inscritta nella produttività naturale.
Questo tradursi della complessità oggettiva dell’essere in un nesso
intersoggettivo, fatto di socialità, ragione e Civitas, viene pertanto
a postulare una sorta di transitio collettiva, vale a dire di progressivo
passaggio all’ordine della perfezione .
Tale è la formazione del corpo
politico concepito come movimento e articolazione plurale entro un intreccio
indefinito di incroci soggettivi, in cui la pluralità ha la meglio
sull’unità. Ora la questione politica di fondo non è più
quella di istituire una soggettività decisionale esterna, bensì
una individualità composita, il più possibile comprensiva
dell’intera fenomenologia dei rapporti sociali, in grado cioè di
saldarli entro una trama di stabili equilibri istituzionali.
Ma la costituzione del soggetto politico
si rivela in Spinoza aporetica (3) , e, più
precisamente, ha la potenza e il limite del fatto; e pur non riuscendo
a definire e ricomprendere in sé, una volta per tutte e definitivamente,
l’intero sviluppo (4) delle libertà, deve
ugualmente consentire la pacifica convivenza delle singolarità,
la reciproca tolleranza, la democrazia, quale potenza della solidarietà
(5) . Questo passaggio è fondamentale: non può
darsi nessuna sintesi politica definitiva, ma l’inconclusività
di questo processo (6) , che è poi quello della
problematica conciliazione di assolutezza e libertà, pone le basi
stesse della democrazia. La non-soluzione del problema del soggetto politico
diviene fondazione immanente e fattuale della democrazia, del pluralismo
e della tolle-ranza; ossia dell’irrinunciabilità al diritto naturale
universale (7) . Diviene cioè questione di un
diritto uguale per tutti in cui ciascuna singolarità risalti come
fondamento.
Posto fra assolutezza e libertà,
fra ragione, scelta progettuale e necessaria determinazione del movimento
costitutivo dell’essere, il corpo politico reca in sé un’ambivalenza
(8) strutturale che si riflette nella duplice finalità
della problema-tica politica: a) quella di dar vita a rapporti politici
di natura tale che la libertà dei cittadini in ogni caso possa equilibrarsi
con la stabilità dello Stato; b) quella della ricerca della stabilità
e attuazione della miglior forma di governo (de optimo cujuscunque imperii
statu agamus) (9) .
Condizione dinamica del corpo politico
è la Civitas, orizzonte di intrecci, di composizioni e di antagonismi,
di fluttuazioni e di concretizzazioni, in cui i vari livelli, pur conservando
la loro specificità, si intersecano, fissandosi e strutturandosi
in diversificate figure d’incrocio, funzionali e correlative alle diverse
forme di Stato.
Quale struttura irriducibile, funzionale
ad una complessa articolazione di differenze, la Civitas rende conto della
politica spinoziana come complessità sociale e giuridico-istituzionale,
volta al conseguimento di un difficile equilibrio fra assolutezza dello
Stato e molteplicità delle istanze ed esperienze. L’incremento di
razionalità del corpo sociale, che potenzialmente attraversa e sviluppa
la complessità del corpo politico, è alla base della costituzione
e stabilità dello Stato, delle modalità di funzionamento
delle istituzioni e perciò stesso dell’obbedienza delle leggi.
Dalla razionalità della comunità
politica discende infatti la creazione del diritto civile (10)
, dalla cui espressione prende a sua volta origine la costituzione
statuale (11) .
Progetto unitario di costruttività
politiche (12) , il corpo politico è un irriducibile
intreccio di soggetti, che, a partire da un progetto ontologico generale,
si articola nella complessità di una potenza collettiva.
Subordinando a sé la logica
conflittuale dei fini particolari, tale progettua-lità generale,
ragionevolmente orientata, non si esaurisce in un semplice ampliamento
e in un’universalizzazione di essi (vale a dire delle finalità soggettive),
ma pone la necessità politica di una loro stabile e continua ricomposizio-ne.
A prescindere dalla forma costituzionale che venga ad assumere, stabilità
equivale in ogni caso a sviluppo immanente e articolazione dinamica della
pluralità dei soggetti politici. Quali reali fonti causative attraverso
cui si esprime la necessità della vita politico sociale, il complesso
delle potenze soggettive risulta in tal modo non più un impedimento
al costituirsi della sovranità, ma, al contrario, un elemento attivo
e costitutivo della stessa sovranità giuridica dello Stato (Imperium):
“Nello Stato civile i cittadini tutti nel loro insieme sono da considerarsi
alla stregua di un sol uomo allo stato di natura” (13)
.
Nella misura in cui gli individui operano
legittimamente e perciò “civilmente” entro un progetto di convergenza
delle Cupiditates, muovendo dal bene individuale al bene collettivo, essi
tendono alla costituzione e alla stabilità della struttura unitaria
dello Stato. Così inteso, quest’ultimo viene pertanto a rappresentare
la direzione e il senso unitario della loro molteplicità. Questo
quadro d’insieme sembrerebbe rendere legittima l’assimilazione della posizione
di Spinoza a quella di Hobbes, come risulta nel Leviatano. In realtà,
al di là di una mera somiglianza esteriore, le due concezioni divergono
profondamente; nel caso di Spinoza infatti l’individualità composita
dello Stato è pensata come sostanziale, e naturale; nel caso invece
del filosofo di Malmesbury essa è concepita come una soggettività
fittizia e artificiale. Nel caso di Hobbes l’essere dello Stato e l’essere
delle potenze dei singoli non esprimono uno stesso predicato, univocamente
concepibile, ma solo equivocamente. Nel primo caso infatti viene espressa
un’entità nominale; mentre, nel secondo, una reale. In Spinoza invece
tale divergenza non sussiste, lo Stato è predicabile nello stesso
senso dei singoli individui; e dunque univocamente. Essi risultano pertanto
soggetti alle stesse determinazioni ontologico-causali, altresì
alle stesse determinazioni naturali. Il che equivale a riconoscere che
individuo e Stato possiedono uno stesso contenuto essenziale; di conseguenza
conservazione dell’individuo-umano e conservazione dell’individuo-corpo
politico-Stato si corrispondono pariteticamente (14)
. Con ciò l’esistenza dello Stato e del corpo politico sono
pensati come una produzione naturale, ossia sul presupposto di leggi ontologico-naturali
dotate appunto di una necessità interna ineludibile, quella stessa
che regola i singoli individui: “Qualsiasi cosa naturale, esistente o inesistente,
può essere adeguatamente concepita. Come il principio dell’esistenza
delle cose naturali, neppure il loro perseverare nell’esistenza, può
dunque desumersi dalla loro definizione. Infatti la loro essenza ideale,
dopo che hanno cominciato ad esistere, è la stessa di prima che
esistessero. Siccome, dunque, il principio della loro esistenza non può
essere conseguenza della loro essenza, non può esserlo nemmeno il
loro perseverare nell’esistenza; ma hanno bisogno, per continuare ad esistere,
della stessa potenza di cui hanno bisogno per cominciare. Ne consegue che
la potenza delle cose naturali, per la quale esistono e per la quale, di
conseguenza, operano, non può essere altro che l’eterna potenza
di Dio. Se fosse infatti un’altra potenza creata, non potrebbe conservare
se stessa né, di conseguenza, le cose naturali, ma richiederebbe
a sua volta, per perseverare nell’esistenza, la stessa potenza di cui c’è
stato bisogno per la creazione” (15) . Pur trattandosi
di individui che divergono nel grado di potenza, i singoli individui e
l’“individuo di individui” che è lo Stato non si differenziano in
senso qualitativo ed essenziale, ma solo in senso quantitativo ed esistenziale.
La correlazione forte e di identità che li connota sul piano dell’essere
li assimila pertanto anche sul piano della loro possibilità di sviluppo
e di conservazione, così come su quelle della possibilità
di crisi e di disgregazione. Considerata nella sua concreta realizzazione,
la sovranità statuale risulta pertanto irriducibilmente radicata
nel corpo politico, nella Civitas, quale terreno di produzione e processo
di sviluppo delle potenze individuali in senso collettivo, le cui leggi
sanciscono i limiti attuali di un complesso processo formativo: ossia le
regole di un’autolimitazione (16) in cui possono trovare
legittima espressione i rapporti di forza immanenti alla costruzione dello
Stato.
Ad essi è appunto affidata la
possibilità-capacità di costituire vincoli, di aggiungere,
modificare e combinare la complessità dei legami, il coacervo di
volontà, passioni e situazioni, dando vita a sempre nuovi incroci
compositivi, così da conseguire livelli sempre più elevati
ed articolati di un’ordinata complessità.
Questa continuità, questo processo
che si attua attraverso il trasfondimento delle istanze particolari in
direzione di una potenza unitaria comune, non è mai un movimento
definitivo, ma sempre aperto, il quale tende a ricondurre ad una continuità
strutturale la complessità delle molteplici istanze interagenti,
ordinandole nella prospettiva di determinazioni giuridico-costituzionali
concrete, le quali ogni volta tuttavia, solo imperfettamente, convergono
in una data si-stemazione giuridica e politica.
La definizione genetica dello Stato
e delle istituzioni passa pertanto attraverso questo Conatus globale, quest’autoriproduzione
permanente in cui si espleta l’essentia actualis del corpo politico, della
Civitas; non fa cioè che esprimere in modo normativo la conseguenza
della sua costituzione naturale.
Alla base della correlazione corpo
politico-Stato, ossia Civitas-Imperium, risuona in tal modo una chiara
eco della concezione propriamente fisica di Individuo quale risultante
di una complessità di movimenti interagenti di comunicazione e di
reciprocità. Le condizioni generali della costruzione molteplice
e dinamica dell’Individuo come entità composita si trovano esposte
nella seconda Parte dell’Etica, in particolare nella sezione dedicata alla
fisica dei corpi che appunto s’incentra nella definizione di Individuo
(17) . Questa viene enunciata solo a conclusione di
un complesso processo di elementi interagenti: “Quando alcuni corpi, della
stessa o di diversa grandezza, siano premuti insieme da altri in modo da
essere in contatto gli uni con gli altri, oppure, se si muovono con lo
stesso o con diversi gradi di velocità, in modo da comunicarsi scambievolmente
i loro movimenti secondo un certo rapporto, diremo che quei corpi sono
uniti fra loro e che tutti insieme compongono un solo corpo, o Individuo,
che per questa unione di corpi si distingue dagli altri”.
In tal modo alla Definitio di che cosa
sia un Individuo è dato di pervenire solo a conclusione di un lungo
e dettagliato percorso analitico.
Individuo è un costante intreccio
di rapporti di moto e quiete tra corpi che viene strutturandosi in una
regolarità di equilibri continuamente rinnovati e modificati. Esso
si dà pertanto solo entro tale contesto organico di complessità
e continua a sussistere fintanto che la pressione preponderante di corpi
e di eventi esterni non ne spezzi o alteri in maniera decisiva il complesso
di equilibri vitali.
S’intende come anche il livello stesso
delle combinazioni politico-sociali sia a sua volta posto e concepito in
continuità con lo sviluppo di questa dinamica fisica quale orizzonte
di rapporti di forza, di intrecci, di associazioni, (o scomposizioni),
che giungono infine a disporsi e intersecarsi sulla base di mobili equilibri
e linee di compatibilità (18) . L’Individuo-Stato
(Imperium) e il complesso delle individualità politico-sociali (Civitas)
si intersecano secondo un duplice rapporto di immanenza e trascendenza:
allo stesso modo che le soggettività concrete determinano l’esistenza
dello Stato e dell’assetto governativo e istituzionale secondo una linea
ascendente, parallelamente gli istituti ridiscendono alle soggettività
concrete secondo una comunicazione biunivoca dal cui equilibrio dipendono
appunto la sopravvivenza e la stabilità dell’intero
corpo sociale (19) .
Nella fattispecie, più che di
rapporto analogico si tratta, in concreto, di una vera e propria relazione
di reciprocità: “Per conservare se stessi gli individui hanno bisogno
gli uni degli altri; devono dunque essere condotti, attraverso il perseguimento
del proprio interesse, a volere la conservazione dello Stato” (T.P., VII,
4, 22; VIII, 24, 31; X, 6). “Reciprocamente lo Stato, per conservarsi,
deve tendere a conservare gli individui, garantendo loro la sicurezza che
è la condizione fondamentale dell’obbedienza civica: in uno Stato
dominato dall’anarchia, o soggiogato dalla potenza dei suoi nemici, scompare
la lealtà (T.P., X, 9-10; e tutto il cap. VI)” (20)
.
Il Corpo politico, come ogni altro
individuo vivente, è pertanto soggetto all’incessante azione di
cause esterne e di fattori di instabilità interna che possono sia
fortificarne il Conatus globale, sia determinarne, al contrario, la crisi
e la rovina.
Nel decimo capitolo del Trattato politico
viene tracciata una generale eziologia dei processi di dissoluzione
dello Stato civile e dei rimedi per ovviarvi. Tale problematica
riceve invero già un’anticipazione nel capitolo sesto, pressoché
interamente dedicato al tema della stabilità politico sociale, dove
vie-ne in maniera preliminare tematizzata l’impossibilità di una
totale disgrega-zione della Civitas. Quanto infatti spesso si verifica
a causa di discordie e sedizioni dà generalmente
luogo solo a un mutamento di forma dell’assetto giuridico-politico-sociale,
senza che mai tuttavia questo possa radicalmente venire annientato (21)
: “Dal momento che gli uomini, come si è detto, si fanno guidare
dalle passioni più che dalla ragione di conseguenza una moltitudine
di persone è portata per natura ad unirsi, e vuole essere guidata
come da una sola mente, non indotta dalla ragione, ma da qualche comune
affetto, vale a dire (come abbiamo detto nell’art.9 del cap. III) da una
comune speranza, o timore o desiderio, di vendicare un danno. Poiché
infatti la paura della solitudine è insita in tutti gli uomini,
dal momento che nessuno, da solo, ha forze sufficienti per difendersi e
procurarsi il necessario per vivere, di conseguenza gli uomini tendono
per natura alla stato civile, né può mai accadere che essi
lo distruggano del tutto” (22) .
Tutte le possibili cause di crisi dell’assetto
politico vengono in generale ricondotte, sulle orme di Machiavelli, allo
scarto o allontanamento rispetto al loro originario principio costitutivo.
Le comunità politiche, proprio come i corpi naturali, sono costantemente
sottoposte a modifiche e mutamenti dovuti all’aggiunta o perdita di componenti
che postulano continuamente un riequilibrio dell’insieme; di conseguenza
al disconoscimento di questi dinamismi e alla mancanza di adeguazione e
di integrazione delle nuove istanze insorgenti, fanno seguito fratture
e squilibri degenerativi: “La principale causa di disgregazione degli Stati
è quella che osserva l’acutissimo Fiorentino nel primo capitolo
del terzo libro dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, ossia che
allo Stato, come al corpo umano, ogni giorno si aggiunge qualcosa, che,
talvolta, rende necessario un intervento curativo; e dunque per questo,
egli dice, è necessario che ogni tanto accada qualcosa per cui lo
Stato venga ricondotto al principio sul quale esso fu originariamente istituito”
(23) .
Nel decimo capitolo del Trattato Politico
vengono pertanto specificate le possibili cause di disgregazione degli
organismi politici, con particolare riferimento alla degenerazione dei
nessi d’insieme in ragione dei quali lo Stato si trova in dialettica interazione
con le pratiche giuridiche sociali, economiche, politiche e istituzionali.
La crisi dello Stato non viene cioè
definita unilateralmente in considera-zione del rapporto trascendente e
verticale del potere rispetto ai sudditi assoggettati, bensì con
attenzione rivolta soprattutto alla legittimità di esso, concepita
a sua volta proporzionalmente al suo carattere consensuale: vale a dire
correlativamente alla necessità plurale e diffusa della sua potenza
come struttura, movimento e articolazione da cui trae ragione d’essere
la compattezza e sovranità dell’intero corpo sociale.
La vita dello Stato è infatti
concepita anzitutto come vita dei soggetti che lo vivono; pertanto ogni
fondata indagine concernente il suo sviluppo o il suo degenerarsi si concepisce
che non possa prescindere dal senso generale e dalla complessità
strutturale in cui l’intero organismo politico si radica.
_______________________________________________
NOTE
(1) Diamo nel
seguito una lista delle abbreviazioni utilizzate nel lavoro. Anche nelle
citazioni italiane dell’opera dello Spinoza ci si riferisce all’originale
latino nell’edizione del Gebhardt (B. SPINOZA, Opera, in Auftrag der Heidelberger
Akademie der Wissenschaften, hrsg. von C. Gebhardt. Heidelberg, C. Winters,
[1924], 4 voll.). P.es., “G., vol. III, pag. 15” vale Gebhardt (come citato),
volume III, pagina 15.
Per la traduzione italiana dell’Etica
ci siamo serviti di B. SPINOZA, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico,
trad. it. di S. Giametta, Torino, Boringhieri, 1959. Il testo è
stato citato con l’abbreviazione E.
Per la traduzione italiana del Tractatus
theologico-politicus abbiamo attinto a B. SPINOZA, Trattato teologico-politico,
introduzione di E. Giancotti Boscherini; trad. e commenti di A. Droetto
ed E. Giancotti Boscherini, Torino, Einaudi, 1972, abbreviato in T.T.P.
La versione italiana dei passi tratti
dal Tractatus politicus (abbreviato in T.P.) è nostra. Abbiamo peraltro
tenuto presenti le traduzioni più recenti: B. SPINOZA, Trattato
politico, a cura di A. Droetto, Torino, Ramella, 1958; ID., Trattato politico,
a cura di L. Pezzillo, Bari, Laterza, 1991; ID., Trattato politico, testo
e trad. a cura di P. Cristofolini, Pisa, ETS, 1999.
Per l’edizione italiana delle lettere
spinoziane è stato tenuto presente B. SPINOZA, Epistolario, a cura
di A. Droetto, Torino, Einaudi, 1974.
Per le citazioni dall’E. si è
fatto uso delle seguenti abbreviazioni:
pr. = propositio
prp. = propositiones
dem. = demonstratio
sc. = scholium
cor. = corollarium
def. = definitio
ass. = axioma
post. = postulatum
lem. = lemma
praef. = praefatio
(2) Interessa
qui mettere in evidenza come la filosofia politica spinoziana non prenda
origine dietro la spinta di circostanze storiche particolari e immediatamente
politiche, ma solo a partire e in funzione del preventivo programma della
sua più generale attività speculativa. Riflessione sistematica,
ontologica, gnoseologica, etica e pratico-politica: su questa base il nuovo
problema è allora quello di una trasformazione della stessa politica.
Trasformare la politica perché esiste la possibilità di comprendere
la realtà nel suo intero e di comprenderla a partire da un senso
presente e operante in essa.
Su questa impostazione critico-metodologica
cfr. E. GIANCOTTI, Necessity and freedom. Reflections on texts by Spinoza,
in Speculum Spinozanum 1677-1977, edited by S. Hessing, London, Routledge
& Kegan Paul, 1979, pp. 90-107. La complessità teorica sottesa
alla elaborazione della politica spinoziana emerge particolarmente dai
rilievi di André Tosel: “Les hommes ne sont pas, ne seront jamais,
en sens absolu, causa sui, ils ne se nieront pas, ils ne surmonteront pas
la différence modale; mais à l’intérieur de cette
différence, un avenir, une histoire leur sont ouverts. Irréductiblement
causés dans leur essence et existence par la nature-Substance, les
modes humains existants sont simultanément engendrés par
d’autres hommes, eux mêmes engendrés aussi, selon un ordre
immuables dont ils ne peuvent être abstraits (...) Deux niveaux de
conditionne-ment se croisent: celui du monde extérieur et celui
de la structure psycho-physique individuelle (toute essence de mode est
d’ailleurs elle-même relationelle). Sur cette base, sous et dans
cette conditions, il y a place pour un devenir-cause et conception, un
divenir agissant et agent de l’homme à l’intérieur du système
mobile et relationnel des conditions” (A. TOSEL, Quelques remarques pour
une interpretation de l’Ethique, in Spinoza nel 350° anniversario della
nascita. Atti del congresso (Urbino, 4-8 ottobre 1982), a cura di E. Giancotti,
Napoli, Bibliopolis, 1985, pp. 148-9).
(3) Abbiamo
già sottolineato come in Spinoza le origini della società
si identifichino con quelle dell’autorità e dello Stato. Da ciò
la centralità della forma democratica di governo come quella più
naturale e completamente assoluta in quanto risultato dal trasferimento
del diritto naturale dei singoli individui a favore dell’intera società
di cui essi fanno parte, rimanendo pertanto ciascuno come era nello stato
di natura, ma in più fortificato dalla collaborazione sociale. In
quanto espressione pratica della totalità Civitas-Imperium, nello
Stato democratico il popolo è insieme protagonista e oggetto dell’azione
del governo, fonte di potere e soggetto del suo esercizio: da ciò
appunto il carattere assoluto della sua sovranità. Su questa eguaglianza
dei cittadini nello Stato democratico si fonda altresì il criterio
maggioritario come regola di governo che attribuisce l’esercizio dell’autorità
e il potere di decisione al maggior numero possibile di individui. Ora,
il manoscritto del Trattato politico – com’è noto – è rimasto
interrotto a causa della morte dell’autore, proprio allorché egli
si accingeva a trattare dei fondamenti del governo democratico. Né
è del resto possibile ricostruire con precisione un modello particolareggiato
di esso, fatta forse eccezione per la teocrazia ebraica di cui si tratta
nelle prime pagine del cap. XVIII del Trattato teologico-politico, la quale
viene comunque considerata alla stregua di un esempio storico irripetibile.
Da ciò il problema legato appunto al mancato modello di governo
democratico, del valore e dell’organizzazione istituzionale di esso. E’
ben difficilmente sostenibile che Spinoza ipotizzasse un possibile mandato
di rappresentanza ad una classe dirigente da parte del popolo, avendo già
in precedenza esplicitato, proprio su questa base, la differenza tra regime
aristocratico e democratico. E’ infatti nel caso dell’aristocrazia che
il potere politico è prerogativa di un Consiglio Supremo dei Patrizi
(o Assemblea Suprema), e che gli altri organi dello Stato hanno solo funzioni
delegate e particolari, né possono in alcun modo aspirare a sostituirsi
a tale Assemblea. L’unicità dell’organismo detentore del potere
si attua nel diritto assoluto di fare ed abrogare le leggi e nel diritto
di eleggere i funzionari dello Stato. Risalta a tutti gli effetti la somiglianza
che intercorre tra l’Assemblea dei Patrizi descritta da Spinoza e l’Assemblea
elettiva propria di una moderna democrazia rappresentativa. Diversamente
nel caso dell’Assemblea suprema dello Stato democratico di Spinoza, viene
esclusa la possibilità di organi rappresentativi intermedi; essa
è composta da tutti i cittadini, senza per questo venir meno a nessuna
delle sue prerogative di organismo sovrano e unitario, di organo legislativo
e di governo.
Nella realizzazione della inscindibile
unità di società-Stato-governo e quindi nella effettiva identificazione
di tutto il popolo con lo Stato è da ravvisare il carattere assoluto
di essa. Tuttavia già nel caso dell’aristocrazia federativa viene
avanzata una difficoltà di fondo, ossia si pone il problema riguardante
un corpo politico troppo ampio e decentrato per essere riunito unitariamente,
così da poter esercitare il potere sovrano. Tale difficoltà
emerge ancora più chiaramente nel caso della democrazia, imperniata
com’è sul concetto di moltitudine, non solo intesa in senso quantitativo,
ma qualitativo (ossia come concorde condotta di un gran numero). La potenza
della moltitudine è infatti un concetto ambivalente che sta a significare
una potenza tanto di concordia quanto di di-scordia. Non solo, ma a questo
intrinseco e irriducibile antagonismo ad essa costitutivo, è da
aggiungere quello che concerne la bipartizione “individuo” e “Stato”, quali
a-strazioni nel cui rapporto si realizza appunto la potenza della moltitudine
in quanto tale e in cui si impernia in fin dei conti l’intera dialettica
politica. Se infatti la sovranità è il soggetto cui spetta
di imporre limiti e regole, tuttavia tale facoltà ordinatrice non
è incondizionata, ma a sua volta dipende dalla sua capacità
di garantire unità e diversità, stabilità e dinamicità
nei termini di un difficile equilibrio politico fatto di potere e ragione.
Da ciò il problema del reperimento di un centro di equilibrio, di
un soggetto politico in grado cioè di moderare tali antagonismi
in termini di governo; ossia la que-stione, da chi debba essere costituito
l’esecutivo e in quale rapporto debba trovarsi con il potere le-gislativo.
Tale problema concerne dunque in generale l’individuazione di un centro
dell’equilibrio, di un terzo referente in grado di unificare coattivamente
le parti contrapposte; costituendo cioè un valido e sensato condizionamento
tale da relazionare unità e particolarità. E ciò oltre
ogni contrapposizione frontale così come oltre ogni unificazione
irrelata e meramente autoreferenziale. Con ciò il concetto di democrazia
(sia come ideal-tipo che sta alla genesi delle diverse forme di governo,
sia soprattutto come forma di governo particolare) è un concetto
assai problematico per le istanze opposte di cui si compone, che quindi
difficoltosamente possono essere unificate: come potenza disorganica e
intrinsecamente divisa, è raro che la moltitudine riesca di per
se ad autogovernarsi; ossia che, in altri termini sia in grado di raggiungere
spontaneamente equilibrio e unanimità. “Nella maggior parte delle
società, la moltitudine è priva di diritti e di informazioni,
e costituisce solo l’ambiente nel quale le passioni entrano in risonanza,
portando agli estremi la “fluttuazione” dell’anima della città.
Tuttavia se deve emergere una volontà a livello di Stato occorre
che la moltitudine sia implicata nella sua formazione. Come è materialmente
possibile?” (Cfr. E. BALIBAR, Spinoza e la politica, tr. It. Roma, Manifestolibri,
1996, pp. 95-6). Questo esito aperto e dilemmatico esclude radicalmente
che l’elaborazione politica del filosofo olandese possa considerarsi un
hortus conclusus; e pone piuttosto il problema di una vita sociale fondata
su una diffusa pratica di comunicazione in virtù della quale la
Civitas, per quanto nella realtà esistente sia fondata su rapporti
di soggezione, di ignoranza (oltre che di sapere), di rigido antagonismo
ideologico, o anche di cieca sottomissione idolatrica a credenze superstiziose,
possa infine essere resa consapevolmente partecipe di idee adeguate, così
da diventare parte attiva di processi decisionali democratici; divenga
cioè sempre più capace di autodeterminazione (in ragione
del parallelismo idea adeguata-causa adeguata). In tal senso l’attività
conoscitiva e unitamente quella di una prassi di intensificazione degli
interscambi sociali, acquistano un valore decisivo agli effetti della pratica
politica.
(4) Se ciò
fosse possibile, se tale correlazione non implicasse degli scarti per cui
Stato e individui si corrispondessero totalmente, si avrebbe certamente
un corpo politico integralmente libero e razionale; ma ciò verrebbe
a significare che storia e politica non hanno più ragione d’essere
e comporterebbe dunque la loro stessa fine.
(5) In due celebri
luoghi Spinoza enuncia la definizione di democrazia come omnino absolutum
imperium:
a) “Transeo tandem ad tertium et omnino
absolutum imperium, quod Democraticum appellamus”. Tractatus Politicus,
XI, 1 [G., vol. III, p. 358].
b) “ Ac proinde concludimus, imperium,
quod in Concilium satis magnum transfertur, absolutum esse, vel ad absolutum
maxime accedere. Nam si quod imperium absolutum datur, illud revera est,
quod integra multitudo tenet”. Tractatus Politicus, VIII, 3 [G., vol. III,
p. 325].
Da questi due passi si evince la diretta
proporzionalità che, nella concezione spinoziana, intercorre tra
assolutezza, coestensività e perfezione. L’assolutezza dello Stato
è determinata dalla prerogativa delle decisioni politiche di emanare,
quanto più direttamente possibile, dalla fonte originaria del potere-diritto,
ossia dalla multitudo e di venire conseguentemente trasmesse agli organi
esecutivi. E’ in ragione di ciò che la democrazia risulta in prima
istanza geneticamente, la forma originaria e superiore rispetto a tutte
le altre, (Cfr. Tractatus Politicus, II, 17; VIII, 12 [G., vol. III, p.
282; p. 329]). Ne deriva che, quasi paradossalmente, la genesi storica
dell’idea democratica è da ricondursi alla definizione dello Stato
assoluto, sebbene inteso in maniera sui generis. Il passaggio allo Stato
democratico non viene infatti concepito come esito di una limitazione del
diritto pubblico (come invece secondo la concezione dello Stato liberale
e di quello costitu-zionale), bensì nei termini di una sempre progressiva
integrazione, fino a pervenire, al limite, ad una completa identificazione
di suddito e sovrano. Ecco perché il divenire del processo di democratizzazione
dello Stato viene con Spinoza ad identificarsi, non con la parcellizazione
e distribuzione del potere (per cui esso cadrebbe sotto il dominio di interessi
particolaristici ed arbitrari), ma con la sua integrazione unificante:
dal momento che infatti il diritto-potere del sovrano dipende dal diritto-potenza
dei sudditi, conseguentemente il primo sarà assoluto quanto più
verrà a coincidere con il secondo.
In ciò consiste la stessa autonomia
dello Stato democratico, intesa come intrinseco superamento dell’eteronomia
del comando e dunque ampliamento, quanto più sia possibile, della
base del suo esercizio.
Non si tratta dunque, per assicurare
la libertà, di dividere il potere (come secondo il costituzionalismo),
ma di distribuirne l'esercizio delle funzioni. Superare il nodo dell’antinomia
costituzionale equivale a realizzare, in termini spinoziani, l’identità
di autorità (ossia della virtus imperii) e libertà, quale
precipuo finis reipublicae; ossia rea-lizzare l’assolutismo. Il che significa,
in sostanza, poter dispiegare la correlazione essenziale potenza-potere
dello Stato in senso democratico, sì che esso possa conservare,
a prescindere dalle sue diverse forme, la condizione essenziale di sovranità
assoluta. Democrazia non significa, in termini spinoziani, frazionamento
del potere in tante parti quanti sono i sudditi, ma ampliamento della base
unitaria di esso, di cui tutti, al limite, devono, di diritto, poter divenire
partecipi.
L’assolutezza della sovranità
dello Stato viene pertanto a coincidere con la sua massima coestensività
di partecipazione giuridica (autonomia), e ciò sul presupposto del
riconoscimento razionale della validità comune della sua ragione
d’essere, ossia delle comuni istanze costitutive e di sviluppo che lo animano.
Diversamente: “Si Civitas alicui concedat jus, & consequenter potestatem
(…) vivendi ex suo ingenio, eo ipso suo jure cedit, & in eum transfert,
cui talem potestatem dedit. Si autem duobus, aut pluribus hanc potestatem
dedit, ut scilicet unusquisque ex suo ingenio vivat, eo ipso imperium divisit,
& si denique unicuique civium hanc eandem potestatem dedit, eo ipso
sese destruxit, nec manet amplius Civitas, sed redeunt omnia ad statum
naturalem”. Tractatus Politicus, III, 3 [G., vol. III, p. 285].
Dunque in Spinoza non vi è né
divisione del potere, come secondo il principio costituzionale; né
viene concepita una limitazione di esso, come secondo il principio liberale;
ma non vi è neppure un mero ritorno ad un assolutismo inteso tradizionalmente
come mera concentrazione verticistico-astrattiva di esso, vale a dire al
di là e al di sopra della potenza (potentia) da cui promana.
Non di divisione del potere si tratta,
ma di un progetto di distribuzione delle sue funzioni, che, in quanto tale,
concerne non l’imperium stesso, ma l’imperii forma o facies.
Pertanto il contratto da cui si origina
lo Stato non implica alcun trasferimento assoluto del diritto-potenza degli
individui a favore di una sovranità rispetto ad essi esterna, ma
prevede e postula la costituzione sovrana della Civitas, in modo tale che
ad essa venga riconosciuta la prerogativa di avere diritto a tutto ciò
che è in suo potere: “Qua autem ratione pactum hoc iniri debeat,
ut ratum fixumque sit, hic jam videndum. Nam lex humanae naturae universalis
est, ut nemo aliquid, quod bonum esse judicat, negligat, nisi spe majoris
boni, vel ex metu majoris damni; nec aliquod malum perferat, nisi ad majus
evitandum, vel spe majoris boni (…) Hac itaque ratione sine ulla naturalis
juris repugnantia societas formari potest, pactumque omne summa cum fide
semper servari; si nimirum unusquisque omnem, quam habet, potentiam in
societatem transferat, quae adeo summum naturae jus in omnia, hoc est,
summum imperium sola retinebit, cui unusquisque vel ex libero animo, vel
metu summi supplicii parere tenebitur. Talis vero sociatatis jus Democratia
vocatur quae proinde definitur coetus universus hominum, qui collegialiter
summum jus ad omnia, quae potest habet. Tractatus theologico-politicus,
XVI [G., vol. III, p. 191; 193].
Con tale impostazione teorica che rifonda
di una nuova semanticità concetti chiave del tradizionale linguaggio
politico, si può intendere che Spinoza venga altresì a colmare
un vuoto storico, vale a dire quello tra assolutismo e liberalismo, tracciando
la genesi dell'idea democratica.
Ora, dal momento che il passaggio dallo
stato naturale allo stato civile non comporta alcuna deprivazione di attributi
naturali, conseguentemente anche il concetto di comunità che ne
deriva è pienamente positivo: gli individui che tramite il contratto,
pactum societatis, deferiscono le loro potenze individuali all’intera società
di cui fanno parte, non rinunziano, s’intende, al loro diritto naturale
a favore di un terzo. Ma, com’è noto, compattano i loro diritti-potenze
individuali in uno jus commune, non divenendo così sudditi che di
se stessi, in virtù di un incremento d’essere che li fortifica,
rendendoli tutti ugualmente membri, attivamente partecipi dell’autonomia
democratica: “Si finis actionis non est ipsius agentis, sed imperantis
utilitas, tum agens servus est, & sibi inutilis: at in Republica &
imperio, ubi salus totius populi, non imperantis, summa lex est, qui in
omnibus summae potestati obtemperat, non sibi inutilis servus, sed subditus
dicendus; & ideo illa Respublica maxime libera est, cujus leges sana
ratione fundatae sunt (…) Sic etiam liberi, tametsi omnibus parentum mandatis
obedire tenentur, non tamen servi sunt; nam parentum mandata liberorum
utilitatem maxime spectant. Magnam ergo differentiam inter servum, filium
& subditum agnoscimus (…) Subditus denique, qui id quod communi &
consequenter quoque sibi utile est ex mandato summae potestatis agit. Atque
his imperii democratici fundamenta satis clare ostendisse puto; de quo
prae omnibus agere malui quia maxime naturale videbatur, & maxime ad
libertatem, quam natura unicuique concedit, accedere. Nam in eo nemo jus
suum naturale ita in alterum transfert, ut nulla sibi imposterum consultatio
sit, sed in majorem totius Socetatis partem, cujus ille unam facit. Atque
hac ratione omnes manent, ut antea in statu naturali, aequales”. Tractatus
theologico-politicus, cap. XVI [G., vol. III, pp. 194-5].
A questi asserti spinoziani fanno del
tutto specularmente riscontro quelli rousseauiani: “Trovare una forma di
associazione che difenda e protegga con tutta la forza comune la persona
e i beni di ciascun associato, e per la quale ciascuno, unendosi a tutti,
non obbedisca tuttavia che a se stesso e resti libero come prima. Questo
è il pro-blema fondamentale di cui il contratto sociale dà
la soluzione (…). Chi si dà a tutti non si dà a nessuno;
e siccome non vi è associato sul quale ciascuno non acquisti un
diritto pari a quello che gli cede su di sé, tutti guadagnano l’equivalente
di quello che perdono, e una maggiore forza per conservare quello che hanno
(…) Al posto della persona singola di ciascun contraente, quest’atto di
associazione produce subito un corpo morale e collettivo composto di tanti
membri quanti sono i voti dell’assemblea; da questo stesso atto tale corpo
morale riceve la sua unità, il suo io comune, la sua vita e la sua
volontà. Questa persona pubblica, che si forma così dall’unione
di tutte le altre, prendeva una volta il nome di città, e adesso
di repubblica o di corpo politico (…) Gli associati poi prendono collettivamente
il nome di popolo, e singolarmente si chiamano cittadini in quanto partecipi
all’autorità sovrana, e sudditi in quanto sottoposti alle leggi
dello Stato” (Cfr J. J. ROUSSEAU, Il contratto sociale, cit., l. I, cap.
VI, pp. 23-5).
(6) “Et c’est
cela qu’exprime la définition génétique de souveraineté
qui nous est donnée au §17 du chap. 2 [du Traité
Politique]: le droit de souveraineté, c’est le droit défini,
non pas par la puissance du souverain, mais par la puissance de la multitude.
Le possesseur de la souveraineté (...) c’est la multitude elle-même;
le souverain n’en est que le détenteur: il la détient dans
la mesure exacte où la multitude accepte de la mettre à sa
disposition. (...). Tout ce qu’il fait en tant que souverain, c’est en
réalité la multitude qui le fait, exactement comme toutes
les actions du souverain du Léviathan étaient en droit celles
de ses sujets. Mais, bien entendu, contrairement à ce qui se passait
chez Hobbes, cet équivalent d’autorisation n’est pas donné
une fois pour toutes à toutes, les actions du souverain: il est
dónné, a chaque instant, à chacune de ses actions
particu-lières, du seul fait que la plupart des ses sujects acceptent
d’y coopérer activement ou passivement. Et c’est justement pour
cette raison que le T.P. ne parle plus de contract social: la societé
politique n’est pas creé par un contract, elle est engendrée
et réengen-drée à chaque instant par un consensus
qui doit être renouvelé en permanence (...). Il s’agit d’une
cause immanente: l’origine est toujours là, car le conatus démocratique
fonctionne toujours; sinon, il n’y aurait plus d’Etat”. Cfr. A. MATHERON,
La fonction theorique de la democratie chez Spinoza et Hobbes, in “Studia
Spinozana”, vol. 1 (1985), pp. 270-1.
(7) Ricordiamo
al riguardo la definizione spinoziana del diritto naturale: “Per diritto
e i- stituto naturale, non intendo altro che le regole della natura di
ciascun individuo, in ordine alle quali concepiamo che ciascuno è
naturalmente determinato a esistere e a ope-rare in un certo modo”. T.T.P.,
cap. XVI, p. 377 [G., vol. III, p. 189].
(8) Così
ad esempio nella formula “Terrere nisi paveant” (T.P., VII, 27) [G., vol.
III, pp. 319-0] si rende esplicita tutta l’ambivalenza problematica di
“timore delle masse”; ciò rinvia a sua volta alla polivalenza semantica
del nuovo concetto di multitudo/vulgus/plebs, come motivo centrale della
filosofia politica moderna, alla cui elaborazione Spinoza dà un
contributo decisivo. “Timore delle masse” è da intendersi infatti
tanto nel senso di genitivo oggettivo, per cui l’espressione viene a significare
il timore che le masse provano; sia in senso soggettivo, indicando invece
il timore che le masse ispirano a coloro che governano lo Stato. A tal
proposito così si esprime perspicuamente Balibar: “Toute la recherche
du T.P. tend donc à trouver le point d’equilibre entre la puissance
de la masse et la puissance des gouvernants, étant entendu qu’il
s’agit d’une certaine façon de la même puissance, à
la fois une, concentrée, et multiple, dispersée (cfr. par
ex. T.P., c.VII, § 31). Ou encore cette recherche tend à trouver
le point de ‘balance politique’, qui permette à la fois à
la masse et aux gouvernants de maîtriser la terreur qu’ils s’inspirent
réciproquement”. Cfr. E. BALIBAR, Spinoza: la crainte des masses,
in Spinoza nel 350° anniversario della nascita, cit., p. 305).
(9) T.P., V,
1 [G., vol. III, P. 295].
(10) T.P.,
II, 17 [G., vol. III, P. 282].
(11) T.P.,
II, 23 [G., vol. III, P. 284].
(12) T.P.,
III, 9 [G., vol. III, p. 288].
(13) T.P.,
VII, 22 [G., vol. III, p. 310].
(14) Dal momento
che alla base dello Stato vi è un sistema di rapporti di forza,
ovvero una rete di relazioni stabili tra gli individui che lo hanno costituito,
evidentemente lo Stato stesso deve essere pensato come un individuo di
individui. (Cfr. T.P., III, 1-2, 5; 2; VI, 19; IX, 14; X, 1 [G., vol. III,
pp. 284-5, p. 286; p. 292; p. 302; pp. 351-2; pp. 353-4]).
“Nello Stato civile i cittadini tutti
insieme debbono essere considerati come un sol uomo allo stato di natura”:
T.P., VII, 22 [G., vol. III, pp. 316-7]. Né si tratta di una semplice
metafora o analogia; ma è questione di una solidarietà naturale,
di un’auto-organizzazione funzionale che risponde all’istanza di garantire
la sicurezza e l’incremento delle potenzialità dei singoli individui.
Da ciò anche la correlazione che lega inscindibilmente stabilità
delle istituzioni e sicurezza degli individui; qualora infatti in uno Stato
prevalgano spinte disgregatrici, anarchia e imperversare di ogni sorta
di violenza e prevaricazione, la lealtà nei confronti di esso scompare.
(Cfr. T.P., X, 9-10 [G., vol. III, pp. 357-8]). Né del resto la
correlazione tra individuo-Stato e singoli individui può mai essere
piena e perfetta: ciò implicherebbe evidentemente la fine stessa
della dialettica politica e più in generale della storia. Diversamente
la correlazione tra Stato e cittadini, tra sudditi e sovrano, è
ognora aperta e problematica; essi infatti sussistono in un equilibrio
mai definitivo e che richiede costanti trasformazioni, verifiche, dato
l’inestinguibile pluralismo radicato nella molteplicità degli “ingenia”.
Lo Stato costituisce pertanto duplicemente la ragione della sicurezza degli
individui potendo diventare tuttavia, al tempo stesso, una minaccia per
essi; simmetricamente gli individui che hanno generato lo Stato obbediscono
alle sue leggi esprimendo il loro consenso fino a quando trovano (o reputano
di trovare) espressione nelle istituzioni; altrimenti si trasformano in
una latente minaccia per l’ordine costituito. Il problema politico fondamentale
diventa allora quello dell’individuazione delle dinamiche interne e delle
modalità di azione reciproca che stanno alla base della conservazione
dei corpi politici. Il che equivale del resto ad indagare le possibili
cause genetiche della dissoluzione dei diffe-renti regimi.
Si deve dunque dedurre che il rapporto
giuridico tra sudditi e sovrano, per quanto sancito formalmente dalle clausole
del contratto (jure civili), affonda le proprie radici e condizioni di
validità jure naturae. L’unità dello Stato, della sua genesi
e costituzione strutturalmente composta, non è concepita in alcun
modo da Spinoza sulla base dell’ipotesi o costituzionalità della
separazione dei poteri. Ma dividere l’unità sovrana dello Stato
equivarrebbe a fare un passo indietro, ossia significherebbe ripercorrere
a ritroso il processo dell’unificazione giuridica da cui si era originato
lo Stato stesso. L’unità del diritto, sulla base della inscindibile
correlazione potenza-potere, costituisce la condicio sine qua non dello
Stato assoluto quale è inteso da Spinoza, vale a dire come un corpo
intrinsecamente unitario, diretto da un’unica mente.
Concepire una pluralità di poteri
sarebbe come dar vita ad una molteplicità di centri di comando e
di organizzazione di un medesimo corpo politico, il che ne determinerebbe
un irreversibile smembramento “Si Civitas alicui concedat Jus, et consequenter
potestatem (…) vivendi ex suo ingenio, eo ipso suo jure cedit, et in eum
transfert, cui talem potestatem dedit. Si autem duobus, aut pluribus hanc
potestatem dedit, ut scilicet unusquisque ex suo ingenio vivat, eo ipso
imperium divisit, et si denique unicuique civium hanc eandem potestatem
dedit, eo ipso sese destruxit, nec manet amplius Civitas, sed redeunt omnia
ad statum naturalem”: T.P., III, 3 [G., vol. III, p. 285].
Ma se torto dei costituzionalisti antichi
e soprattutto moderni era quello di riferire al diritto di sovranità
(jus) una caratteristica che spettava piuttosto solo al suo esercizio (usus
juris), inaccettabile errore dei teorici dell’assolutismo (tra i maggiori
di essi Vitoria, Bodin e Hobbes) era invece quello di riferire ad una particolare
forma di governo (la monarchia), l’assolutezza di un principio che in realtà
doveva invece concernere l’essenza dello Stato. Rispetto a questi due orientamenti
opposti, si può sostenere che Spinoza operi una sorta di sintesi
con particolare riferimento alla struttura organizzativa che egli attribuisce
al governo aristocratico (cfr. T.P., VIII, 1-49 [G., vol. III, pp. 323-46]).
In esso infatti il potere, pur essendo attribuito ad uno solo, si concepisce
che comprenda, subordinate a sé, la molteplicità delle diverse
funzioni dell’amministrazione pubblica. Lo jus imperii, detenuto dal sovrano,
è al vertice dell’intera regolamentazione, pur non essendovi a sua
volta sottoposto. Tuttavia questa divisione tecnico-funzionale del potere
concerne l’aspetto esterno della sovranità, il suo rapporto con
il corpus politicum ed è di pertinenza del diritto positivo. Diversamente
al suo interno la sovranità è concepita in tutta la sua assolutezza
e sulla base del diritto naturale. Qualora essa nel suo rapporto con i
sudditi trasgredisca, perde la sua autonomia e viene abbattuta per diritto
di guerra. (Cfr. T.P., IV, 4, 5 [G., vol. III, pp. 292-4]).
(15) T.P.,
VI, 2 [G., vol. III, p. 276].
(16) A tal
riguardo sono di particolare rilievo le considerazioni di A. Tosel sul
ruolo che l’opinione pubblica svolge ai fini della genesi dello Stato nonché
dell’autoregolazione dello stesso nello svolgimento del suo operato. In
questo senso la filosofia politica di Spinoza mostra di essere eminentemente
una teoria rivolta alla pratica. In ciò risiede la presa di distanza
di Spinoza rispetto al punto di vista classico e tardo scolastico, compreso
fra Aristotele e Tommaso d’Aquino, e il suo contemporaneo accostamento
al punto di vista di Machiavelli che fa appunto della politica la scienza
pratica dello Stato. Nondimeno, argomenta l’autore, è proprio riproponendo
al centro della filosofia politica moderna il topos della discussione fra
i liberi cittadini sull’azione comune, peculiare della filosofia politica
classica, che Spinoza giunge a cogliere, tanto nel Trattato Teologico-Politico
che nel Trattato Politico, il tratto saliente della peculiare natura dello
Stato moderno: il suo vitale rapporto con le proprie basi costituite dalla
Civitas. Cfr. A. TOSEL, La theorie de la pratique e la function de l’opinion
publique dans la philosophie politique de Spinoza, in “Studia Spinozana”,
vol. 1 (1985), pp. 183-208.
(17) E., II,
Def dopo la Prop. 13 [G., vol. II, p. 96].
(18) Il che
ha luogo secondo una logica sia di causalità sia di casualità;
sia di determinazione sia di possibilità. Queste analisi generali
intendono chiarire i presupposti generali di quella dialettica delle istituzioni
che in parte era già stata affrontata nel T.T.P. e che, poi, nel
T.P., viene ripresa e specificata con riferimento ai diversi regimi.
(19) A tal
riguardo così si esprime Matheron: “Aucune différence, par
conséquent, entre lois juridiques et lois physiques: les unes comme
les autres sont les règles uniformes par lesquelles s’exprime la
vie d’une essence individuelle (...) L’imperium, pas plus que l’homme,
n’est un empire dans un empire; mais, comme l’homme, et comme n’importe
quel être, il constitue une totalité fermée sur soi
et douée, pour cette raison, d’une autonomie relative (...). Nous
comprenons, par là-même, les rapports qu’entretient l’individu
humain avec l’Individu-Etat où il s’intègre. Ces rapports
sont doubles. D’une part, les sujets sont cause immanente de la societé
politique (...). Ce mouvement ascensionnel peut s’effctuer plus ou moins
bien, mais son arrêt complet signifierait la destruction du corps
social. Si l’Etat existe, en definitive, c’est dans la seule mesure où
ses membres le veulent bien; qu’ils cessent tous de l’accepter, et il disparaitra
aussitôt. Mais, d’autre part, l’Etat, une fois créé,
se présente aux sujets sous la forme de la transcendance (...) Trascendance
et immanence (...) doivent trouver un juste équilibre. Tel est le
rôle des institutions (...) Un excès d’immanence nous ramènerait
à l’état de nature. Un excès de transcendence également,
car il signifierait tyrannie, donc mécontentement et révolte”.
Cfr. A. MATHERON, Individu et communnauté chez Spinoza, Paris, Les
Editions de Minuit, 1969, pp. 348, 350.
(20) Cfr. E.
BALIBAR, Spinoza e la politica, cit., p. 89.
(21) “Non accade
mai, dunque, che, a causa delle frequenti discordie e sedizioni che vi
si producono, i cittadini distruggono la comunità politica (come
di sovente accade per tutti gli altri tipi di associazioni); ma che mutino
la sua forma in un’altra, se proprio non rie-scono a sedare le contese
conservando la configurazione della comunità politica (Civitas).
Ragion per cui quanto ai mezzi che, come ho detto, sono necessari alla
conservazio-ne della forma dello Stato (Imperii formam) intendo quelli
che sono richiesti a conservarne la forma senza introdurvi considerevoli
mutamenti”: T.P., VI, 2 [G., III, p. 297].
(22) T.P.,
VI, 1 [G., III, p. 297] .
(23) T.P.,
X, 1 [G., III, p. 353] .
Paolo Zizi *, dell’Associazione Italiana
degli Amici di Spinoza,
dell’Ae.S
_______________________________________________
NOTE
(1) C. Schaarschmidt,
Plato et Spinoza philosophi inter se comparati: Berolini, 1845.
(2) Plotino, Enneadi,
VI 4, 2, 3; 7; II 8, 9, 10.
(3) B. Spinoza, Etica,
P. II, p. 40.
(4) H. A. Wolfson,
La philosophie de Spinoza: Paris, Gallimard, 1999; pag. 492 ss..
(5) Platone, Repubblica,
VII, 534 B 3 – D 1.
(6) W. Beierwaltes,
Platonismo e idealismo: Bologna, Il Mulino, 1987; pagg. 128-131.
(7) C. Schaarschmidt,
Plato et Spinoza… cit., pagg. 32 ss..
(8) Platone, Timeo,
commento di Proclo, II, 246, 4-7.
(9) A. Bonhöffer,
Die Ethik des Stoikers Epiktet, pagg. 45, 81.
(10) W. Beierwaltes,
Proclo; Berlin, 1962, pagg. 49-90.
(11) Platone, Repubblica,
VII, 508 A 9 – C 2.
Il
Notiziario viene proposto, con assoluta parzialità, a chi crede
che una società genuinamente umana non possa essere che razionale
e fraterna, ed è certo (se professionista della filosofia) o sospetta
(se semplicemente sano di cervello e di cuore) che l'orientamento etico
di B. Spinoza costituisca una via privilegiata verso quell'obiettivo.
Ci
si abbona assicurando il proprio consenso ideologico ed etico e la propria
volontà di perseguire gli stessi fini dell'Aedes Spinozana: primo
fra i quali educare gli umani a vivere una buona volta sotto l'imperio
della ragione ("Ethica", IV, App. 9).
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e riprodotto in proprio.