Anno XIV (2002), n. 1- Gennaio-Marzo 2001
Responsabile: Dott. G. Graziosi - Autorizzazione
del Tribunale di Bologna n. 5738 del 5 maggio 1989
Notiziario trimestrale dell'Associazione
per l'Aedes Spinozana d'Italia
presso Graziosi-Prestel, vle Roma,
9 - 40139 Bologna
Bulletin trimestrel de l'Association
pour l'Aedes Spinozana d'Italie
Quaterly news of the Association for
the Italia Aedes Spinozana
Paolo Zizi: La struttura
dialettico-scientifica e la riflessione metafisico-dialogica di Spinoza
a cura della redazione: IL
LUOGO DELLA POLITICA / SAGGIO SU SPINOZA di Lucia Nocentini
Giovanni Graziosi: Isole
nella corrente
a cura della redazione: MENTE
E CORPO / STUDI SU CARTESIO E SPINOZA di Cristina Santinelli
Sembrava così avventuroso, l’anno scorso, inoltrarsi nel Nuovo Millennio: e invece eccoci qui, già in pieno 2002, con appena 98 anni o poco più disponibili del nuovo secolo, e soprattutto senza che si riesca a vedere una differenza fra la routine di questo glorioso Millennio e quella dei tetri millenni del passato.
O forse una piccola differenza c’è: che, guardandosi in giro, si vede che le proposte di ragione di riflessione di buon volere – le proposte che anche noi ci sforziamo di esprimere – sono ancor più scarse e fioche, o forse sembrano tali perché il fracasso della violenza e della stupidità è sempre maggiore, e in ogni caso appaiono sempre più fuori luogo – marginali rispetto al corso tumultuoso della piena, incongruenti coi principali interessi della famiglia umana, o dei suoi sedicenti capifamiglia.
Ma, ovviamente, la consapevolezza di questa realtà non ci scoraggia; al contrario. Non solo per il ben noto Principio del Bergerac, che è, da sempre, uno dei cardini del nostro lavoro; ma, soprattutto, perché non potremmo più guardarci allo specchio se, dopo che l’Infinita Concatenazione delle Cause ci ha portato a sapere, noi dovessimo riconoscerci cani muti.
Paolo Zizi, dell'Associazione
Italiana degli Amici di Spinoza - dell’Ae.S
Il più grande avvicinamento alla
Sostanza (-Causa-Dio-Uno) spinoziana, che sta al disopra del silenzio che
l’umano pensiero possa raggiungere, è il silenzio della parola-non-detta
che sgorga dalla forma più alta del pensiero “dialogico”, cioè
il superamento della dialettica negativa nella negazione della negazione
(omnis determinatio est negatio et omnis negatio est determinatio). La
conseguenza di questa Intuizione è che il dialettico – il filosofo
– spinoziano deve “trascendere” anche il suo pensiero negante, per farsi
il più possibile simile al Principio (1).
Il “dialogo dialettico non-scritto”
di Spinoza mostra, sempre, la Sostanza come Principio primo-supremo: dal
momento che Essa non può essere espressa, né tanto meno definita,
a parole, si pone come Intuizione che sorregge la totalità delle
cose trascendendone i fenomeni; Essa è l’Intero del reale quale
rifiuto di ogni concezione dualistica della realtà. Vi è
una sola realtà che si chiana Dio. Dal punto di vista del dialogo
“non-scritto” di Spinoza l’unica dimostrazione dialettica, more geometrico
e metafisico, è quella che nega una determinata tesi e la riduce
a contraddizione: per cui la struttura della Sostanza spinoziana risulta
essere l’Intero consistente nella riduzione a contraddizione della pretesa
di assolutizzare il particolare e fare di esso l’Intero ovvero Dio.
La dimostrazione dialettico-metafisica
di Spinoza scopre l’essenza delle cose e la loro causa e costruisce il
sistema per mezzo del “dialogo”, indicando nella Forma suprema della conoscenza
intuitiva dei “principi primi” della Sostanza la Causa prima dell’intera
realtà ossia prote philosophia (2). In Spinoza
non vi è la distinzione tra logica e metafisica, in quanto la metafisica
è il luogo essenziale dell’Intuizione e della “Ratio cognoscendi”,
ovvero della Verità, dell’unica Sostanza, totalità non inerte,
che annulli le differenze, ma vivente, capace di autoporsi e autocogliersi
nella sua profondità.
In questo sistema si pone la Totalità
dell’esperienza integrale che spinozianamente è la chiarificazione
del proprio fondamento in Dio, Sostanza unica che conferma “Tutto ciò
che c’è di vero proviene da Lui”: l’Intero. Da un lato è
Principio al disopra di tutto, come totalmente altro da tutto ciò
che è, senza forma e senza figura, Ineffabile; dall’altro, si riconosce
che Dio è il Bene, e quindi Causa di tutto, che viene intuito positivamente,
Intelletto e pura Intuizione di Tutte le cose, che ha la sua perfezione
nell’astrarre dalla materia la Forma.
L’Intelletto spinoziano è in
noi ed è Causa dell’intelligibilità delle cose, è
la forma suprema datrice di forma a tutte le cose. Questo intelletto conosce
le cose nella misura in cui esse sono intelligibili e hanno forma, e quindi
la Astrazione-Intuizione non è altro che la capacità di cogliere
l’intelligibile e la forma. L’Intuizione è questo supremo intelletto
e si identifica con la Causa prima, ossia Dio, che viene dal difuori (3).
La partecipazione immediata all’Intelletto divino (Intelletto che viene
dal difuori) è dunque la condizione sine qua non della conoscenza
intuitiva. Nel dialogo metafisico-spinoziano il contatto del nostro intelletto
con l’Intelletto divino non può che essere immediato e quindi di
carattere intuitivo, quasi un’assimilazione del nostro intelletto all’Intelletto
divino (homoíosis theô) (4).
In questa forma di analogia spinoziana
vi è il dispiegamento del Principio che non differisce da se stesso,
non è identico al diverso, non differisce dal diverso, non è
identico a se stesso. Se il Principio-Sostanza differisse da se stesso,
Esso si estranierebbe dalla propria essenza; ma la sua essenza consiste
nell’essere Principio di se stesso, e pertanto esso non può differenziarsi
da se stesso: risultando unico Principio. Questo unico principio è
l’Uno e ciò che è diverso da sé non è Uno.
Pertanto esso non è neppure identico al diverso, neppure nel senso
della partecipazione.
Questo sistema-Principio è simbolo,
come si è mostrato, di un ordine subordinato e derivato che in sé
permanendo da sé procede, si dirige nuovamente verso di sé
e si tiene unito in suprema sovrabbondanza. Attraverso la processione dell’unico
principio che salvaguarda il sistema si costituisce la molteplicità,
e con essa il tutto e le parti. La relazione del tutto con le parti non
va intesa come se il tutto fosse frantumato, senza nesso nelle sue parti.
Le parti del sistema metafisico spinoziano sono le forze dinamiche dell’Unità
di questo tutto, e ciascuna di esse, una volta uscita fuori dal Tutto originario,
attua la propria essenza nel ritornare all’Unità. La parte, infatti,
è tale innanzitutto in virtù della Unità e a partire
da Essa. Si può dire che la parte è ciò che in qualsiasi
modo viene articolato con il diverso in vista della realizzazione dell’Unità.
Il movimento dialettico di Spinoza,
in quanto “esercizio all’intuizione del Principio (Dio)”, è determinato
dal Fondamento (Dio) di ogni verità, per cui il Principio in quanto
universale causa primigenia è principium, medium et finis ad extra
(5), occupa nel sistema metafisico di Spinoza la
posizione essenziale e si pone come mathesis (scienza) nel senso ampio:
imparare è conoscere il Principio (Fondamento) che scaturisce unicamente
dall’autoaccertamento dell’Intuizione in riferimento ai concetti delle
idee che esistono in essa, divenendo conoscenza intuitiva della Sostanza
che determina la forma del mondo come un elemento sferico e dà forma
a ciascun livello del mondo intelligibile e di quello sensibile.
Come la sfera abbraccia tutti gli elementi,
allo stesso modo la Sostanza (Dio) abbraccia tutti gli intelligibili, e,
nel movimento dialettico del sistema, li riconduce all’Unità. La
sfera intelligibile della Sostanza e quella della conoscenza intellettiva
(intuitiva) costituiscono due cerchi che si originano dal Principio (Uno),
il quale si dispiega in essi, è in essi presente come Totalità
(6) e rimane in sé totalmente indischiuso. Profonda
è la vicinanza tra Spinoza e il Neoplatoni-smo. Come i raggi del
circolo scaturiscono dal centro e tuttavia, a partire dalla circonferenza,
si mantengono in relazione costante con il centro conducendo così
la forma circolare in Unità, allo stesso modo anche il cosmo noetico
(7) che scaturisce dalla Sostanza (Uno) nel suo essere
dischiusa si pone come Principio-centro che tutto rinserra (8).
In qual modo, allora, e che cosa si deve pensare della Sostanza (Dio)?
Radioso dispiegarsi del centro, nel quale la Sostanza rimane presso di
sé!
La sfera che deriva dalla Sostanza
è infinita, perché la sua grandezza non può essere
attraversata e il suo numero non può essere misurato in virtù
della incontenibile potenza dell’Uno. La Sostanza Uno, infatti, in quanto
possesso di tutto, è il più potente di tutti gli enti, ed
è tale essendo il Principio sovraesistente dell’Essere degli Enti.
La potenza del Principio è anche l’unica vita che tiene e conserva
la sfera intelligibile, in cui risiede anche il vero Infinito (Dio).
Il vero Infinito si otterrà
con la negazione della negazione. Per esprimere il vero Infinito si deve
“negare” qualsiasi progresso infinito, e questo si ottiene mediante una
limitazione ovvero determinazione cui si assoggetta il progresso infinito
conformemente alla prescrizione spinoziana “omnis determinatio est negatio”
(9). Negare il progresso all’infinito è affermare
il Principio che è la Sostanza stessa in cui tutto è unificato.
I molteplici centri degli intelligibili formano con l’unico centro un solo
Principio. L’Intelletto è, nel sistema del dialogo non-scritto di
Spinoza, il Principio e il fondamento che abbraccia l’Intuizione. Nella
realtà derivata e fondata il Principio è presente in quanto
principio che conserva ogni singolo ente. Pertanto l’Intuizione o conoscenza
intellettiva, pur essendo pienamente se stessa per quanto riguarda la sua
essenza, esiste, tuttavia, solo sul fondamento dell’Intelletto. La Sostanza
è il Principio (Intelletto) esplicato in maniera differente.
Come i pensieri della Sostanza (Causa-Principio)
sono immagini dei pensieri originari di Dio (l’Uno), così la Sostanza
nel suo complesso è il Principio al modo di immagine. Nel suo esistere
e nel suo pensare essa rimanda al suo Principio. Ciò che il Principio
è in senso unitario, superamento ovvero implicazione di ogni opposizione,
la Sostanza lo è come dispiegamento. In quanto esplicata in maniera
differente Essa è l’essere dispiegato del Principio. Infatti nella
Sostanza (Causa-Intero) il Principio si distende in una dualità
che, mediante l’atto pensante (Logos) dei due cerchi, viene nuovamente
ricondotta e mediata nell’Unità. Solo in quanto immagine di questo
principio noetico la Sostanza si fa circolo. Il Principio fonda e ricolma
il pensiero della Mente ponendo in essa le idee che sono immagini di se
stesso e rendendola una pienezza delle idee con carattere di immagine.
Non dunque la Mente sarebbe una tavoletta
vuota di scritti, ma sempre scritta, sia scrivendosi da sé, sia
scritta dall’Intelletto (Principio). Intelletto è anche l’Uno-Bene-Pensiero,
che si sviluppa secondo il Principio che gli è anteriore, divenendo
immagine di quello e sua impronta esterna. Se, dunque, il Principio determina
tutte le cose in forma intelligibile, il Pensiero dà a tutte le
cose un aspetto pensante; e se quello opera per via di modelli, anche il
Pensiero per via di immagini; e se l’Intelletto opera in forma sintetica,
il Pensiero opera risolvendo le immagini a una a una.
Nell’atto assoluto dell’Uno (Dio–Sostanza
unica) il pensare, il pensiero e il pensato costituiscono un’unità
essenziale come l’intuire, l’intuizione e l’intuito. Ciò che la
conoscenza intellettiva intuisce è l’Uno della Sostanza. La Sostanza
è ciò che, spinozianamente, nell’Intelletto è sempre
già intuito e sempre da intuire. Il momento saliente del si-stema
spinoziano è costituito dallo sviluppo metafisico-circolare del
Principio in Intelletto e Amore, e dalla tensione verso la Sostanza (Dio)
quasi nostalgia del ritorno al luogo dell’Origine ovvero dell’Inizio.
Mentre l’Intelletto ha sempre già
fatto ritorno in se stesso, il pensiero deve compiere il passaggio dal
pensiero all’essere, da un essere colto nel pensiero ad un altro. La diversità
dei pensati non è sempre superata nell’identità, così
come avviene nell’Intelletto, ma l’identità e la diversità
degli oggetti del pensiero devono di volta in volta venire attra-versate
per quello che sono. In questo suo attraversare e passare da un punto all’altro
il Pensiero spezza ciò che nell’Intelletto è in suprema unione.
La funzione dell’Amore del Principio
è il circolare Amore di Dio in tre momenti: 1, L’Amore di Dio è
un affetto attivo; 2, Dio, il Principio, è il Soggetto di questo
Amore; 3, Questo rapporto è Amore filosofico e religioso allo stesso
tempo. Questo Amore ha nei Neoplatonici una gradazione dialettica e in
Spinoza una sistematica ricerca intellettiva del Principio (Sostanza-Natura).
In entrambi l’Amore nasce dalla teoria (contemplazione) eterna di Dio (10).
Nel “dialogo non-scritto” Spinoza intuisce
in modo metafisico mirabile che l’Amore è il Bene ed è inteso
come “amore di sé” (nei Neoplatonici autoû éros), ovvero
Atto supremo, come la luce che illumina se stessa senza che si debba distinguere
in essa una sorgente luminosa e un oggetto illuminato: è come la
vita inseparabile dal vivente. L’Amore come “relazione” tra l’amante e
l’amato non può esistere nel sistema del Principio né in
Dio ma all’interno dell’Intelletto. Il legame profondo tra Spinoza e i
Neoplatonici è rafforzato anche nell’intendere Dio come principio
amante, amore e amato, in quanto è Desiderio senza desiderare, ovvero
è il Bene (11).
All’interno dell’Amore, in Spinoza,
la funzione dialettica permette di vedere ciascuna Idea in sé separata,
ma non tutte insieme in un solo sguardo. Si può affermare che l’Intelletto
divino pensa tutto come Uno, la Mente divina vede tutto come Particolare.
Mentre l’Intelletto nel particolare pensa già la totalità
e comprende questa totalità sempre come unità in sé
differenziata, la Mente riesce a costruire la totalità solo nella
successione, passando attraverso ogni singolo particolare. Questo
non significa che la Mente pensi soltanto una cosa alla volta;
piuttosto, essa avanza dalla pienezza del già intuito,
secondo la modalità della dialettica ipotetica, verso
il Principio (Ente supremo–Dio), aspira ad abbracciare tutta quanta
la potenza dell’Intelletto divino, tendendosi tutta verso la perfezione
e verso quella Forma unica e semplice della conoscenza intellettiva: la
Sostanza (Dio).
Nel sistema la Sostanza-Dio è
tutta intera in qualsiasi parte di sé. Poiché niente esiste
che le si opponga, ed è insieme tutta intera dappertutto, e anche
sopra e oltre ogni dove, non subisce divisione per difetto in sé
di una potenza incompiuta, né rimane circoscritta da una potenza
esterna che la domini. La Sostanza è Unità, è il fine
e la perfezione. Ciò che dunque l’Unità significa è
il Bene, e quanto più grande è l’Unità, tanto più
grande è il Bene. La gioia della Verità di ogni essenza è
la sua vita, ma ogni vita procede dall’Unità, e questa dà
un’intima indivisione. Quanto più grande dun-que è l’Unità,
tanto più grande è la vita. Somma è l’Unità
della Sostanza.
La Sostanza è l’Uno al quale
è presente tutto ciò che appartiene al tempo. Il tutto (l’Intero)
vede tutte le parti con un solo sguardo, mentre la parte non vede il tutto
se non per aspetti diversi e successivi. Per questa ragione Dio (la So-stanza)
è la simultanea totalità degli aspetti successivi. Onde la
sua visione è Unica, e non si attua in successione. Separazione
e passaggio, nel sistema metafisico, si attuano come movimento dialettico
nel senso di procedimento teoretico che va sempre avanti. L’Intelletto
è, dunque, un movimento dialettico immobile: infatti si realizza
tutto quanto nello stesso istante e unitariamente; la
Mente invece è un movimento dialettico semovente. L’Intelletto
è uniforme, la Mente è duplice; l’Intelletto è
un’unità indivisibile, la Mente si divide e si moltiplica
in se stessa (12). Il movimento della conoscenza intellettiva
avanza in direzione dell’Identico e in conformità con esso: la conoscenza
intellettiva cioè aspira sempre all’Identica, all’Una e unica conoscenza
dell’Intelletto, che conosce la totalità degli intelligibili.
In quanto conosce, la Mente partecipa
dell’Intelletto e mediante esso si unisce all’Intelletto divino. Poiché,
partecipando all’Intelletto, la Mente del tutto, la Sostanza, si unisce
all’Intelligibile. La Sostanza (Dio) è colei il cui potere non è
numerato, il cui essere non è finito, la cui bontà non è
limitata. Nel potere degli enti per primo si trova un numero, poiché
vi sono più o meno opere che conducono il “possibile” all’“atto”:
se fossero infinite, si direbbe l’impossibile. Solo di ciò, infatti,
che sarà posto in atto da Dio vi sono opere infinite; e per questo
l’operare divino è immediato. In realtà non può accadere
che un numero infinito, ordinato all’atto, incontri un limite.
Ogni essere manifesta la compiutezza
di una finitudine, e finite sono le sue operazioni dal centro al Principio.
Non così è nell’essere divino, per cui dal centro infinite
opere passano all’esterno e all’atto. Infinita, dunque, è la sua
compiutezza, e non è impossibile in atto, poiché esiste necessariamente.
Onde segue che anche nel ritorno la via più sicura per raggiungere
l’Unità del centro è la Bontà. Inoltre la Sostanza-Dio,
nel dialogo, è indivisibile (13), necessariamente
esistente, unica, infinita, onnicomprensiva. L’essenza della Sostanza,
inoltre, è la produttività immanente per cui l’azione produttiva
del Principio (Sostanza unica–Dio) è il frutto della necessità
della sua natura.
I momenti dell’assimilazione alla Sostanza-Dio,
nel dialogo-sistema di Spinoza, sono l’unificazione con Essa. Il tratto
fondamentale di ogni momento della dialettica unificante si delinea come
assimilazione a Dio-Principio, che indica quali modi e possibilità
il filosofo-metafisico abbia di in-diarsi (andare–darsi a Dio). Tale concetto,
nel sistema, im-plica un iter di assimilazione a Dio e una sorta di compimento
anticipato di questo indiarsi (théosis). Esso è il fine che
deve attuare la metafisica spinoziana. Esso presuppone che la conoscenza
intellettiva vada concepita come qualcosa non di indifferente, ma di determinato
a partire dall’Uno-Bene, mentre, d’altro lato, la virtù vada intesa
come una disposizione d’animo fondamentale dell’uomo che sgorga dalla contemplazione
(theoría).
La Sostanza-Dio è sempre immobile
nel movimento poiché è sempre in una sola condizione, e questo
è il Principio in quiete. Ma sempre è in movimento, poiché
è il Vivente in sé, e tuttavia senza alterazione. Essa si
conosce con co-noscenza semplice, e questo perché la conoscenza
conduce a perfezione l’oggetto conosciuto, e l’oggetto conosciuto è
Forma del conoscente.
Il Principio è attività
pura e assoluta Razionalità. Esso non è cieca necessità,
ma fonte prima di un Ordine metafisico; è semplice e differente
da tutte le cose che procedono da Lui; esso è in se stesso e non
si mescola con quelle cose che lo seguono, ma rimane come era prima. Esso
è onnipresente: non c’è luogo ove esso non sia, altrimenti
sarebbe limitato da un’altra cosa. Il Principio-Causa è al disopra
della conoscenza dei particolari, dal momento che questi cambiano con il
tempo, mentre la conoscenza intellettiva, all’interno del sistema spinoziano,
non coglie l’alterità ma l’Unità.
Esso è la Causa delle cause
e del “dialogo” che si originano a motivo della processione metafisica.
Per cui il metafisico spinoziano deve ricercare e cogliere i momenti dialettico-scientifici
a partire dalla Causa (Dio) intesa come l’Intero, che è l’Essere-Amore-Bene,
trascendente-immanente e abbracciante tutta la realtà. Il Principio
(Sostanza) in sé è Dio, il Principio in noi è la tendenza
a Dio. Per la Mente, tendere a Dio vuol dire aspirare alla propria libertà,
riconquistare se stessa e l’originario fondo del proprio essere. Il dialogo
metafisico spinoziano opera senza possedere i suoi prodotti, raggiungendo
il suo centro ed instaurando al suo interno il Principio che ricerca con
perfetto distacco dalle cose esteriori.
__________________________________________
NOTE
(1) C. Schaarschmidt,
Plato et Spinoza philosophi inter se comparati: Berolini,
1845; pag. 256 e seg.
(2) Idem, pag. 280
e seg.
(3) Alessandro di
Afrodisia, De anima liber cum mantissa: Berolini, 1847; pag. 40 e
seg.
(4) W. Beierwaltes,
Proklos: Frankfurt, Klostermann, 1965; pag. 112 e seg.
(5) H. A. Wolfson,
La philosophie de Spinoza: Paris, Gallimard, 1999; pag. 500 e seg.
(6) B. Spinoza, Ethica
[C. Gebhardt cur.]: P. I, Def. IV.
(7) W. Beierwaltes,
Proklos cit., pag. 336 e seg.
(8) Idem, pag. 456
e seg.
(9) B. Spinoza, Epistola
L [C. Gebhardt cur.]: “Quia ergo figura non aliud, quam determinatio, et
determinatio negatio est; non poterit, ut dictum, aliud quid, quam negatio,
esse”.
(10) B. Zimmels,
Leo Hebräus: Breslau, 1886; pag. 74, n. 3.
(11) J. Trouillard,
Proclos et Spinoza: Revue philosophique, Paris, 1955 / 2.
(12) Abraham ibn
Daud, Emunah Ramah, I, 6, pag. 26.
(13) B. Spinoza,
Ethica cit., P. I, Prop. 13.
Giovanni Graziosi, dell’Ae.S
Scendere in lizza e lanciarsi a spron
battuto, con la lancia in resta, per poi magari spezzarla, la lancia. Riunisco
alcune delle tante metafore che hanno avuto origine da una civiltà
di cavalli e cavalieri, che non è più nostra, e da
molto tempo. Eppure, nel linguaggio comune, come, e più, in quello
affrettato e pigro insieme dei giornali, sono frasi tuttora correnti, se
pure in declino. Ora si fa abbondante ricorso alle metafore di carattere
sportivo, calcistico in particolare; tanto abbondante da essere già
stucchevole, e spesso inappropriato. L’imprenditore “scende in campo”;
il manager escluso “si agita in panchina”, mentre il prossimo esordiente
“si scalda a bordo campo”; il politico “converge al centro”, poi succede
che, con una dichiarazione incauta, faccia un “autogol”.
Sarebbe bello se chi ha la ventura,
e anche la responsabilità, di scrivere per un pubblico vasto,
facesse un uso più frequente di intelligenza e di arguzia. Se ne
ha.
Tutti ricordiamo, spero, quel che è
accaduto nel nostro Paese nell’ultimo decennio del secolo scorso. Ebbene,
all’inizio di quel periodo un giornalista coniò il vocabolo “Tangentopoli”,
per definire Milano, quale “città delle tangenti”. Da allora i mezzi
di informazione si sono scapricciati a inventare le parole più stupide
e orrende, con il suffisso “po-li”, non più con l’accezione di “città”,
bensì di “scandalo”, “ruberia”, “malversazione”. Abbiamo avuto mostri
come “affittopoli”, “concorsopoli”, “passaportopoli”. E il grembo è
fecondo, temo.
Si potrebbe ricordare, per analogia
anche di significato, la desinenza “gate”, staccata dalla parola da cui
nacque lo specifico filone (Watergate: ricordate? la vicenda che costò
la presidenza a Nixon) e appiccicata un po’ a tutto. Con esiti sempre raccapriccianti
e talvolta esilaranti, come quando leggemmo (pronunciando all’italiana),
un incredibile “Monicagate”, con riferimento alla sciagurata “stagista
della Casa Bianca”.
Ma poi, che ciascuno parli e scriva
come gli pare, secondo la sua intelligenza e il suo gusto, che nelle parole
si evidenzieranno per quel che sono. Il nostro è un Paese libero,
oltre che liberista. No?
Dubito però (anzi, ne sono certo)
che la pratica di un lessico oscenamente rudimentale, del tutto indifferente
ai va-lori semantici, comprometta non solo la formulazione, ma proprio
la formazione di pensieri corretti in un sistema di idee (quali che siano)
chiare e coerenti.
In una scena significativa di quel
capolavoro del neorealismo cinematografico italiano che è “Umberto
D.”, di Vittorio de Sica, la giovanissima domestica, sedotta e abbandonata
da un militare di leva, confida il proprio dramma senza via d’uscita all’anziano
poverissimo professore in pensione, il quale osserva desolato come cose
del genere accadano a chi non conosce la grammatica. A rilevare come l’ignoranza
sia la madre di molte disgrazie. Ma forse è l’ignoranza incolpevole
che conduce a cattivi esiti, mentre quella presuntuosa e becera, oggi e
sempre rigogliosa, può portare al successo.
*
Ci sia piaciuto o meno, abbiamo tutti
seguito, magari partecipandovi, dibattiti e discorsi, originati dalle più
recenti vicissitudini mondiali, sulle diverse civiltà del globo
e sulla superiorità di qualcuna su qualcun’altra.
A me pare (sempre nell’argomento di
queste “isole”) che sarebbe bene intendersi sul significato e sul valore
delle parole, soprattutto quando escono da bocche importanti ed entrano
in un numero immenso di orecchie (fra ogni coppia delle quali dovrebbe
esserci qualcosa).
Una civiltà può essere
superiore a un’altra? Può darsi. Perché no? Lasciamo stare
la definizione di civiltà, perché ci porterebbe chi sa dove,
e lo spazio ci manca. Diciamo: x può essere superiore a y?
Certo. Secondo un sistema di va-lori entro il quale si convenga di collocarsi
e di muoversi. Se operiamo nell’ambito dei numeri razionali di uso comune,
nessuno negherà che 9 sia superiore a 8, adombrando nelle cifre
il simbolo di diverse quantità. Ma se qualcuno volesse vederle come
espressioni grafiche, potrebbe asserire che, almeno a gusto suo, 8 è
superiore a 9, perché più bello, armonioso, simmetrico.
Figuriamoci, quando si parla di quel
complesso di opere idee modi abitudini convinzioni atteggiamenti, che costituisce
una civiltà.
Chi usa il termine “superiore” non
dimentichi che si tratta di un superlativo relativo, che necessita di un
sistema di riferimento. Penso che – restando al nostro tema – chi ne ha
fatto uso abbia inteso affermare non una “superiorità”, bensì
una “supremazia”. E allora tutto va a posto, perché l’aggettivo
d’origine è “supremo”, che è un superlativo assoluto. Attestando
una “supremazia” (nell’economia, nelle arti, nello sport, in tutto quel
che volete) si afferma una condizione assoluta, cioè “sciolta” da
qualsiasi confronto. Che non è necessario spiegare. Vi pare poco?
*
Posso permettermi un riferimento scatologico?
Sono proprietario e amico di un cane
di nome Loco (che ne avrebbe meritato uno diverso, essendo un animale molto
assennato). Conduco da lunghi anni una mia campagna personale e privata,
fatta soprattutto di esempi buoni quanto poco seguiti. In breve: raccolgo
gli escrementi del mio cane, e talvolta anche quelli di altri, cercando
di farmi vedere dai passanti. Dai quali ottengo non di rado vive attestazioni
di approvazione e di stima.
Di recente, un vecchio e carissimo
amico (umano) mi ha fatto rilevare lo stato lamentevole di strade
e luoghi pubblici cittadini a lui familiari proprio per la presenza prolungata
e rinnovata di cospicui depositi non sempre e nemmeno prevalentemente canini.
Nella mia mente partigiana è
sorta l’idea che anche questo sia un segno di conferma della cosiddetta
fine delle ideologie. Una delle quali, fra le più forti dei due
ultimi secoli, peraltro defunta senza essere realizzata neanche un po’,
si fondava sulla grandiosa esortazione: “Da ciascuno secondo la sua capacità,
a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Ebbene, credo si possa dire che, se
quel magnanimo intento non ha avuto corso (e potrà piacere, dispiacere
o lasciare indifferenti), si sta invece realizzando l’inverso. Infatti,
ciascuno pretende di avere secondo la propria “capacità” (nel senso
proprio di vorace capienza), e ne consegue che ciascuno dia secondo i suoi
“bisogni” (leggi escrementi lungo la pubblica via, che non sono soltanto
di cane, o altri prodotti, magari dell’ingegno, di valore e odore equivalenti,
ma di meno agevole rimozione).
*
Continuiamo, e per questa volta concludiamo,
con le parole, gli slogan, i connessi abusi e la conseguente nausea.
Abbiamo sentito e letto, e abbiamo
anche detto e scritto (chi è senza peccato?), che dopo l’11 settembre
2001 non saremo più come prima. Beh, una simile tautologia non meritava
la fortuna che ha avuto, che ha e che continuerà ad a-vere per chissà
quanto tempo ancora. Non saremo più come prima dell’11 settembre,
ma nemmeno come prima del 15 dicembre o dell’8 gennaio.
Personalmente, se è vero (e
come potrebbe essere altrimenti?) che le ipotesi sul futuro si basano sull’osservazione
del passato, sono sicurissimo che non saremo più come prima, perché
saremo (siamo già) molto peggiori.
Lucia Nocentini
IL LUOGO DELLA POLITICA / Saggio su Spinoza
Pisa, Edizioni ETS, 2001. (S. i. p.)
(una lettura a cura della redazione
di AeS)
La prima impressione che si ha del Trattato Politico – sostiene, quasi seriamente, un amico nostro – è questa, che lo Spinoza vi si sia dedicato un po’ per passatempo: le minuziose norme sul numero dei rappresentanti dei clan, sul celibato dei parenti del re, sugli emolumenti dei senatori, sui proconsoli, sui ballottaggi, richiamano infatti irresistibilmen-te le complicate e inderogabili regole che i fanciulli si danno nei loro giochi. È ovvio invece (dato che lo Spinoza n’a guère l’habitude d’écrire quoi que ce soit à la légère, come dice il Matheron) che le eccessive precisazioni tecniche sul funzionamento delle diverse forme di governo non sono che una prova (eventualmente secondaria) della serietà e del peso attribuiti dall’autore al Trattato Politico: che indubbiamente il filosofo aveva configurato – e non solo per le note ragioni storiche contingenti – come manuale pratico di applicazione, nella realtà di un organismo politico, della sua concezione dell’Uomo organicamente esposta nell’Etica e della sua concezione dello Stato delineata in via speculativa nel Trattato Teologico-Politico.
In questa visuale Lucia Nocentini, che
i nostri lettori già conoscono per i suoi importanti contributi
pubblicati negli ultimi anni su questo Notiziario, s’è posta – nel
suo lavoro più recente, di cui ora vorremmo occuparci – l’obiettivo
di rispondere in termini esaurienti al quesito (evidentemente fondamentale
non solo per l’esegesi della teoria politica spinozana): Che cosa accade,
o/e che cosa deve accadere, perché l’Uomo realizzi la sua natura
nella vita associata? O-biettivo che ovviamente può raggiungersi
anche chiarendo come un qualsiasi governo possa assicurare ai cittadini
la pace sociale e la sicurezza del vivere; o, con le stesse parole dello
Spinoza, come un buon governo riesca a far sì che gli uomini “vivano
nella concordia e nella fedele osservanza delle leggi”.
Il volume in esame (del quale citiamo
sùbito l’unico neo: una forse frettolosa revisione delle bozze)
raccoglie una decina di articoli (perlopiù inediti; alcuni comparsi
su riviste di dilettanti, come la nostra) composti estemporaneamente nel
corso degli ultimi cinque anni: ma – e questo testimonia la visione unitaria
e complessiva, e la piena padronanza, che l’autrice ha del pensiero spinozano
– suscettibili d’essere ordinati a comporre un trattato compatto, rettilineo
e con-seguente. Gli otto capitoli in cui si svolge l’ingente (ma agile)
lavoro di Lucia Nocentini trattano infatti – con titoli che ora non è
necessario riprodurre – gli argomenti qui elencati: (1) Per produrre una
buona politica è necessaria una visione ottimistica delle cose:
la Malinconia non genera che Utopia; (2) Gli affectus umani non sono da
reprimersi, ma da ra-zionalizzarsi, per renderli utili al conseguimento
del Bene; (3) Ognuno cerchi il suo utile nell’utile comune; (4) Occorre
analizzare i motivi della realtà “naturale” per poter effettivamente
migliorare, con l’adeguarsi a quei motivi, le condizio-ni della vita individuale
e collettiva; (5) L’analisi della natura umana e delle sue passioni quale
punto di partenza per la costruzione di una politica scientificamente fondata
e praticabile; (6) La problematica gestione del rapporto fra le Istituzioni
e il Popolo; (7) Le leggi che non trovano consenso nell’affettività
umana, e più in generale l’esercizio dispotico del potere, rendono
il popolo demotivato e passivo; e questo dà spesso inizio alla degradazione
della società; (8) Il diritto dei cittadini all’esercizio della
critica non esclude il loro dovere dell’obbedienza alle leggi: non una
rivoluzione, ma una rifondazione deve essere alla base di ogni significativo
riassetto dello Stato. A sostenere una così magnanima e complessa
architettura c’è, ovviamente, tutto il Trattato Politico, nel quale
Lucia Nocentini si muove con mirabile agevolezza; ci sono l’Etica e il
Trattato Teologico-Politico; ma poi tutti i teorici della politica coevi
grosso modo dello Spinoza, cominciando evidentemente dal Machiavelli, e
tutta la critica recente e meno recente, sono sviscerati per arri-vare
alla più esatta e sicura comprensione del pensiero spinozano su
quella Società che, nata dalla paura e dalla debolezza degli umani
allo stato di natura, raggiunge il suo pieno sviluppo quando riesca a rendere
i suoi componenti liberi nella pace. “Lo spazio del consenso, quale luogo
precipuo della politica, permette dunque il passaggio dalla condizione
naturale a quella civile, tramite una positiva articolazione delle diversità,
affinché queste possano comporre una sola mente e un solo corpo
così che tutti insieme desiderino per sé l’utile comune [E.
IV 18 sc.].” (pag. 297).
Non è possibile, e nemmeno appare
conveniente, trascegliere qualche esempio della tecnica usata da Lucia
Nocentini nel suo volume e delle conoscenze che ne sono risultate: perché
compilare un’antologia sarebbe fare un torto a tutto il resto del lavoro.
Nel quale la ricerca è pilotata, lungo la rotta oceanica degli otto
argomenti sopra elencati, con deter-minazione e con animosità uniformi
e ininterrotte. Potremmo, eventualmente, fornire all’aspirante lettore,
come vademecum orientativo, il non breve elenco di passi dei quali abbiamo
preso nota quando nella lettura c’imbattevamo in informazioni o in iscoperte
o in deduzioni particolarmente significative; ma, rileggendo ora la lista,
ci accorgiamo che si tratta principalmente di testimonianze della simbiosi
intellettuale, o spirituale, esistente senza dubbio fra l’autrice e il
suo filosofo: e proprio questa straordinaria novità ci convince
definitivamente a suggerire all’aspirante lettore di affidar-si senza timore,
e senza alcun bisogno di una nostra mediazione, alla guida dell’autrice
del Saggio qui presentato.
Il quale – come forse è superfluo
sottolineare rivolgendosi a lettori spinozisti – riguarda un’idea di politica
del tut-to diversa dalle teorie politiche ad essa contemporanee. “In ciò
risiede appunto la peculiarità della posizione di Spinoza rispetto
all’assolutismo politico seicentesco, nel senso che l’unità e la
sostanza stessa dello stato civile non possono es-sere individuate, come
invece secondo la maggior parte dei teorici di esso, nella forma politica
della sovranità (monar-chia, aristocrazia o democrazia), bensì
nella consistenza e struttura della più vasta compagine politico-sociale,
la cui po-tenza giuridica, definita dal diritto naturale, è considerata
decisiva nella determinazione delle condizioni della stabilità dello
Stato. Pertanto le ragioni di esso non potranno in nessun caso e durevolmente
ledere i fondamenti ontologico-naturali del diritto in nome di nessuna
autorità superiore che possa vincolarlo solo esteriormente in virtù
di jura extra-ordinaria o di arcana imperii, come secondo la ragion di
Stato” (pag. 318, n. 109). Così Lucia Nocentini. Che continua, ormai
concludendo (pag. 319): “Il diritto di uno Stato ben istituito non può
pertanto che essere conforme a ragione; e ciò in quanto un corpo
politico stabile persegue ciò che è comunemente utile a tutti
gli uomini secondo i dettami della ragione”. Il confronto, che sorge incoercibile
nella nostra mente, fra quel corpo politico stabile e i Governi che ci
tocca nella realtà di sopportare, aumenta in noi la gratitudine
per la giovane e valorosa spinozista che ci ha guidato in lunghe ore di
riflessione su quello che, a volerlo, sarebbe possibile fare della presente
società degli umani.
Cristina Santinelli(una lettura a cura della redazione di AeS)
MENTE E CORPO / Studi su Cartesio e Spinoza
Urbino, QuattroVenti, 2000. Lire 38.000, Euro 19,63
Sulla scena spinozistica italiana fu
davvero un ingresso emozionante quello che nel 1984 fece Cristina Santinelli,
giovanissima ex-allieva e collaboratrice di Emilia Giancotti Boscherini,
col suo “Spinoza in Italia”: lavoro che da ormai vent’anni costituisce
il punto di riferimento per ogni studioso italiano che avvii una ricerca
sullo Spinoza, e il cui solo difetto (attribuibile più all’editore,
diremmo, che all’autrice) è quello di non essere ancora stato
aggiornato. La conoscenza del terreno e la capacità di sfruttarne
ogni risorsa, che caratterizzavano quell’opera fondamentalmente arida,
sono evidenti anche nel più recente volume di Cristina Santinelli
del quale vuole occuparsi questa pagina; ma vi si aggiungono una cultura
sorprendente, e, grazie all’argomento più umano, una partecipazione
vigile e insieme appassionata, capace di coinvolgere ogni lettore che,
ovviamente sensibile (ed esercitato) ai problemi del conoscere, sia appena
inclinato all’introspezione.
La trama del lavoro, se vogliamo dir
così, è intuitivamente elementare. Nel corso dell’antropologia
europea tradizionale, sorgente dalla Patristica e sensibilmente alimentata
dai ritorni rinascimentali del Platonismo, e nella quale perciò
l’anima spirituale costituiva la parte preminente dell’Uomo, nativamente
rivolta a conoscere e ad amare ma coartata in quel suo anelito – se non
positivamente contrastata o stravolta – dal corpo animale nel quale essa
è imprigionata, la visione cartesiana rappresentò una svolta
capitale. Per il Cartesio scompare, nella struttura umana, la preminenza
“qualitativa” dell’anima; anzi, una gran parte dell’anima viene declassata
ed attribuita al corpo: la Mente – ciò che si salva dell’anima tradizionale
– e il Corpo sono, egualmente, sostanze, sia pure con peculiarità,
funzioni, procedimenti propri e diversi; nel singolo Uomo la mente è
collegata al corpo mediante una parte specializzata del cervello, ma questo
collegamento non limita la libertà della Mente, che anzi, con la
necessaria applicazione, può riuscire ad orientare correttamente
e a governare con sicurezza il proprio Corpo – fino a renderlo strumento
docile del proprio perfezionamento. La visione spinozana, irrompendo in
quel corso, non vi determinò una nuova svolta: aperse un nuovo alveo.
Per lo Spinoza l’Uomo è un modo, ossia un addensamento individuabile
nel tempo e nello spazio, della Sostanza divina, o piuttosto di quei due
attributi, Estensione e Pensiero, che l’Uomo conosce tra gli infiniti che
alla Sostanza unica eterna infinita appartengono. La realtà “Uomo”
(come ogni altra realtà) non si compone di Mente e di Corpo: è
Mente ed è Corpo; l’Uomo, tutto intero, vuole per natura essere
di più: vuole, in quanto Mente, crescere nella conoscenza e nell’amore,
vuole, in quanto Corpo, crescere nella complessità, nell’agilità,
nel benessere. Questo crescere è Letizia: Letizia che, sebbene ad
un’osservazione superficiale possa apparire, di volta in volta, propria
più dell’uno che dell’altro aspetto dell’Uomo, è in realtà
dell’Uomo tutt’intero. Quando la Mente raggiunga il colmo del suo crescere,
l’Amore Intellettuale di Dio, il Corpo (che si potrebbe invero identificare
col sistema nervoso (centrale) – ma in questa identificazione qualcosa
sfugge) raggiunge il colmo del puro godere, il riposo nel gaudio (i termini
del processo possono essere invertiti: l’esito non cambia): e l’Uomo (Mente-Corpo)
sperimenta così la Beatitudine. Se per il Cartesio la Beatitudine
era – a determinate condizioni – riservata alla Mente, mentre in ogni caso
il Corpo era votato alla dissoluzione (e per un essere umano vivente è
difficile concepire la beatitudine di una Mente disincarnata), per lo Spinoza
la Beatitudine è una condizione offerta a tutto l’Uomo, fruibile
da tutto l’Uomo, e con caratteristiche note (quelle di ogni altra Gioia,
con un’intensità massima) – e durevole (ma questo è comprensibile
solo in via speculativa) anche dopo che la morte abbia dissolto l’Uomo
in atomi di materia e di pensiero. La storia del volume, come dicevamo,
è tutta in queste poche notizie, che fanno parte del patrimonio
di conoscenze di quasi tutti gli spinozisti. Ci si deve chiedere, allora,
che cosa rende così affascinante il viaggio – 250 dense pagine –
in cui Cristina Santinelli ci accompagna su una via così trita.
Ci sembra – vi abbiamo già accennato
– che i fattori principali dell’interesse che il lavoro qui esaminato suscita
e alimenta siano la padronanza dell’argomento, e l’attenzione
e la precisione e il puntiglio e la chiarezza (avremmo
potuto sintetizzare tutto questo nel termine acribìa, ma la nostra
è soltanto una piccola rivista di provincia) con cui l’Autrice ha
condotto il suo lavoro. Tutta l’opera cartesiana (compresa la voluminosa
Corrispondenza; ma perché lasciare in francese quei destinatari
e quelle date?), e tutta l’opera dei contemporanei e dei predecessori,
è vagliata per chiarire l’evoluzione, o piuttosto la spoliazione,
della vis cognoscens (pag. 95), da anima a mens (pag. 50; la “suprema penna
della facultà spirituale”, direbbe il Magalotti); per definirne
le capacità (sulle quali, per certi aspetti, le conclusioni del
Cartesio erano più ristrette di quelle del nostro Galileo: pagg.
123 e 124, n. 90); per giustificare e “razionalizzare” le affermazioni
cartesiane sull’unione della Mente e del Corpo – e quanto al Corpo si deve
riconoscere che le concezioni scientifiche dell’epoca conservavano al Cartesio
i pregiudizi correnti, i quali poi non gli impedivano di imbarcarsi nei
problemi senza soluzione della bête-machine.
Dopo il festival cartesiano dell’intelligenza
pura, tanto ammirevole quanto faticoso per lo spettatore, e, alla fine,
deludente, l’incontro col passionale Spinoza è una vera consolazione.
Nella visione del filosofo ebreo la crepa che divideva l’un dall’altro
i componenti dell’uomo cartesiano non viene saldata: è fatta scomparire,
è dimostrata inesistente. L’uomo spinozano è un modo impermanente
della Sostanza divina (si noti, a pag. 158, il richiamo all’essere ogni
umano un aspetto di Dio “nel suo infinito determinarsi”, cioè al
suo essere parte della natura naturata): e come la Sostanza è una,
pure presentandosi sotto infiniti attributi, così l’uomo, nei suoi
due aspetti, è sostanzialmente uno. E questa è la ragione
della perfetta coincidenza (ben più che parallelismo) delle operazioni
della Mente e del Corpo: coincidenza del-la quale abbiamo accennato nell’esporre
lo schema dell’oggetto dell’opera in esame e che lo Spinoza afferma con
forza nella Proposizione 39 della Parte V dell’Ethica, “Chi possiede un
Corpo adatto ad un gran numero di operazioni possiede una Mente di cui
la maggior parte è eterna”: proposizione che costituisce il perno
di tutta la seconda parte dello studio di Cristina Santinelli. (Si deve
rilevare che la dicotomia che per millenaria tradizione caratterizza i
rapporti fra Mente e Corpo, e che per lo Spinoza è ovviamente inconcepibile,
fa capolino in numerosi passi dello studio in esame p. es., pag. 229, pag.
246): cosa perfettamente perdonabile, se lo stesso Spinoza espose il suo
monismo nella forma sopra riferita, mentre per essere conseguente avrebbe
dovuto dire: “Chi è un Corpo adatto ad un gran numero di operazioni
è (anche) una Mente di cui la maggior parte è eterna”).
La visione spinozana dell’Uomo sancisce,
finalmente!, il riscatto del Corpo (pagg. 244 e 245): divino come la Mente,
capace di Beatitudine come la Mente. Questa concezione magnanima ha certamente
al fondo l’ingenuo moni-smo ebraico delle origini (pag. 251); ma ha certamente
a lato la credenza cristiana di una finale ricostituzione dell’Uomo, di
una dovuta partecipazione eterna del Corpo alla sorte dell’Anima: partecipazione
che nei versi di Jacopone (O glorioso stato! / En nichil quietato: /
lo ’ntelletto posato, / e l’affetto dormire.) ha un’aria di fronda
che non so come sia sfuggita a secoli di Inquisizione, ma che in Tommaso
da Kempis si configura con una commossa simpatia per il Frate Asino di
tutta la filosofia medievale: O quam vere gloriosum / eris, corpus fragile,
/ cum fueris tam formosum, / forte, sanum, agile, / liberum, voluptuosum,
/ in aevum durabile!. Certo lo Spinoza non propone all’Uomo una beatitudine
eterna, nel senso di indefinitamente durevole; la Beatitudine spinozana,
per chi riesca a conseguirla, non potrà estendersi oltre la sussistenza
del modo soggetto: ma, trattandosi di un momento di consapevole adesione
alla Sostanza eterna, ciò che accada nella durata circostante non
ha alcuna influenza su di esso.
Anche la vetta ultima dell’esperienza
umana ha dunque per lo Spinoza (e non potrebbe non averlo) lo stesso carattere
di Letizia, di Umanità compiuta e razionalmente contenta di sé,
che spira (al contrario di quanto si dice da critici superficiali) da tutta
la sua proposta di vita – o di Consapevolezza, che è lo stesso,
o di Buon Volere, che è lo stesso. Viene spontaneo il ricordo delle
due quartine che Biagio Marin dettò una volta, come sintesi del
proprio pensiero, al giornalista di “Avvenire” che l’intervistava: Un
solo Dio, / e ninte fora d’Elo; / e mar e sielo / xe sempre el sovo nìo.
// Un solo verso el mondo, / un solo creato: / ma eterno, ma beato, / nel
gaudio più profondo.
Il
Notiziario viene proposto, con assoluta parzialità, a chi crede
che una società genuinamente umana non possa essere che razionale
e fraterna, ed è certo (se professionista della filosofia) o sospetta
(se semplicemente sano di cervello e di cuore) che l'orientamento etico
di B. Spinoza costituisca una via privilegiata verso quell'obiettivo.
Ci
si abbona assicurando il proprio consenso ideologico ed etico e la propria
volontà di perseguire gli stessi fini dell'Aedes Spinozana: primo
fra i quali educare gli umani a vivere una buona volta sotto l'imperio
della ragione ("Ethica", IV, App. 9).
Non
contiene pubblicità.
Composto
e riprodotto in proprio.