Anno XIV (2002), n° 2: Aprile-Giugno 2002
Responsabile: Dott. G. Graziosi - Autorizzazione
del Tribunale di Bologna n. 5738 del 5 maggio 1989
Notiziario trimestrale dell'Associazione
per l'Aedes Spinozana d'Italia
presso Graziosi-Prestel, vle Roma,
9 - 40139 Bologna
Bulletin trimestrel de l'Association
pour l'Aedes Spinozana d'Italie
Quaterly news of the Association for
the Italia Aedes Spinozana
Paolo Zizi: La metafisica
come funzione teoretica del sistema "profondo" di Spinoza
Lettera di Niels Stensen
a Bento Spinoza
Giovanni Graziosi: Isole
nella corrente
Giorgio Boari Ortolani: Il
Cherem ("scomunica") contro Spinoza: ipotesi di concause politiche e filosofiche
Questa edizione del Notiziario arriverà a destinazione quando molti dei nostri lettori staranno già preparandosi spiritualmente a quel periodo annuale di riposo che in genere coincide con le settimane appena precedenti (o appena successive) al colmo della calura, e che nella sua forma più mondana e grezza comporta la disattivazione della res cogitans e il ritorno ad un costume paleolitico – ma con tutti i comfort moderni. Ovviamente questa concezione del riposo estivo non ha cittadinanza fra i nostri lettori, che anche a proposito delle ferie si conformano all’idea che ne aveva il nostro Filosofo: …Un saggio vero è chi si ristora e si conserva in salute con cibi e bevande misurati e gradevoli, e anche coi profumi e con l’amenità della vegetazione dei parchi e dei boschi, con l’apparato festivo dei palazzi e della città, con la musica, con l’esercizio fisico, con gli spettacoli teatrali e con altre cose simili, di cui chicchessia può servirsi senza alcun danno altrui… E che per i nostri lettori le ferie siano proprio un prender diletto di tutte queste cose buone è ciò che noi auguriamo loro cordialmente.
Ma le ferie, sostiene lo Spinoza, hanno anche la funzione di rendere il Corpo, nella sua totalità, atto in maniera equilibrata a tutto ciò che può esprimersi dalla sua propria natura, così che – di conseguenza – anche la Mente sia equilibrata ed atta a formarsi molte cognizioni e a farne la sintesi: o, se vogliamo, a trasformarle in cultura e poi in saggezza. Perciò noi ci permettiamo di proporre ai nostri lettori un pensierino da meditarsi durante le ferie e da mettersi poi in opera alla ripresa dell’attività lavorativa: la frasetta che esprime garbatamente quell’appassionata volontà di salvezza universale che per lo Spinoza fu la molla di tutta la sua meditazione ed è ancor oggi la ragion d’essere di tutte le salvezze particolari: Nulla gli umani possono desiderare di migliore e di più idoneo per la conservazione del loro essere che questo, che tutti si trovino d’accordo su tutto, così che le Menti e i Corpi di tutti compongano come un’unica Mente e un unico Corpo, e che tutti insieme si sforzino, per quanto possono, di conservare il proprio essere, e tutti insieme cerchino l’utile proprio nell’utile comune a tutti… Perché questo avvenga è necessario impegnarsi per pervenire alla propria salvezza di singolo, ed è altrettanto necessario formare una società quale è da desiderarsi perché quanti più umani è possibile raggiungano l’obiettivo nel modo più facile e sicuro.
Chi appena ponga mente alle odierne condizioni dell’umanità non trova difficile ammettere che l’impegno proposto dallo Spinoza agli umani pensanti non è mai stato come ora imprescindibile e stringente.
Paolo Zizi *, dell’Associazione Italiana degli Amici di Spinoza,
dell’Aedes Spinozana
* Docente di Filosofia presso il Liceo “G. Spano” di Sassari.
Spinoza filosofo riesce a dialogare dalle profondità alle quali il pensiero lo conduce: egli riesce ad incontrare il pensiero al di là del tempo, annullando i secoli che, solo in apparenza, lo separano (1). Così Spinoza incontra Platone e il Neoplatonismo e ritiene particolarmente importante quell’espressione che nel cuore del sistema dell’Intuizione spinoziana indica l’unico senso profondo del filosofare: quello per il quale non si può imparare “la filosofia”, ma “tutt’al più a filosofare”.
Idea che, per se stessa, è intuizione metafisica e che Spinoza esprime e testimonia come necessità del negare e dell’affermare: dimostrazione pura. Sicché filosofare spinozianamente è intellettualmente intendere l’Unità per la quale il molteplice è l’Intero (Totalità) e sistema, poiché per sistema s’intende appunto l’Unità di molteplici conoscenze raccolte unter eine Idee. Un sistema non si intende di certo alla luce sola dei pochi scritti ma soprattutto alla luce che dallo stesso sistema scaturisce come dialogo e negazione di ciò che non è Principio (2).
La Negazione di Spinoza, sulla linea socratico-platonico-neoplatonica, è la struttura stessa del sistema metafisico spinoziano ripreso da Cartesio per il tramite di Van den Enden amico fidato. E questo dato filosofico dovette orripilare parecchi rabbini, in quanto tale struttura si poneva e si pone come Problematicità pura ovvero come un domandare sull’Intero (Sostanza). La Negazione si pone anche come dialettica critica e conoscitiva quasi teorema della scepsi (conoscenza) integrale che stabilisce la Sostanza non poter essere diversa né identica né rispetto a se stessa né ad altro. La Sostanza, tema di discussione con gli amici più fidati: Balling, de Vries, Koerbagh, Van den Enden, Jelles, Bouwmeester e Meyer, è beatitudine della conoscenza divina, è comprensione intellettuale di un’essenza immutabile ed eterna, ovvero il Cristo identificato con la mente di Dio ovvero Os Dei (3). Questa negazione determina che l’Intuizione nella sua struttura metafisica è come è, soltanto perché si fonda sull’Uno-Dio e riflette su di esso in quanto autoriflettente. Ciò che in essa rimane è il fondamento che rende possibile al pensiero di cogliere la sua immaterialità.
Il fatto che l’Intuizione intuisca se stessa non implica, in Spinoza, l’annullarsi dell’Unità originaria in una duplicazione di sé, ma implica che essa diventi cosciente mediante un unico atto di Unità che si differenzia nei suoi vari momenti e che si compie come atto della Sostanza. Spinoza sapeva bene, nel dialogo con gli amici, che il Principio-Sostanza non si poteva definire e dimostrare col metodo cartesiano. D’altra parte, egli ha collegato la comprensione intuitiva della Sostanza alla condizione della capacità di darne una definizione metafisico-geometrica.
In effetti, nel dialogo “non scritto” di Spinoza vi sono numerosi spunti sulla base dei quali si può asserire che Spinoza non ha affermato l’indimostrabilità della Sostanza, ma ha piuttosto dato conto del suo status peculiare mediante il procedimento che è paragonabile alla moderna definizione implicita: il cosiddetto trilemma di Fries, che porta alla prova circolare-geometrica che era sostenuta nel dialogo tra gli amici. Orbene, Spinoza stesso ha cercato di determinare la Sostanza, nella dimostrazione e nella definizione, a partire dai concetti: così l’Unità è stata da lui definita come ordo e connessio, ovvero misura in rapporto ad una semplicità subordinata, ossia nel senso di una relazione (4).
L’assunzione della Negazione come ordine non deve servire all’utilità pratica dell’uomo, ma è al servizio del perfezionamento morale-metafisico dell’animo umano. Conoscendo infatti l’onnipotenza del Principio (Dio-Natura-Sostanza) sugli eventi sensibili, e la soggezione totale di ogni cosa ad esso, l’intelletto può liberarsi dell’ignoranza che lo tiene legato alle cose. La Negazione funge per il sistema filosofico di Spinoza, e in particolare per la teoria della Sostanza e per il dialogo non-scritto, come modello (questo vale per il processo di definizione fra l’altro caratterizzato dall’analisi e dalla sintesi per la concezione di un ideale di ordine).
Il concetto di Negazione dimostra la plausibilità che il significato oggettivo di questa parola nel senso di assunzione ricorra per la prima volta, secondo Hegel, in Spinoza, e si riferisca a definizioni e postulati. Con ciò concorda la riflessione che anche un sistema di predicati e di concetti come quello spinoziano ha operato con rapporti di nomi meno che con rapporti di concetti, che si manifestano prevalentemente in definizioni. L’amplificazione mediante il sistema della negazione dialettica di Spinoza porta più a fondo nella comprensione della teoria della Sostanza e in particolar modo dell’unità come principio di essere, di conoscenza e di valore.
La comprensione dialettico-metafisica della Sostanza, in cui culmina il metodo dialettico, postula la definizione della Sostanza, perché essa prepara e guida la intuizione intellettuale. Spinoza ha definito l’Unità come ordine, e, più esattamente, ordine esattissimo. In questo consiste il significato dialogico dell’Unità come elemento fondamentale e come ordine di una molteplicità che da essa deriva e da essa è ordinata; quest’ordine è distinto e separato da tutte le altre unità a motivo della sua massima esattezza, ossia a motivo della suprema semplicità e immutabilità del Principio originario (la Sostanza) (5). In quest’ordine è ciò da cui si effonde la vita, ed è l’origine stessa di tutta la vita. È questa la fonte dell’amore in Dio. Se l’Idea dell’essere creato si volge completamente all’Idea del generante e del generato, risalendo per la via del “ritorno”, allora proprio questo è l’amore della creatura, poiché è ordinata da colui al quale quanto più ci si unirà tanto più sarà esaltato, e tanto più egli si innalzerà.
L’accezione logica e l’accezione funzionale dell’Idea come Sostanza è la determinazione del contenuto: l’idea di un’idea non è altro che forma di un’idea in quanto questa idea è considerata come modo del pensare, senza riferimento al suo oggetto (6). Il Principio manifesta una compiutezza: è al di sopra dell’essere, necessario, lui solo abbondante e sufficiente a se stesso: la Sostanza che da nulla è chiusa. Ed è necessaria, poiché non ha il male, dato che non è limitata ma è infinita possibilità. Né il suo superessere è diviso, ma da sé in sé ritorna, di nulla privo nella sua totalità, ma in sé sovrabbondante.
In verità il concetto di sistema profondo inteso correttamente collega i punti della dottrina non scritta con gli scritti di Spinoza. Il salire con processo metafisico al sempre più generale, procedendo ad ipotesi sempre più alte, che è proprio della dialettica, giunge alla sua conclusione assoluta solo una volta raggiunto il Principio – la Sostanza, che è il genere più universale. La Sostanza secondo la prospettiva dell’Ordine dialettico è determinata come Principio e come aspetto funzionale di esso. Il nesso del sistema diviene rilevante in Spinoza per il concetto di verità, che è calibrato sulla base di una teoria della coerenza: infatti per Spinoza la verità è l’Intero (Sostanza).
La Sostanza è l’essenza che si realizza mediante il suo sviluppo, nel quale ogni singolo ha la sua giustificazione solamente come momento della Sostanza. La coerenza della Sostanza è garantita mediante il metodo dialettico, che conduce ad un punto in cui il Principio (Sostanza), in quanto è ciò che è primo in sé, è, ad un tempo, anche risultato. Ora, la sistematica non scritta di Spinoza lascia intravedere spunti di una teoria della verità fondata sul criterio della coerenza dell’essere e precisamente il tentativo di organizzare la sfera del Principio (Sostanza) in maniera esatta mediante rapporti e proporzioni matematiche e geometriche. Questa concezione, intensamente discussa con gli amici, intende la Sostanza in maniera totalizzante come sistema di relazioni, in cui ogni membro rispetto ad ogni altro sta in un rapporto determinato esattamente, in cui ogni parte rispecchia il tutto nella somma dei suoi rapporti.
L’ordine della Sostanza è anche ordine dell’Intero ed è primariamente un prodotto dell’Unità medesima, la quale, in quanto tale, delimita e determina il profondo fondamento del sistema in maniera compiuta. La dialettica spinoziana porta a compimento questa rigorosa determinazione delle relazioni, e, nel far questo, sviluppa il significato metafisico-matematico del tradizionale concetto di dià-logos, e Spinoza lo sfrutta gnoseologicamente.
La negazione, che circoscrive la Sostanza come il differente da tutto, conduce ad un problema di linguaggio ricco di conseguenze metafisiche. Se il pensiero e il linguaggio pensano e dicono sempre un qualcosa come un ente delimitato, e quindi come forma, figura, allora la Sostanza in quanto tale, in ciò che essa è in se stessa, non è adeguatamente pensabile ed esprimibile. Le cosiddette affermazioni negative, come ad esempio quella secondo cui la Sostanza è fondamento universale ed origine, e quindi, attraverso la sua azione, è anche in tutto, devono essere immediatamente controbilanciate dalle negazioni logiche; ai paradossi che affermano e insieme negano (ad esempio, la Sostanza è Tutto e Nulla) si addice un superiore valore di approssimazione; metafore che, sebbene talvolta non sostituibili con concetti, hanno una funzione allusiva, indicativa e circoscrittiva, che dovrebbe condurre il pensiero ad una forma più adeguata alla Sostanza.
La disponibilità profondamente metafisica di Spinoza a riconoscere anche all’Affermazione un significato dimostrativo risulta fondamentalmente già dal fatto che, in questo contesto, il Principio viene pensato prevalentemente come Sostanza. Ed entrambi stanno per Dio. La pura identità di Dio e Sostanza crea se stessa, produce se stessa, dà a se stessa l’esistenza, è la Causa di se stessa. In questo modo, della Sostanza non viene asserito alcun processo da un non-essere-ancora nella propria attualità, né un risultato temporalmente successivo a partire da un’altra causa che la produca: essa è già sempre in atto, atto in sé immobile (7).
Come Principio autonomo di se stesso la Sostanza-Dio è anche padrone del suo essere; come signore del suo essere, così il vero filosofo per Spinoza deve andare in cerca del vero bene, ovvero della fonte eterna della massima gioia. Il vero bene è l’amore per qualcosa di eterno ed infinito (8). L’autorelazione della Sostanza-Bene non è quindi né un qualcosa di casuale, di accidentale, né qualcosa di condizionato da una costrizione, ma è un qualcosa di libero che corrisponde alle intenzioni interiori del Pensiero e che da esse consegue. La libertà sorge ed esiste attraverso un agire contemplativo consapevole, guidato dalla theoria (contemplazione).
Dio (Sostanza) precede la separazione tra essere e conoscenza, Dio racchiude in sé, indivisi, essere e conoscenza. La conoscenza che sfocia in Dio, ritornando alla indivisione originaria, si fonda ad esso e in esso ha termine, divenendo la filosofia “spirito del Cristo” (9) che salva. La ricerca e l’anelito, secondo Spinoza, di colui che pratica la dialettica non sono dunque un brancolare nel buio, bensì la ricerca si svolge all’interno di un’esperienza fondamentale della coscienza umana.
Se le cose stanno in questi termini diventa allora comprensibile come la conclusione del processo dialettico, nel sistema spinoziano, non possa consistere nell’aver esaurito conoscitivamente la serie dei concetti, appunto perché la totalità del Concetto non è una totalità quantitativa di termini giustapposti e sommabili tra di loro, ma è piuttosto il loro intreccio vivente, condizionato dalla loro unità indissolubile con l’Intelletto (10). Se cioè anche nel campo del concetto c’è una direzione orizzontale del movimento dialettico, la conclusione di questo movimento va cercata nella sua direzione verticale, secondo un rapporto di articolazione interna e di connessione qualitativa.
La dialettica giunge così al culmine del Concetto (Dio) nella misura in cui veramente riesce a cogliere la profonda unità di questo mondo e nello stesso tempo le ragioni della sua articolazione. Ciò che nel sistema si palesa è lo svelamento progressivo di una conoscenza che da sempre esiste nel filosofo. Nel sistema non si avanza in linea retta, sviluppando conseguenze e concatenando verità, ma si ritorna continuamente al punto di partenza per approfondirlo e di nuovo provarlo. Si tratta di un metodo concentrico. Così l’esercizio al pensiero dialettico diviene esercizio preliminare a quello che è il pensiero semplicissimo dell’Intelletto: la conoscenza del Principio.
Ma conoscere il Principio diventa possibile solo una volta che l’Intelletto abbia attraversato tutte le fatiche della dialettica, una volta che abbia superato l’immaginazione, l’opinione e il pensiero discorsivo e sia, così, giunto alla condizione di vivere la vita secondo l’Intelletto divino (Cristo). La dialettica (Negazione) determina totalmente la natura di colui che si dedica alla metafisica spinoziana, ne guida il pensiero e diventa per ciò stesso determinante anche per la sua salvezza. Se vogliamo venire salvati dobbiamo assumerci le fatiche della dialettica, poiché essa è la vera salvezza dell’Intelletto.
Il compiersi dell’Intelletto dialettico, in quanto esercizio nei concetti, equivale ad un atto di dialogo non scritto con il Fondamento dei Concetti. Mediante il metodo dialettico spinoziano, nella sua stretta aderenza all’Oggetto e nel suo procedere secondo l’Ordine ben stabilito, s’accende la luce di tutta quanta la metafisica. L’esercizio della dialettica non riguarda, dunque, unilateralmente quello che costituisce l’ambito del concetto discorsivo, ma comprende la realtà tutta. Possiamo affermare che tutta quanta la nostra vita non è che un esercitarsi a quella visione, e il vagare nella dialettica spinge a quella dimora.
Questo trascorrere del pensiero dialettico attraverso i concetti corrisponde al dialettico connettersi dei concetti fra loro, in forza del quale ogni concetto si mostra, nel distinguersi dagli altri, per ciò che esso è.
Pertanto, nonostante che ciascun concetto si connetta svariatamente ad altri concetti, e proprio in virtù di ciò, la dialettica li riconosce ciascuno in se stesso e in ciò che li differenzia. Al tempo stesso, però, proprio nel conoscere i concetti nella loro particolarità, la dialettica vede l’articolarsi dei loro rapporti e il Principio che ne assicura l’Unità. Oltre che come trascorrere, l’atto dell’Intelletto dialettico viene anche indicato come un “errare”. Questo non significa in primo luogo l’errore nel quale l’intelletto può cadere qualora cerchi, nel suo liberarsi dai sensi, di superare l’apparenza. L’“errare” è, piuttosto, la struttura di tutto ciò che procede nel molteplice.
Ma l’intelletto è dialettico solo se, avanzando nella molteplicità unitaria dei concetti, si impegna seriamente con essa e la percorre tutta, ripercorrendo per proprio conto la dialettica dei concetti. Per parte sua l’Intelletto divino (Dio-Sostanza), essendo immutabile, è senza “erramento”, poiché in se stesso, e mediante se stesso, esso risiede sempre nella reale forma di significato “permanente ed uniforme”. Nel definire, nella profondità del sistema spinoziano, l’essenza della negazione come un “trascorrere” e un “errare”, la Sostanza si è rivelata essere l’inizio o il principio del Sistema.
La Sostanza è principio del sistema in quanto è proprio essa a mettere inizialmente in moto l’Intelletto verso di sé, e fa procedere questo Intelletto verso la dimora metafisica. Fra tutte le scienze la metafisica è la maggiormente dialettica, poiché funge da completamento della filosofia. La dialettica fa della metafisica l’unica scienza ben fondata, le conferisce carattere di stabilità e inconfutabilità e la riporta in quella che è la sua origine: la Sostanza. Essa racchiude in se stessa in modo omogeneo tutte le forze dialettiche e riduce la loro varietà alla semplicità, la loro partizione alla conoscenza metafisica unificata, la loro pluralità alla unità. Solo grazie alla metafisica il “dialogo” spinoziano è in grado di svolgere il compito che gli compete, che con la scoperta della Sostanza (Dio) conduce l’Intelletto verso la Beatitudine (vita felice).
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NOTE
(1) C. Schaarschmidt, Plato et Spinoza philosophi inter se comparati: Berolini, 1845; pag. 290 e seg.
(2) G. R. Bacchin, I fondamenti della filosofia del linguaggio: Assisi, 1965; pag. 106.
(3) L. Kolakowski, Chrétiens sans église: Paris, Gallimard, 1969.
(4) H. A. Wolfson, La philosophie de Spinoza: Paris, Gallimard, 1999; pag. 510 e seg.
(5) P. Zizi, Il concetto del fondamento: Sassari, 1990; pag. 20 e seg.
(6) B. Spinoza, Ethica: P. II, prop. XXI, sch.: in C.Gebhardt, Spinoza Opera, vol. II, pag. 109, lin. 19-21.
(7) J. Whittaker, De Jamblique à Proclus: Genève, Vandoeuvres, 1975; pag. 230.
(8) B. Spinoza, Tractatus de Intellectus Emendatione: in C.Gebhardt, Spinoza Opera, vol. II, pag. 7, lin. 24 e 25.
(9) X. Tilliette, Il Cristo della filosofia: Brescia, Morcelliana, 1997; pag. 90 e seg.
(10) W. Beierwaltes, Hegel und Plotin: in Revue Internationale de Philosophie, 24, n. 92 (1970), pagg. 348-357.
Lettera di Niels Stensen a Bento Spinoza
Nel libro, di cui ho inteso dire – e di cui a me stesso, per vari motivi, sembra – che tu sia l’autore, noto che tu riferisci ogni cosa alla sicurezza pubblica, o, meglio, a quello che secondo te è il fine della sicurezza pubblica, ossia la tua sicurezza: benché tu abbia scelto i mezzi contrari al fine che ti eri proposto, ed abbia trascurato quella parte di te, alla cui sicurezza unicamente occorrerebbe provvedere. E che tu abbia scelto i mezzi contrari alla sicurezza a cui miravi si vede da questo, che, mentre cerchi la tranquillità pubblica, metti tutto in agitazione, e ti esponi senza alcuna necessità a gravi pericoli proprio mentre cerchi di premunirti contro ogni pericolo; che, poi, tu abbia del tutto trascurato quella parte di te della quale unicamente conviene preoccuparsi, si vede da questo, che tu permetti a tutti di pensare e di dire di Dio quello che vogliono, purché non si tratti di cosa contraria all’obbedienza che è dovuta, secondo te, non tanto a Dio quanto agli uomini: il che equivale a ridurre tutto il bene dell’uomo ai vantaggi del viver civile, ossia al benessere materiale. E non ti serve dichiarare che tu riservi alla filosofia la cura dell’anima, sia perché la tua filosofia tratta dell’anima mediante un sistema costruito su supposizioni, sia perché tu lasci coloro che non sono idonei alla tua filosofia in una condizione di vita propria di automi senz’anima, nati soltanto per la materia.
Ragion per cui io, vedendo trovarsi in tali tenebre un uomo che un giorno mi era assai familiare e che ora, spero, non mi è nemico (sono infatti convinto che il ricordo dell’antica dimestichezza ci mantiene tuttora in reciproco affetto), e ricordando che anch’io una volta ero impigliato in errori che, se pure non identici ai tuoi, erano tuttavia assai gravi, quanto più la gravità del pericolo da cui sono scampato rende evidente la misericordia divina verso di me, tanto più sono spinto dalla pietà che sento per te a invocarti dal cielo la medesima grazia che io, senza mio merito, ma per la sola bontà del Cristo, ho ottenuto; e per aggiungere l’opera alla preghiera io mi metto pienamente a tua disposizione, per esaminare con te tutti quegli argomenti che sembrerà utile esaminare al fine di trovare e di conservarti il vero mezzo della vera sicurezza. E, sebbene i tuoi scritti ti mostrino lontanissimo dalla verità, quell’amore della pace e della verità che un giorno io riconobbi in te e che non può essersi estinto in quelle tenebre mi fa sperare che tu presterai facilmente ascolto alla nostra Chiesa, quando ti sia stato sufficientemente esposto ciò che essa promette a tutti e ciò che offre a quelli che ad essa vogliono accostarsi.
In primo luogo, la Chiesa promette a tutti la vera sicurezza, la sicurezza eterna, ossia la stabile tranquillità unita alla verità infallibile; e insieme offre i mezzi necessari al conseguimento di un così gran bene: primo, il sicuro perdono del male commesso; secondo, la più perfetta norma del far bene; terzo, il modo di perfezionarsi secondo questa norma in tutte le occupazioni. E ciò non soltanto per le persone dotte o dotate di un ingegno acuto o libere da affari d’ogni genere, ma per tutti indistintamente, di ogni età, sesso e condizione. E, perché ciò non ti meravigli, sappi che da chi si avvicina alla Chiesa si esige, oltre alla non-resistenza, anche la collaborazione: ciò che è possibile per l’azione interiore di colui stesso del quale mediante i membri visibili della Chiesa si esprime sensibilmente l’insegnamento. E benché si dica al proselite che deve pentirsi dei suoi peccati davanti a Dio ed eseguire davanti agli uomini opere conformi a questo pentimento, e credere determinate cose di Dio, dell’anima e del corpo, eccetera, ciò non si pone, però, come se il proselite dovesse assumersi questi impegni con le proprie forze: a lui si chiede unicamente di non rifiutare l’assenso e la cooperazione a quelle opere e a quella fede; il che è l’unica cosa che sia in suo potere, giacché il prendere quelle decisioni e, dopo averle prese, metterle in atto, dipende dallo spirito del Cristo, che previene, accompagna e perfeziona la nostra operazione. Non mi stupisco che tu non abbia ancora compreso questo, e ora non farò nulla – anzi, non è nelle mie forze far qualcosa – perché tu lo comprenda; ma, perché la forma del vivere cristiano non ti sembri del tutto estranea alla ragione, te la delineerò in breve, così come può farlo uno che è appena giunto ad abitare in quella città, o piuttosto come uno scolaro forestiero che siede ancora negli ultimi banchi. Lo scopo di questa norma di vita è che l’uomo diriga non soltanto tutte le sue azioni esteriori, ma anche i suoi più segreti pensieri, secondo l’ordine stabilito dall’autore dell’universo; ossia, ciò che è lo stesso, che l’anima in ogni sua operazione riconosca Dio come proprio creatore e giudice. A proposito di questo, la vita di ogni uomo ordinariamente peccatore può dividersi in quattro stadi, o gradi. Il primo grado è quello nel quale l’uomo fa ogni cosa come se i suoi pensieri non fossero soggetti ad alcun giudice; ed è lo stato degli uomini o non ancora battezzati o che dopo il battesimo si sono induriti nel peccato, e che ora si dice di cecità, perché l’anima non avverte di essere guardata da Dio, come dice Sapienza, 2, “Fece sì che la loro malizia li accecasse”, ora di morte, perché l’anima giace come sepolta nei godimenti perituri, come intese dire il Cristo con le parole “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti” e con molte altre simili. E non è incompatibile con questa condizione che si dica spesso molte cose vere di Dio e dell’anima; ma poiché se ne tratta come di oggetti remoti o esteriori, a ciò si deve la persistenza del dubbio e di contraddizioni intorno ad essi, e la frequenza delle manchevolezze, se non nelle azioni esterne, almeno nei pensieri, e inoltre il trovarsi l’anima, priva dello spirito che vivifica le azioni, agitata, come se fosse morta, da ogni vento di desiderio. Il secondo grado si ha quando l’uomo, non resistendo alla parola di Dio, interna o esterna, incomincia a considerare chi lo chiama; e riconoscendo allora, al raggio di questo lume soprannaturale, che vi è molto di falso nelle sue opinioni e di difettoso nelle sue azioni, egli si affida interamente a Dio, il quale, amministrandogli, per mezzo dei suoi operatori, i sacramenti, sotto i segni visibili gli largisce la grazia invisibile: e questa condizione di coloro che rinascono si chiama infanzia e fanciullezza, e la parola di Dio a costoro predicata si paragona al latte. Il terzo grado si raggiunge quando l’animo, dominando le passioni con l’esercizio continuo della virtù, si prepara a intendere correttamente i misteri nascosti nei libri sacri: misteri che non sono compresi dall’anima se non quando, ormai pura di cuore, sia salita al quarto grado, nel quale incomincia a vedere Dio e a conseguire la sapienza dei perfetti. E qui può aver luogo l’unione perpetua e mistica della volontà: cosa di cui tra noi sussistono esempi ancor oggi.
L’intera struttura del cristianesimo tende dunque a far sì che l’anima passi da uno stato di morte a uno stato di vita: ossia che, mentre prima aveva gli occhi della mente distolti da Dio e applicati all’errore, ora, distoltili da ogni errore, li volga sempre a Dio in tutte le operazioni del corpo e della mente, volendo e non-volendo ciò stesso che voglia o non-voglia il suo creatore, l’autore dell’ordine universale. Se dunque tu esaminerai correttamente ogni aspetto della questione, troverai che solo il Cristianesimo possiede una filosofia vera, che insegna di Dio nozioni degne di Dio e dell’uomo idee convenienti all’uomo, e che conduce i suoi cultori alla vera perfezione di tutte le azioni.
Quanto al secondo punto, essa sola sa offrire tutto ciò che promette a chi non resiste: soltanto la Chiesa cattolica, infatti, ha prodotto in ogni secolo esempi perfetti di virtù, e anche oggi ne prepara per la posterità di ammirevoli, in persone di ogni età, sesso e condizione; e non è lecito dubitare della buona fede con la quale essa promette la sicurezza eterna se fornisce con la massima precisione tutti i mezzi richiesti dalle sue direttive, fino al miracolo. Io non ho ancor compiuto il quarto anno da che sono entrato nella Chiesa, e tuttavia ho già visto tali esempi di santità da dover esclamare con Davide “Le prove che porti sono credibili con ogni tranquillità”. Non parlerò dei vescovi e dei sacerdoti, le cui parole da me udite in familiare conversazione sarei pronto a garantire fin col mio sangue quali segni umani dello spirito divino, asseverati dall’innocenza della vita e dal vigore dell’eloquio. Nemmeno nominerò i molti che hanno abbracciato una regola di vita severissima, dei quali potrei dire le stesse cose. Due generi di esempi addurrò soltanto: l’uno, delle persone che da una vita pessima si convertirono ad una vita estremamente virtuosa; l’altro, di gentucola, come tu la chiameresti, che senza alcuno studio apprese egualmente, ai piedi del Crocifisso, cognizioni sublimi di Dio. Tra questa povera gente ho conosciuto artigiani e servitori, uomini e donne, saliti mediante l’esercizio delle virtù divine alla conoscenza di cose mirabili intorno a Dio e all’anima; dei quali passo sotto silenzio, per brevità, la vita santa, la sublimità dei discorsi, le opere per voce di popolo miracolose, come la predizione del futuro e simili. So quello che tu potrai obiettare dei miracoli: e neanche noi crediamo per i soli miracoli; ma, quando vediamo che effetto del “miracolo” è la perfetta conversione di un’anima dai vizi alle virtù, ci sembra di potere attribuirlo a colui che di tutte le virtù è l’autore. Io sostengo infatti che il più grande dei miracoli è questo, che uomini, i quali hanno trascorso trenta o quarant’anni o più nell’appagamento di ogni loro desiderio, con un’improvvisa avversione al male offrano esempi straordinari di virtù: che io ho visto con questi miei occhi e ho toccato con queste mie mani, e che m’hanno commosso, con altri testimoni, fino alle lacrime. Non vi è un Dio come il nostro! Davvero, se ti informerai sulla storia e dello stato presente della Chiesa – non nei libri dei nostri avversari, o di quelli fra noi che possono considerarsi morti o non ancora usciti dall’infanzia, ma, ciò che suole avvenire in ogni genere di studi, nelle opere degli autori che, per ammissione dei nostri esperti, sono da considerarsi veri Cattolici –, vedrai che essa ha sempre mantenuto le sue promesse e ancor oggi le mantiene, e ti incontrerai in quell’evidenza di credibilità che ti lascerà soddisfatto; dato soprattutto che tu hai del Romano Pontefice opinioni molto più miti di quelle degli altri nostri avversari, e ammetti la necessità delle opere buone. Ma, ti prego, esamina le nostre ragioni nei nostri scritti: ciò a cui del resto i tuoi stessi princìpi concernenti la forza dei pregiudizi ti indurranno facilmente.
Avrei citato volentieri i passi della Scrittura che attribuiscono al Pontefice l’autorità che tu gli neghi solo perché non riesci a trovarne traccia nella Scrittura stessa e non ammetti che lo Stato cristiano sia simile allo Stato degli Ebrei; ma, siccome tu non concordi con la nostra dottrina che riconosce quale unica interpretazione valida della Scrittura quella che ne dà la Chiesa, tralascio per ora questo argomento; e quanto al secondo dico che l’ordinamento cristiano, che mira unicamente all’unità della fede, dei sacramenti e della carità, non ammette che un unico capo, la cui autorità non consiste nell’introdurre novità arbitrarie, che è la calunnia degli avversari, ma nel curare che restino immutate le cose di diritto divino ossia necessarie, e mutino invece, qualora per giusti motivi la Chiesa lo giudichi conveniente, quelle di diritto umano ossia indifferenti: come se, per esempio, essa s’accorga che male intenzionati abusano delle cose indifferenti per sovvertire le necessarie. Nell’interpretare la Scrittura e nel determinare le verità della fede la Chiesa procura quindi che si conservino i dogmi e le interpretazioni rivelati da Dio per mezzo degli apostoli, e siano proscritte le novità di origine umana. Non mi tratterrò sulle altre competenze dell’autorità in parola, essendo sufficiente, a renderti accettabile l’ordinamento monarchico della Chiesa, l’unità del credere e dell’operare su cui tante volte il Cristo ha insistito.
Se, dunque, tu sei guidato da un vero amore della virtù e se ti compiaci della perfezione dell’agire, esàmina tutte le società del mondo: e troverai che in nessuna ci si pone con tanto fervore, e con tanta compiutezza si consegue, l’obiettivo della perfezione, come accade presso di noi: argomento, questo, che può essere sufficiente a dimostrarti che davvero “qui c’è il dito di Dio”.
Ma, per riconoscere questo più facilmente, entra prima in te stesso e considera la tua anima: e se la osserverai correttamente e appieno, la troverai morta. Tu tratti della materia in movimento come se la causa motrice fosse lontana, o non fosse affatto. È una religione di corpi, non di anime, quella che tu proponi; e nell’“amore del prossimo” tu tieni presenti le azioni necessarie alla conservazione dell’individuo e alla propagazione della specie, ma di quelle azioni, mediante le quali acquistiamo la conoscenza e l’amore del creatore, tu ti curi poco o nulla. E anche credi che tutti siano morti come sei tu, che neghi a tutti il lume della grazia perché tu stesso non l’hai mai sperimentato, e non credi che ci sia altra certezza che quella delle dimostrazioni, ignaro come sei della certezza della fede che supera ogni dimostrazione. E la stessa tua certezza dimostrativa non è contenuta in ben ristretti limiti? Esàmina, di grazia, tutte le tue dimostrazioni, e portamene anche una sola del modo con cui il pensiero e l’estensione si uniscono o con cui il principio motore si unisce al corpo che è mosso. Ma è inutile chiederti dimostrazioni di ciò, quando non puoi offrirmene nemmeno ragioni probabili: tanto che non sai spiegarmi se non per supposizioni la percezione del piacere e del dolore, dell’amore e dell’odio (così come tutta la filosofia di Cartesio, per quanto accuratamente da te scrutinata e riformata, non vale a darmi dimostrazione nemmeno di quest’unico fenomeno, del come l’impulso della materia sulla materia sia percepito dall’anima unita alla materia). E, per favore, di questa stessa materia quale altra notizia mi dai oltre all’analisi matematica della quantità concernente le figure, le quali tuttora non possono riferirsi, se non per ipotesi, ad alcun genere di particelle? Che cosa c’è, poi, più irragionevole del negare la divinità delle parole di colui la divinità delle cui opere è così evidente ai sensi, soltanto perché quelle parole non concordano con le dimostrazioni costruite dagli uomini per via di ipotesi? E se non comprendi nemmeno la costituzione del corpo, mediante la quale la mente percepisce gli oggetti materiali, come puoi giudicare di quella sua costituzione, la quale, glorificata per la mutazione del corruttibile in incorruttibile, dovrà di nuovo unirsi all’anima? Certo io sono del tutto convinto che escogitare nuovi princìpi esplicativi della natura di Dio e dell’anima e del corpo è lo stesso che inventarsi princìpi fittizi, se la stessa ragione insegna che contrasta con la provvidenza divina l’essere i veri princìpi intorno a quelle entità rimasti per tante migliaia d’anni nascosti agli uomini più santi per venire resi manifesti solo in questi tempi per opera di uomini che non hanno conseguito nemmeno la perfezione delle virtù morali; anzi, io propenderei per credere veri, a proposito di Dio e dell’anima e del corpo, quei soli princìpi che dalla creazione ai giorni nostri sono tenuti in considerazione e in vigore nella sola società immutabile, la città di Dio. Quel vecchio, che indusse san Giustino a passare dalla filosofia mondana alla filosofia cristiana, dice di coloro che per primi insegnarono quei princìpi che “furono beati, giusti e cari a Dio i filosofi più antichi, i quali parlarono ispirati dallo Spirito divino e vaticinarono l’avvento di quelle cose che avvengono ora”. Io sono propenso a credere che i princìpi proposti da tali filosofi, a noi tramandati da una serie ininterrotta di successori simili a loro e ancor oggi evidenti grazie a filosofi dello stesso genere, per chi li cerca con retta ragione sono i soli veri: già che in questo caso la santità della vita dimostra la verità della dottrina. Esàmina i princìpi e i dogmi di questa filosofia, non presso i suoi nemici, non presso i suoi seguaci in malafede o impreparati, ma presso i suoi migliori maestri, realmente sapienti, cari a Dio, fin d’ora probabilmente partecipi della vita eterna: e conoscerai che il cristiano perfetto è perfetto filosofo, anche se non è che una vecchietta o una domestica addetta ad umili servizi o un’ignorante qualsiasi (tale agli occhi del mondo) che si guadagna il pane da lavandaia; ed esclamerai anche tu con san Giustino “Questa sola filosofia io trovo e sicura e utile”.
Se lo gradirai, io mi assumerò volentieri l’incarico di mostrarti dall’un lato la contraddizione e dall’altro l’incertezza delle posizioni per cui le tue credenze si allontanano dalle nostre; sebbene io preferirei che tu, riconosciuti uno o due errori nelle tue certezze, rispetto all’evidente credibilità delle nostre, ti facessi discepolo dei predetti dottori, e tra i primi frutti della tua conversione offrissi a Dio la confutazione dei tuoi errori, scoperti da te stesso al lume della grazia divina: così che, se i primi tuoi scritti hanno allontanato mille anime dalla vera conoscenza di Dio, la palinodia di quegli scritti, confermata dal tuo esempio, ne riconduca a Lui con te, come con un secondo sant’Agostino, mille migliaia. Questa è la grazia che io invoco per te con tutto il cuore.
Ti saluto.
Isole nella corrente Giovanni Graziosi, dell’Ae.S
No, non per buttarla in politica. In ogni caso, non in quella politica da cortile in cui, volenti o (più spesso) nolenti, siamo tutti coinvolti. Però è da tanto tempo che, pur se a intermittenza e con le variazioni più grottesche, si legge e si sente parlare di “federalismo”, che mi è venuto in mente di dire la mia. Non voglio prenderla da lontano, con Mazzini unitario e Cattaneo federalista, e via rimembrando. In breve, solo una domanda (retorica, s’intende): ma “federare”, “federalismo”, “federazione”, eccetera, non derivano dal latino “foedus”, in italiano “patto”? un patto che si fa per unirsi? Mi sembra che federare significhi, appunto, unire entità prima separate e autonome, dalle società calcistiche agli stati nazionali. Basti pensare agli Stati Uniti per antonomasia. Si potrebbe fare una federazione dell’Europa, mettendo insieme, con un patto costituzionale, le nazioni che la compongono. Non si può federare l’Italia, che è uno stato unitario dalla nascita, se non, eventualmente, prima separandola secondo linee... A proposito, quali linee? geografiche? etniche? economiche? Qualche bell’esempio, non lontano dalle nostre coste, l’abbiamo avuto.
Giorni addietro ho preso parte a una riunione di specialisti – operatori di qualche cosa che qui non importa precisare – durante la quale è stato rilevato come il razzismo che sta montando nel nostro paese, derivante, come sempre, dalla paura, si indirizzi in maniera più netta verso chi, almeno nell’aspetto, è più simile a noi ed è peraltro marcato dai segni forti della povertà. È questione di paura, si è detto, ma non tanto di paura dell’altro quanto della sua condizione: paura di poter diventare come lui. Si diffida dell’albanese o del rumeno, mentre si vede quasi con simpatia il senegalese o il camerunese. Meglio il nero, altroché. Perché nero non posso diventare, povero sì.
Chi ricorre, per professione di fede, impegno umanitario, moralismo, retorica, a esortazioni e richiami alla fratellanza, all’essere fratelli, soprattutto se scrive anche per i posteri (non lontani), dovrà pensare seriamente a fornire al suo pubblico qualche spiegazione. Altrimenti si troverà ad usare una formula accettata per convenzione, la cui origine sarà nota solo ai curiosi di cose e detti antichi, sedimentati senza riferimento alla realtà attuale. Ci si chiederà quale sia l’origine di una tale espressione. Che cosa stava a denominare, precisamente, la parola “fratello” (o “sorella”)? Una persona generata dai miei stessi genitori, dite. Ma va’. Un altro figlio, quindi. Allora “figlio di” riferito ad un certo genitore potrebbe anche avere un plurale. E quegli altri nomi misteriosi – zio, cugino – quali ruoli, quali figure, quali vicinanze stavano a indicare? Mah?
Figlio. L’unica variante ammessa: figlia. Uno, o una. Meglio nessuno. Comunque pochi, tenuti a lungo in ozio. Anche per loro, come per i genitori (che sembra ci contino seriamente), vita lunga e agiata, pensione per quarant’anni, consumo di tutto, guai a parlare di immigrazione. Dov’è l’errore? Perché un errore deve esserci. Dicono: ma come si fa a far nascere dei figli? guardate che brutto mondo (ma intanto cerchiamo di godercelo rendendolo sempre peggiore)! A proposito di tempi e di storia, penso a quegli sciagurati dei miei genitori che mi hanno messo in circolazione nel 1939.
Si sentono o si leggono interventi di cogitabondi commentatori sullo sviluppo (già si dovrebbe capire che cosa sia). Qualcosa come: “L’anno scorso è andata abbastanza bene; ma quest’anno l’incremento del PIL è solo del x o del y per cento”. Ma se andava già bene? Allora va addirittura meglio. No. Si riparte sempre da capo, come nelle contrattazioni nei suk maghrebini. L’anno prossimo, il risultato di quest’an-no – già con x o y per cento in più rispetto al precedente – si considera uguale a zero. C’è un obiettivo da raggiungere o è una corsa verso l’infinito, cioè il nulla? E poi: può andare bene, o addirittura meglio, per tutti? Pare di no. Se una parte prospera è perché un’altra va in rovina. La maggioranza resta indietro, travolta, uccisa. Oppure, ammesso che si andasse avanti (avanti?) tutti, si dovrà pur bruciare qualcosa. Nulla si crea e nulla si distrugge, o, se si vuole, non si crea senza distruggere. E che cosa c’è da distruggere? La natura, umanità compresa, ovviamente e giustamente. Farebbe un po’ sorridere, se fosse il caso, chi pensa che di questo passo l’uomo distruggerà la natura. È soltanto supponenza, tragica. Stiamo apportando alla natura modifiche terribili; ma terribili per noi e per chi ci assomiglia. Col tempo (la natura ne ha di tempo, e quando il tempo sarà finito non ci sarà più né il problema né altro); col tempo verranno fuori organismi che respireranno gas che per noi sarebbero venefici, e tutto andrà avanti, in altri modi e con altri interpreti.
Fra gli usi e gli abusi ormai insopportabili vogliamo ricordare quello dell’angolo “giro”. Che cosa vuol dire? Che qualunque cosa si faccia, o si dica, o ci si proponga, con un po’ di estensione spaziale, ma anche temporale, si dice che è “a 360°”. Va be’. È una formula di tipo giornalistico, sintetica, non peggiore di tante altre. Però abbiamo anche letto di qualche politico che, quanto a posizioni ideologiche, avrebbe fatto un cambiamento di 360°. In tempi di transfughi e voltagabbana (quali tempi? tutti i tempi), diciamo qualcosa ad onore di questi personaggi, i quali, dopo una estesa esplorazione, si sono semplicemente confermati quali erano, tornando al punto di partenza. Urge ripasso delle nozioni più elementari della geometria. Chi assume posizioni diametralmente opposte alle precedenti, di gradi ne percorre 180. Poi ritorna.
Abbiamo visto tanti filmati della seconda guerra mondiale, delle turpi vicende di quegli anni, con Hitler, Stalin, Mussolini. Ci siamo fatti un’idea (giusta) di tetra oppressione. Poi sono venuti fuori alcuni, rari ma significativi, documentari a colori. Non più tutto immerso nel grigio sporco delle pellicole viste fino ad ora: ma volti, cieli, bandiere, uniformi, case linde. Le immagini reali viste per molto tempo dagli occhi dei più fra i contemporanei erano così: belle e colorate.
Ed è così anche oggi. Guardo fuori dalla finestra: ci sono le case, le persone, gli alberi, le macchine. Tutto a colori…
Il Cherem ("scomunica") contro Spinoza: ipotesi di concause politiche e filosoficheGiorgio Boari Ortolani, dell’Ae.S
Baruch Spinoza fu maledetto, scomunicato e cacciato dalla comunità ebraica il 27 luglio del 1656. Spinoza a quella data aveva 24 anni. Non è certo che fosse già allievo di latino del radicale Van Enden e quindi non è certo che fosse “vittima” delle idee filosofiche, politiche e morali predicate dal maestro. Si interessava, invece, con molta prudenza ma fattivamente, insieme al fratello Gabriel, dell’azienda avuta in eredità dal padre, non frequentava gli studi superiori nella scuola ebraica, quindi non poteva diventare rabbino. Era stato uno studente modello, e i professori, Morteira fra tutti, andavano fieri di quel ragazzo benestante, serio e maturo. Per inciso, se Morteira insegnava al livello superiore di quello frequentato da Spinoza, cioè formava i giovani che sarebbero diventati rabbini, è da dedurre che maestro e allievo si incontravano extra moenia, fuori del contesto scolastico.
Ma il 27 luglio 1656, malgrado gli ammonimenti di Morteira “...di scegliere la punizione o il pentimento, giurando di scomunicarlo se non vedeva subito i primi segni di contrizione...”, Baruch fu condannato come eretico, ateo, come colui che nega l’immortalità dell’anima, l’origine divina e l’autorità della Torah, colui che disprezza la dottrina dell’eterna ricompensa e dell’eterno castigo, l’uomo che rifiuta la tradizione e insinua pestilenze antiteologiche e sacrileghe sul concetto di Dio e sulla sua esistenza in termini biblici, ma non solo.
Era troppo, per gli ebrei sefarditi di Amsterdam, sopportare simili nefandezze antidottrinali, simili scelleratezze religiose, che non potevano avere domicilio nella loro comunità.
E che dire poi della presenza, in una comunità che doveva fare i conti con un calvinismo non troppo tollerante nella pur tollerante Olanda del 1600, di un uomo di tale specie?
Furono durissimi i sefarditi, che per l’occasione riesumarono una formula di scomunica feroce, cattiva, un modello che si usava solo in casi gravissimi: “Noi ti scomunichiamo, espelliamo, separiamo, distruggiamo, malediciamo... maledetto sia egli quando entra, maledetto sia egli quando esce, maledetto sia egli quando si sdraia, maledetto sia quando si alza...”.
Ma Spinoza non aveva ancora pubblicato nulla. È pur vero che aveva abbandonato gli studi ebraici, che non osservava da ortodosso i precetti del Sabbath e le norme ebraiche generali e che aveva abbandonato la Sinagoga.
Purtroppo il filosofo non parlerà mai di quegli anni e quindi lascia ai posteri tutte le congetture possibili. Ma lui, così acuto, profondo, maturo, non conosceva, forse, i rischi cui andava incontro in caso d’abbandono totale dei precetti e della comunità e in caso di esternazione a qualcuno dei suoi pensieri, i pensieri di un uomo libero che cerca la verità con profondo senso della realtà di se stesso e degli altri?
Però, in quel periodo, non c’era nulla di organico, nulla di sistematico prodotto da Spinoza, se non riflessioni su temi e argomenti delicati, certamente non ortodossi, meditazioni su Dio e sull’uomo..., ma che non erano ancora filosofia.
Scrive il biografo Lucas che Spinoza espresse le sue opinioni, i suoi punti di vista, agli “amici”. Amici che spifferarono tutto ai giudici della comunità ebraica, spiegando con dovizia di particolari che il giovane pensatore considerava gli ebrei “un popolo superstizioso, nato e cresciuto nell’ignoranza, che non conoscono Dio ed hanno l’impertinenza di considerarsi suo popolo...”.
Ma quelle erano opinioni, valutazioni, pensieri non ancora sistematizzati (il primo suo lavoro vede la luce dopo il 1660, a circa quattro anni dalla condanna). Stando così le cose, la scomunica contro Spinoza, considerato che per i reggenti ebraici il comportamento mentale e reale del libero pensatore era giunto al punto di non-ritorno, sembrerebbe irrevocabile, e parimente la sua maledizione. Una scelta obbligata dal punto di vista dell’ortodossia, che, però, può essere stata determinata, diciamo indirettamente, dall’atteggiamento della comunità ebraica verso le autorità comunali di Amsterdam. Due fattori importanti, concause non secondarie, fanno capolino nello scenario: la politica della comunità sefardita nei riguardi del governo olandese locale e l’interesse dell’eretico per l’opera di Cartesio. Essendo rifugiati, gli ebrei sapevano bene che la loro vita, in quanto comunità, dipendeva essenzialmente dal gradimento degli olandesi. Gradimento che sin dalle origini del loro insediamento ad Amsterdam non poteva prescindere da alcune intimazioni fondamentali per il quieto vivere: e cioè, non derogare dalla legge ebraica, non criticare la religione cristiana.
E questi non erano semplici inviti, ma precise ordinanze, che, detto fuori dai denti, significavano: fatevi da parte in caso di problemi religiosi interni, salvaguardate la vostra ortodossia per non attirare l’attenzione delle autorità comunali e, soprattutto, evitate giudizi di non-gradimento da parte dei cittadini ospitanti. Situazione scomoda, precaria, ma da accettare comunque, nonostante che essa comportasse evidenti limitazioni, quali, per esempio, la proibizione di matrimoni e funerali pubblici o il divieto di convertire i cristiani al giudaismo.
I profughi ebrei, per lo più marrani, insomma dovevano dimostrare agli olandesi che la loro comunità era dabbene e rispettosa delle leggi.
In uno scenario esplosivo come quello del caso Spinoza, le cui posizioni eretico-eterodosse non solo mettevano in discussione i fondamenti della Torah ma gli stessi principi del cristianesimo, bisognava che la comunità ebraica lanciasse un segnale forte e preciso ai reggenti olandesi per far capire loro che in Casa Israele la situazione era sotto controllo e che l’ordine era assicurato.
Una volta esplosa all’esterno, che cosa avrebbe prodotto la ribellione di un libero pensatore, per di più ebreo, nella testa dei calvinisti più o meno tolleranti? (In questo contesto pesano molto anche le mutanti situazioni politiche interne olandesi, che interferivano con la vita e l’apparato religiosi, non solo calvinisti...).
Il pugno di ferro contro l’eretico, contro il blasfemo, così come la durissima formulazione del Cherem, potevano rappresentare, appunto, il segnale forte da far arrivare alla società olandese. Una risposta non simbolica: al contrario, pesante e al tempo stesso garante dell’autorevolezza dei responsabili della comunità ebraica e della politica praticata.
Ma c’è l’altro aspetto, quello più propriamente filosofico, che non solo può mettere in discussione la lettura politica suddetta ma può aprire altre ipotesi sulle possibili concause che determinarono la scomunica: l’opera di Cartesio.
Cartesio e la sua filosofia avevano scardinato il sistema aristotelico dalla base. Infatti già nella prima metà del 1600, in Olanda – seconda patria del filosofo – non poche università proibivano l’insegnamento delle teorie cartesiane. Il meccanicismo, il determinismo, la difesa del copernicanesimo, la costituzione della materia in particelle, la descrizione matematica del movimento, la metodologia del dubbio come conoscenza, facevano terra bruciata dell’aristotelismo e dell’interpretazione teologica da sempre ancorata alla visione aristotelica.
Il dubbio, secondo la critica coeva più ricorrente, porta allo scetticismo, alla insicurezza, ovvero alla dispersione della fede, alla revisione dei paradigmi tradizionali di lettura delle cose. E la metafisica cartesiana, letta come scardinamento dei dogmi, insieme alla distinzione irrevocabile tra materia e spirito, cardine dell’impalcatura cartesiana, metteva paura in quanto imponeva con urgenza una rilettura della Bibbia e dei suoi postulati interpretativi. Inoltre il determinismo meccanico e la nuova immagine del mondo mettevano in discussione la fisica aristotelica facendo traballare le secolari certezze della tradizione.
Insomma, proibire Cartesio significava difendere e rafforzare le antiche conoscenze, e mettere un freno alle idee di ateismo di cui, secondo alcune interpretazioni, la filosofia cartesiana era portatrice.
Letta in questa visuale, la filosofia cartesiana finì per preoccupare, se non spaventare, la rigida ortodossia calvinista, che vide nel pensiero dell’autore del Discorso sul Metodo il disfacimento della religione e della morale comunemente intese.
Non tutti gli intellettuali si attennero alle proibizioni – il pensiero cartesiano circolava tra gli uomini più liberi e più sensibili al rinnovamento culturale. Tra questi, naturalmente, Spinoza, che, proprio negli anni intorno alla scomunica, andava fiero delle tesi cartesiane e non perdeva occasione per dimostrarlo.
L’opzione razionale per il “more geometrico demonstratum”, con tutto quello che di rivoluzionario si trascinava dietro, preoccupò i capi della comunità ebraica, anch’essi, da parte loro, attentissimi a stoppare il dilagare della nuova filosofia. E Spinoza, ancora una volta – ma non era il solo – fu sinonimo di perdizione, di sovvertimento e di estremismo filosofico-teologico.
La pronuncia del Cherem, per concludere, fu solo un fatto interno alla comunità ebraica o fu qualcosa che andò oltre? Fu un’occasione di difesa dell’ortodossia o fu anche un contributo alla pace sociale? Fu il rifiuto, da parte della Comunità, di quella “libertas philosophandi” tanto cara a Spinoza?
Il
Notiziario viene proposto, con assoluta parzialità, a chi crede
che una società genuinamente umana non possa essere che razionale
e fraterna, ed è certo (se professionista della filosofia) o sospetta
(se semplicemente sano di cervello e di cuore) che l'orientamento etico
di B. Spinoza costituisca una via privilegiata verso quell'obiettivo.
Ci
si abbona assicurando il proprio consenso ideologico ed etico e la propria
volontà di perseguire gli stessi fini dell'Aedes Spinozana: primo
fra i quali educare gli umani a vivere una buona volta sotto l'imperio
della ragione ("Ethica", IV, App. 9).
Non
contiene pubblicità.
Composto
e riprodotto in proprio.