Anno XIV (2002), n° 3:  Luglio-Settembre 2002

Responsabile: Dott. G. Graziosi - Autorizzazione del Tribunale di Bologna n. 5738 del 5 maggio 1989
Notiziario trimestrale dell'Associazione per l'Aedes Spinozana d'Italia
presso Graziosi-Prestel, vle Roma, 9 - 40139 Bologna
Bulletin trimestrel de l'Association pour l'Aedes Spinozana d'Italie
Quaterly news of the Association for the Italia Aedes Spinozana



In questo numero:
Paolo Zizi: Metafisica della sostanza e dialettica dell'intero: Hegel interprete di Spinoza (non disponibile)
Nereo Atri: Spinoza. Biografia, fantasia (,sciatteria)
Giorgio Boari Ortolani: Maledetto sia tu… (Divagazioni estive, o giù di lì…)
Giovanni Graziosi: Isole nella corrente
Armando Brissoni: Sulla religione einsteiniana
Novità in libreria

    Non c’è periodico, in questi giorni, che non dedichi qualche riga (o qualche pagina) all’Evento dell’11 settembre 2001. Vogliamo fare anche noi la nostra commemorazione – ma dire qualcosa di totalmente diverso. Da una rivista di amici, “Overseas”, che come “Ethica” si occupa di civiltà, riportiamo un pezzo datato 18 ottobre 2001, del quale l’autore si riserva la responsabilità.

Sulla tragedia dell’11 settembre è stata fatta molta retorica, o almeno ne è stata fatta abbastanza perché i Signori della Guerra si siano sentiti autorizzati ad aprire i loro mortiferi rubinetti: e adesso il rinoceronte della Giustizia Duratura (!) sta delicatamente schiacciando le pulci del Vecchio della Montagna – e anche qualche altra bestiola che non fa in tempo a tirarsi da parte. Però non è il caso d’agitarsi: appena gli arsenali saranno vuotati e la produzione bellica potrà riprendere tranquillamente, il Vecchio della Montagna verrà scovato; un grande tribunale lo processerà; la sedia elettrica porrà fine alla sua carriera criminale. Certo, anche se fra le rovine vedemmo un cartello, “Nuovi morti non faranno resuscitare i vecchi”, l’opinione pubblica in generale non sarà soddisfatta di quella giustizia. Troppo poca una sola morte, per pagarne 5000! Si potrebbe suggerire che il Vecchio della Montagna fosse giustiziato a morsi: un morso da ogni parente di ogni vittima delle Torri Gemelle. Il bilancio migliorerebbe assai.
La ripugnanza che questa fantasia suscita in ogni galantuomo dimostra quale sporcizia possa trovarsi nella testa di chi ha la bocca piena di giustizia. La giustizia vera esige invece un cervello pulito e agile, e presbite piuttosto che miope. Se un cervello siffatto si fosse trovato nella testa giusta, la tempesta emotiva esplosa nel mondo l’11 settembre avrebbe potuto essere l’ambiente provvidenziale per la crociata di razionalità e di giustizia che avrebbe cambiato la faccia della Terra.
Era evidente a tutti i popoli che i Pescicani non hanno poteri sovrumani, non sono invulnerabili: questa scoperta poteva muovere il cordoglio dei popoli per quelle vittime sbagliate e lo sdegno dei popoli per la follia del Vecchio della Montagna; ma avrebbe anche permesso, all’uomo che vi fosse determinato, di coagulare intorno alla sua persona il consenso e le speranze degli oppressi e di avviare e guidare una campagna mondiale di boicottaggio nonviolento delle attività dei Pescicani – una campagna che nel giro di pochi mesi avrebbe dato ai poveri di tutto il mondo la coscienza della propria importanza, del proprio potere, della propria dignità. L’uomo che avesse guidato i poveri del mondo a questo traguardo, e li avesse con ciò messi in grado di trattare coi Pescicani da pari a pari, non avrebbe poi avuto difficoltà ad orientarli alla formazione di nuove comunità politiche razionali e fraterne, cioè umane, cioè buone; solo allora – perché solo le società molto buone possono essere molto dure coi cattivi – s’avrebbe potuto cominciar a curare, coi mezzi acconci, i pescicani residui, gli aspiranti dittatori, i guerrafondai, i corruttori professionisti, i terroristi, i pazzi “religiosi”.
Quell’esplosione di orrore – lo dico senza cinismo – sarebbe stata l’occasione più favorevole per una tale trasformazione della comunità umana. Ma da questo non consegue che le tragedie come quelle dell’11 settembre siano indispensabili per raggiungere questo obiettivo. Già alcuni anni or sono qualcuno propose pacificamente, all’uomo che non nomino, di farsi guida nonviolenta alla redenzione dei poveri del mondo: perché la pace, quella vera, può nascere solo dalla giustizia; ma non fu ascoltato. Io credo che la stessa iniziativa debba riproporsi oggi – prima che dall’incrocio della follia religiosa e dell’inumanità economica nasca il Mostro, contro il quale ogni buona idea sarà tardiva.

Si veda (disponibile presso la redazione della rivista):
p. Nereo Atri, CARO PAPA / una lettera che “Famiglia Cristiana” non ha voluto pubblicare. Modena, Domini Canes, 1998.
R. Peri

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Ricorre quest’anno il decimo anniversario della morte di Emilia Giancotti Boscherini, avvenuta per una di queste corte e brutali malattie moderne il 31 maggio 1992 (la data ci è sfuggita mentre allestivamo il numero scorso di “Ethica”, e con molta confusione ce ne scusiamo coi lettori).
L’incontrammo a Urbino nel 1989, dopo una breve corrispondenza epistolare. La sua conoscenza dello Spinoza era portentosa e sottilissima (è suo il Lexicon spinozanum del 1970, sono suoi l’organizzazione e gli Atti del Congresso internazionale di Urbino (1982) su Spinoza nel 350° anniversario della nascita, è sua una nuova traduzione (e più importanti le note) dell’Etica e del Trattato teologico-politico; senza contare gli altri volumi, gli opuscoli, gli articoli): ma quando le manifestammo il nostro spinozismo primitivo e appassionato ella ci incoraggiò, semplicemente e cordialmente, come avrebbe fatto una collega soltanto più esperta.
Non avremmo potuto condividere le sue scelte politiche, anche se ora le comprendiamo meglio; ma il suo spinozismo ci trovava discepoli ammirati e quasi trepidi – risultato, com’era, di una scelta ideologica totalitaria e conseguente, inflessibile, triste. C’era una profonda onestà intellettuale nei suoi rapporti con lo Spinoza: ed è questo, insieme con una straordinaria capacità didattica e pedagogica, e con la severità del suo impegno nella scuola e nella società, ciò che ricordiamo con maggior consolazione di Emilia Giancotti, e che ci serve di orientamento nella nostra dedizione agli obiettivi del comune Maestro.

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VIVE  ETERNA  LA  MENTE
CHE HA ADERITO A COSE ETERNE

ANNIVERSARIO


Spinoza. Biografia, fantasia (,sciatteria)
Nereo Atri, D.C.
 

“Seguendo i canoni tradizionali, un buon ebreo è un ebreo della comunità, dunque recluso; un cattivo ebreo è un uomo di frontiera: sul limitare, ai margini, in movimento, ma ancorato in un’identità che nega, che gli altri rifiutano di concedergli e che lo trascende. Per gli uni, Spinoza è il cattivo romanzo di un ebreo, per gli altri, il romanzo di un cattivo ebreo. Dunque, sicuramente, un romanzo ebreo”. Con questo calembour Alain Minc conclude il suo Spinoza, un romanzo ebreo ([Paris, Gallimard, 1999] Milano, Baldini & Castoldi, 2002; pagg. 223, E.14,50) che nel mio recentissimo rientro in patria ho visto sul banco di una libreria di amici e che ho sùbito acquistato e letto con gran cura – e con una pena e un’animosità via via crescenti.

Che un ebreo cominci a farsi interessante quando si colloca sul bordo del Ghetto, o addirittura ne salta la recinzione, per noi goyim è ormai pacifico, almeno dai tempi dello Zangwill. Ma, se il Minc si rivolge a lettori che conoscono l’opera dello Spinoza meglio della sua biografia, era forse il caso di chiarire quali fossero il credo e il comportamento degli ebrei ortodossi contemporanei del filosofo, e in quali termini lo Spinoza se ne discostasse; se si rivolge a lettori che del filosofo non conoscono né l’opera né la vita era forse il caso di chiarire, oltre agli eventi biografici, che cosa il filosofo abbia scritto che fa di lui uno dei massimi cattivi ebrei (con “Marx, Freud, Einstein”: pag. 10), anzi l’artefice di uno dei più alti pinnacoli del pensiero occidentale, anzi uno dei soli tre o quattro affidabili Salvatori dell’umanità. E invece queste notizie nell’opera in esame mancano, o compaiono en passant, deformate per adeguarsi ai preconcetti dell’autore.
Il Minc ha deciso a priori, interpretando arbitrariamente alcuni episodi della vita del suo personaggio, che lo Spinoza fu un uomo pusillanime: tanto “da pubblicare libri solo protetto dall’anonimato nel corso della sua vita” (pag. 8). Ora ogni spinozista dilettante sa che questo non è vero, perché il filosofo ha pubblicato col suo nome proprio la sua prima opera, “I princìpi della filosofia di Cartesio”: cosa che poi il nostro autore, contraddicendosi, ammette a pag. 9. L’accusa di pusillanimità torna, espressamente, a pagg. 135-136, addizionata di un commento: “il coraggio fisico e morale dell’uomo non è all’altezza della sua audacia intellettuale”. La circospezione con cui il filosofo diffonde tra gli amici il suo pensiero evitando frizioni e scontri col potere politico o religioso diventa, a pagg. 149-150, “prudenza viscerale”, “paura dello scontro pubblico”. A pag. 192 scopriamo che “Spinoza ha la tendenza incresciosa a darsela a gambe al primo colpo di pistola”, e che se l’Ethica non fu pubblicata lui vivente lo Spinoza avrebbe dovuto “prendersela solo […] con la propria vigliaccheria”. (In palese contraddizione con questo suo assunto il Minc fa molta letteratura – a pag. 170 – sull’episodio del cartello con la scritta Ultimi barbarorum preparato dallo Spinoza alla notizia dell’assassinio dei fratelli De Witt; coerentemente, invece, minimizza e irride – a pagg. 180-181 – il coraggioso atteggiamento dello Spinoza di fronte alla possibilità di un linciaggio da parte della plebaglia al suo ritorno da Utrecht).
Il Minc ha deciso, a priori anche in questo caso, che lo Spinoza è un ateo da Bar Sport: e fin dalla prima pagina dell’Introduzione lo troviamo identificato come “la prima mente abbastanza forte da proclamare davanti all’universo: Dio non esiste!”. A pag. 97 l’annuncio glorioso: “È l’ateismo che sta muovendo i primi passi” – come se l’ateismo dei libertini, quello contro il quale si rivolge l’ostilità ottusa delle Chiese tradizionali, rappresentasse una maggiore umanizzazione del portatore anziché, come invece è in realtà, un’involuzione spirituale, un atteggiamento bambinesco e miope. (Qui è forse necessario un chiarimento. L’ateismo ordinariamente inteso è un fenomeno peculiare delle religioni che amministrano una Divinità personale: fenomeno il quale comporta il rifiuto dell’esistenza e dell’autorità di quel Dio, la configurazione di un mondo governato dal caso, l’adozione del comportamento istintivo sgradito al Dio rinnegato. I funzionari delle Chiese osteggiano il comportamento disordinato preminentemente per la sua pericolosità sociale, non per dedizione al loro compito reale, condurre gli umani alla Santità; le gerarchie delle Chiese osteggiano l’ateismo perché la morte del Dio tradizionale annullerebbe la loro autorità di suoi rappresentanti e interpreti. Se quegli Istituti di Salvezza cominciassero ad insegnare che, ben più stringente dei puntigliosi divieti di quel piccolo Dio di provincia, è nella natura – e la ragione può scoprirla – la Legge che, osservata, produce la Beatitudine (la cosa è nota sperimentalmente), la loro presa sugli umani non sarebbe enormemente maggiore dell’odierna? E se invece di limitarsi alla conservazione dello status quo (compito globalmente scandaloso, in un mondo dove lo status quo è ingiustizia violenza sudiciume) quegli Istituti di Salvezza dichiarassero all’umanità che non c’è salvezza vera se non nel riconoscere Dio nell’Universo e nell’amarLo nel Prossimo, nel vivere la Carità in Castità e in Povertà, nel sottrarsi al prepotere di Mamonâ, nel costruire una società razionale e fraterna, e si mettessero alla testa degli umani che hanno il cuore di accettare queste proposte per condurli al Punto Omega, …?).
Il Minc ha deciso (gli autori sudici non riescono a configurare se non personaggi sudici) che il nostro filosofo fu un single radical-borghese, frequentatore di bordelli nella sua agitata giovinezza (pag. 75), incline al sadismo (pag. 117), all’omosessualità (pag. 128), all’autoerotismo (pag. 150) nella sua maturità asociale e melanconica: e tutto ciò senza alcun supporto documentario, ma solo per via di supposizioni, e applicando ad alcuni brandelli di storia una psicanalisi di princisbecco. Un interessante specimen della tecnica del Minc s’impone al lettore a pag. 75, dove si suppone che ad ispirare il paradigma della Gelosia che possiamo leggere nella Parte III dell’Ethica, Prop. 35, Chiarimento, sia stato lo scacco subìto dallo Spinoza nella sua “corte” a Clara-María van den Enden. La descrizione della condizione del geloso data dallo Spinoza non può essere – visto l’argomento – del tutto anodina; ma è pure obiettiva, e, per quanto è possibile, garbata. Eccone una traduzione omogenea con l’originale: Chi infatti immagina che la donna che egli ama s’offra a un altro non soltanto si rattristerà perché il suo proprio appetito è coartato, ma proverà avversione per l’amata essendo costretto a collegare l’immagine di lei con l’immagine degli organi erogeni (così ripugnanti negli altri) e delle escrezioni del rivale… La traduzione che dello stesso passo ci dà il Minc è un pochino diversa: l’offrirsi della fedifraga diventa, gratuitamente, prostituirsi; e siccome il Minc non sa che il latino “excrementa” vale per escrezioni di qualsiasi tipo, sono le feci del rivale ad imporsi alla sua fantasia: e ne esce una “pulsione anale”, di cui il testo originale non parla affatto, ma che serve al Minc a fiorire con un’altra stupidaggine la sua traduzione e il suo commento, che – a contraggenio – riferisco qui di seguito: “Chi, in effetti, immagina la donna che ama nell’atto di prostituirsi a un altro, non solo ne sarà rattristato dal fatto che il suo stesso appetito ne risulta contrariato, ma anche perché è obbligato a unire l’immagine della cosa amata alle parti vergognose e agli escrementi dell’altro, che gli ispira antipatia… Che fortuna per uno psicanalista agli inizi! Il sesso presentato come un appetito, la pulsione anale vissuta con acidità, in poche parole, la gelosia allo stato puro. Quando Spinoza soffre come uomo, non lo esprime con lo stile del preziosismo amoroso dell’epoca, e la filosofia non basta a mascherare la violenza sessuale e i fantasmi scatologici” – ma il traduttore non sa che cosa vuol dire scatologici, e scrive tranquillamente “i fantasmi escatologici”. (Lo psicanalista del Bar Sport colpisce ancora, duramente, a pag. 122, dove sul famoso sogno-allucinazione della lettera al Balling (Ep. XVII: Gebhardt IV, pagg. 76-77) il Minc costruisce gratuitamente un castello di tenebrose illazioni: mentre si tratta di un evento già da tempo chiarito, su queste stesse pagine, grazie a una fonte spinozana meno nota ma fondamentale: vedasi Irene Prato, Spinoza, Benedetto-Toscano, in “Ethica”, giugno 1989).
Bisogna dire che il traduttore (propriamente – me ne dolgo – la traduttrice) ha dato un considerevole contributo alla sciatteria che caratterizza l’opera in esame: validamente coadiuvata, bisogna dirlo, dal correttore delle bozze. Sceglierò solo i fiori più appariscenti: “Rijnburg” (passim) invece di “Rijnsburg”; “Paviljoengracht” (passim) invece di “Paviljoensgracht”; “Caesarius” (passim) invece di “Casearius”; “Vierkring” (passim) invece di “Kerckrinck”; “lo sabbath” (passim) invece di “lo shabbath” o di “il sabbath” (e “dei mezuzah” di pag. 13 non dovrebbe essere “delle mezuzoth”?); “Figueira” (pag. 22) invece di “Vidigueira”, città natale di Miguel (non Micaël) de Espinoza, padre di Bento; “Henry Conrad” (pagg. 58 e 158) invece di “Henricus Künraht”; “si stipulava” (pag. 66) invece di “si stabiliva”, “si decretava”; “l’epoca” (pag. 78) invece di “l’apice”; “Frigia occidentale” (pag. 79) invece di “Frisia occidentale”; “Allia” (pag. 86) invece di “Haliàh”, la “salita”, l’emigrazione in Erez Israel; “un leggìo” (pagg. 202 e 203) invece di “una scrivania”; “egli” (pag. 204 in alto) invece di “esso” (si parla non del Leibniz, ma del suo ‘interesse filosofico’ per lo Spinoza). Comune è poi l’impiego di “laddove” in luogo di “là, dove” o semplicemente di “dove”; non si sa che cosa voglia dire (pag. 66) “il divieto di affissione di un libro”, né (pag. 150) “una vita regolata come carta da musica”; a pag. 123 salta agli occhi un equivoco clamoroso sul sesso degli spettri (!); a pag. 157 troviamo Albert Burgh spinozista “recidivo” anziché “transfuga” o “apostata”; a pag. 160 Clara-María van den Enden diventa “Claudia Maria”; a pag. 177, solo una traduttrice completamente vergine di spinozismo poteva rendere con “cauto” (aggettivo) il “caute” (“Prudenza!”) del sigillo spinozano. A pag. 198 leggiamo “cosicché nel pomeriggio Spinoza potesse berne [= del vecchio gallo] il brodo, cosa che fece e mangiò anche di buon appetito”; a pag. 199, Van de Spyck non “fu rimborsato”, ma “provvide al rimborso”; a pag. 212, Gesù non “autorizza la sua missione”, ma la garantisce, vi dà autorità.
Ma alcune ondate di fantasia sono proprie esclusivamente dell’autore. P. es., le due pagine (11 e 12) sullo Spinoza-Masaniello: o l’autore non ha visto l’incisione (che si vuole copiata dal disegno-“autoritratto” dello Spinoza), o vende fumo scientemente. A pag. 103 si direbbe che per il Minc i Farisei non fossero propriamente Ebrei. A pagg. 118-119 le idee dell’autore sulla tisi (alla quale lo Spinoza era predisposto fin da bambino, ma che il Minc attribuisce al suo “temperamento ipocondriaco”) sono quanto meno singolari. A pag. 123, con riferimento alla questione degli spettri che abbiamo visto poco sopra, l’autore deve farci parte di un suo dubbio terribile: “Ci sarebbe forse, accanto allo Spinoza nevrotico, uno Spinoza onirico, che ha incubi notturni terrificanti, e che finalmente ammette il proprio appetito sessuale?”. (Forse per questo, a pag. 140, fra le cose di cui è priva la vita noiosissima dello Spinoza, il Minc elenca due volte, a distanza di una riga, “né storie d’amore”). (A me sembra che del problema sia suggerita una soluzione assai più ragionevole di quella fantasticata dal Minc, e più rispettosa dei documenti, nel recentissimo articolo di Irene Prato, Spinoza e le donne (dal quale ho tratto l’espressione ‘single radical-borghese’ impiegata poco sopra) – in “Ethica”, settembre 2000). A pag. 144, che cosa significa “(aver) comunicato informazioni a un virtuoso in Francia”? Nella stessa pagina: non esiste un’opera del Meyer intitolata Philosophia S. Scripturae; esiste la Philosophia S. Scripturae interpres, che è qualcosa di diverso.
A pagg. 145146 la disinvoltura del Minc raggiunge un’entità davvero considerevole. L’Ep. XXVI all’Oldenburg, probabilmente del maggio-giugno 1665, ha nel Gebhardt (IV, pag. 159) il testo del quale – omessene solo le prime righe di convenevoli – do qui di seguito la traduzione fedele: […] Certo io non ho mai mancato, ogni volta che ne ho avuto l’occasione, di chiedere notizie di Lei e della Sua salute al signor Serrarius e al signor Christian Huygens, il quale m’aveva detto di conoscerLa anch’egli. Dallo stesso signor Huygens ho anche saputo che l’eruditissimo signor Boyle è in vita e ha pubblicato in inglese quell’importante Trattato dei Colori: opera che il signor Huygens mi avrebbe prestato, se io conoscessi l’inglese. Sono dunque contento di apprendere da Lei che quel Trattato, insieme con l’altro concernente il freddo e i termometri (del quale ancora non sapevo nulla), è stato pubblicato anche nella traduzione latina. Il signor Huygens possiede poi il volume delle Osservazioni microscopiche, ma in inglese, se non sbaglio. Egli mi ha raccontato cose mirabili di questi  microscopi, e di certi telescopi, fabbricati in Italia, coi quali si poté osservare le “eclissi” prodotte su Giove dai suoi satelliti interposti fra il pianeta e il Sole e una certa ombra prodotta su Saturno come da un anello. Queste notizie mi inducono a meravigliarmi parecchio della precipitazione di Cartesio nell’affermare che la causa dell’immobilità dei satelliti di Saturno (egli infatti stimò che gli anelli di Saturno siano satelliti, forse perché non li osservò mai toccare il pianeta) può essere questa, che Saturno non giri sul proprio asse: cosa che s’adatta poco ai princìpi di Cartesio, mentre con gli stessi princìpi egli avrebbe potuto facilissimamente spiegare la causa degli anelli, se non avesse sofferto di pregiudizi… Ed ecco come la stessa lettera, ibridata con considerazioni del Minc, compare nell’opera in esame: “Da parte mia, ogni volta che me ne capitò l’occasione, non ho mancato di farmi dare informazioni su di voi da messer Sen [(?!)] e da Christian Huygens, signore di Zeelhem [(?)], che mi aveva detto di conoscervi anche lui. Aggiunge che ha discusso con Huygens del trattato sui colori di Boyle, di microscopi, di termometri, di lenti per telescopi eccellenti dei fratelli Campari [(recte: di Giuseppe Campani)], di osservazioni delle eclissi e di una certa ombra che pare proiettata su Saturno da un anello. Una considerazione insolita, che dimostra i limiti del sapere scientifico di Spinoza, perché a partire dal 1658 [(recte: 1656)] lo stesso Huygens aveva chiarito il mistero pubblicando un libro dall’esplicito titolo ‘Systema Saturnium’ [(del cui argomento, se non del libro stesso, lo Spinoza era in realtà al corrente, come appare dal testo autentico della lettera riferito qui sopra)]”. Con ancor maggiore disinvoltura, nella stessa pag. 146, viene poi proposto come scritto dallo Spinoza un testo che nei fatti è un collage di brani di lettere altrui, di elaborazioni di frasi sparse dello Spinoza e di integrazioni del Minc.
Forse il lettore paziente si chiede ora se è il caso di continuare questa disamina, tutto sommato deprimente e inconcludente. Potrei in effetti terminare qui le pagine che ho voluto dedicare a un libro che per gli spinozisti è sgradevole, per i non-spinozisti è inutile, per gli aspiranti spinozisti è dannoso. Ma, avendovi trovato, nella mia lettura critica, 110 occasioni di appunti (dal refuso al vaniloquio, dall’errore di data alla traduzione frettolosa, dalla miopia spirituale all’interpretazione preconcetta), voglio fornire al lettore qualche altra giustificazione del mio giudizio negativo sullo “Spinoza” del Minc. A pag. 152 le elucubrazioni dell’autore sul “metodo geometrico”, metodo che da alcune verità evidenti per se stesse trae tutte le conseguenze possibili, così in filosofia come in geometria, e che perciò potrebbe chiamarsi semplicemente “metodo razionale”, e che certo fu adottato dallo Spinoza per la possibilità che esso offriva di semplificare enormemente il compito ciclopico della descrizione di Dio e dell’Uomo e della Salvezza – le elucubrazioni dell’autore sul “metodo geometrico” sono partigiane e insensate. A pagg. 161-162 lo spinozista medio scopre con grande sorpresa una lettera in cui lo Spinoza – stando al Minc – critica il proprio Trattato teologico-politico fingendo di non esserne l’autore: ma basta una brevissima ricerca sul Gebhardt per accertare che il vero autore di quella lettera (Ep. XLII; pagg. 207-218) è L. van Velthuysen; e siccome un tale equivoco in buona fede è inconcepibile, bisogna concluderne che il Minc vuole dimostrare dei preconcetti (il carattere narcisistico e contorto dello Spinoza), e lo fa – qui clamorosamente – con tipici procedimenti da falsario. A pag. 168 apprendiamo che la biblioteca del filosofo contava “meno di un centinaio di opere”, quando è noto che ne contava 160 (o più). A pag. 170 il cartello Ultimi barbarorum diventa “un testo libellista” di cui la Storia non sa nulla. A pagg. 171-172 il Minc, ignorando evidentemente le relazioni dello Spinoza col Magalotti, non può dare ai suoi lettori la straordinaria notizia del progettato trasferimento del filosofo a Livorno…
Il volume contiene anche pagine considerevoli di scienza storica e di acume politico, gradevoli note di cronaca e abili schizzi di personaggi e ingegnose analisi di eventi meno noti: cose che ci si può, e forse ci si deve, aspettare da un “insigne politologo” e da “uno dei più importanti saggisti francesi d’oggi”, come dice del Minc il risvolto di copertina. Ma è evidente, dalle pagine che abbiamo esaminato, che fra il biografo e il suo oggetto c’è un dissenso ideale troppo profondo, c’è una troppo grande differenza di statura morale. Il ciabattino ha voluto spingersi troppo più su del sandalo di sua competenza, e il risultato è quell’inaccettabile “Spinoza”, al quale non si può augurare miglior destino di un rapido e definitivo oblio.
 

Vardhamana Ashram, luglio-agosto 2002.
 
 

Avvertenza:

Tutte le citazioni dirette e indirette dell’opera spinozana contenute nel volume qui esaminato sono state controllate sul Gebhardt, e sono risultate in genere tradotte con una libertà che sconfina spesso nel fantasioso e talvolta nel falso. Il testo italiano di Eth. III, Pp. 35, Chiarim., è tratto dal tuttora inedito “Vivere da umani – l’Ethica di B. Spinoza tradotta in lingua corrente da R. Peri, Ae.S”.  La traduzione dell’Ep. XXVI a  H. Oldenburg è dell’autore del presente articolo.


Maledetto sia tu... (Divagazioni estive, o giù di lì…)




Giorgio Boari Ortolani, dell’AeS
 

Scomunicato in vita dagli ebrei, riconosciuto quale autore del Tractatus theologico-politicus e solennemente condannato dalle Corti d’Olanda nel 1674 in quanto eretico, bestemmiatore, ateo, ecc., ecc., al povero Spinoza, per chiudere il cerchio, non mancava che la squalifica di “maledetto”… che, immancabilmente, arrivò post mortem e che fu storicamente avallata da più voci e da cattedre altisonanti. (È pur vero che, quanto a maledizioni, anche nel Cherem Baruch ne ricevette un sacco e una sporta… ma quelle erano maledizioni religiose interne alla famiglia ebraica…).
Maledetto come Giordano Bruno, come Niccolò Machiavelli… come lo sarebbe stato Galilei se non avesse abiurato le sue scoperte, già pronte per essere giustiziate insieme con l’autore; ovvero come tutti i cristiani (anche nel senso di uomini) che non la pensavano proprio come Santa Romana Chiesa.
Dunque, perseguitato in vita, delegittimato dopo morte, Spinoza fu e restò demonizzato ancora per molti anni, per troppi anni – finché il giovane Goethe non cominciò a rimettere le cose un po’ in ordine, e, in tempi meno lontani, un pensatore non-filosofo come Einstein (curatore, peraltro, della prefazione di un libro su Spinoza), con l’affermazione “Dio non gioca a dadi”, chiarì in modo perfetto il concetto spinozano che nel mondo nulla avviene per caso e a caso.
D’altra parte, come si poteva stimare un uomo così crudele che si divertiva da matto a mettere mosche in una ragnatela e rideva a crepapelle nel vederle imprigionate nei fili (quando non mangiucchiate dalla bestia)…? Anche questo è stato detto di lui da qualche buontempone che ha fatto testo! E, dulcis in fundo, come giudicare un filosofo che si schiera decisamente contro la religione e la politica, le quali, in quanto dogmatiche, non aiutano l’uomo ad emanciparsi ma, messe insieme, lo relegano nello spazio dell’infantilismo perenne?
Veniamo a noi, e, naturalmente, aggiungiamo nel minestrone un pizzico di attualità che non guasta.
In questa società ormai schiacciata da comportamenti, scelte e decisioni che poco o nulla hanno a che fare con la Repubblica, e con un concetto di cambiamento politico-sociale-culturale che è lontano anni luce dalla visione spinozana, io mi chiedo come si possa ancora vedere in Spinoza il pensatore “della trasformazione” delle cose e della nuova interpretazione di esse a seguito del famoso cambiamento.
Sic stantibus rebus, infatti, sembrerebbe che se c’è un filosofo che non ne ha azzeccata una, in termini di attuazione reale del suo sistema, è proprio lui, Baruch. Se c’è uno che è stato clamorosamente smentito dai fatti, questi è lui. La superstizione è sovrana e viene sistematicamente ingrassata da stregoni di ogni cittadinanza, l’intolleranza è ovunque, la politica è mercato, sopruso, guerra e violenza contro gli altri, l’incertezza è causa di paura che, guarda caso, in politica (ma mi limito solo) produce regimi e terrore… Le passioni, senz’altro difficili da controllare come Spinoza sa bene, governano il mondo più e meglio di prima, e la desiderata azione politica collegiale, tanto bramata dal filosofo, l’equivalente di buona convivenza, buona politica, concordia, rispetto, ecc., è stata confusa con assemblearismo e pantomima democratica. Di saggi, nemmeno parlare – a meno che vogliamo considerare saggezza la tracotanza di qualche solone sputasentenze erga omnes…
In poche parole, siamo all’anno zero: e se mai si potesse parlare di inattualità filosofica, il grande inattuale sarebbe proprio lui, Baruch.
Se aggiungiamo che un altro filosofo, ormai decisamente maledetto, anche lui, da destra e da sinistra: Carlo Marx, ha postillato e chiosato il Tractatus nello stesso tempo in cui stendeva la sua tesi su Epicuro… vediamo bene che la credibilità dell’Olandese, anche alla luce dell’undicesima tesi marxiana su Feuerbach (quella secondo la quale, se non si modifica le condizioni degli uomini e ci si richiama solo alla supremazia della coscienza, essi non vedranno mai il sole della felicità) – dicevo, la credibilità del filosofo è davvero sotto terra.
Ma il lettore dirà che Spinoza non ha colpa se Marx l’ha successivamente chiosato. È vero… ma in questi periodi di rigurgito revisionista o di revisionismo rigurgitato, fate voi, è grave colpa solo avere pensato prima di Marx cose che il “comunista” ha poi ripreso ed elaborato. Certe volte le postille sono pietre…
E così Spinoza è diventato il rivoluzionario. Se a parlarne è pure Toni Negri… allora è la catastrofe, perché del rivoluzionario qualcosa si salva sempre…
Visto che ci siamo, pur restando aperto ad altre proposte, propongo di canonizzare Baruch. Rispetto della par condicio innanzi tutto…
 
 

P.S.: Mi hanno detto che a Rijnsburg non ci sono più case in affitto.


Isole nella corrente

Giovanni Graziosi, dell’Ae.S
 

Allora? Vi siete abituati all’euro? Avete capito che vale circa duemila delle vecchie lire; che 10 euro non vuol dire più o meno 10.000 lire, ma il doppio?
Si dice, e si legge, che  la nuova moneta abbia fatto lievitare i prezzi. Ci credo e non me ne meraviglio; pur pensando che un po’ di sana astinenza dal consumo varrebbe, oltre che a risanare corpi e menti, anche a far dare una regolata ai prezzi.
Ma non è su questo che vorrei intrattenermi, bensì sull’uso smodato, nauseante, spesso fuori luogo, spessissimo fuori tema, del prefisso “euro”. È vero che lo si usava già da tempo, con riferimento, più o meno forzato, all’Europa. Abbiamo sentito e letto di tutto: chi non ama l’unione dei paesi del nostro continente è un “euroscettico”, a cui si oppone chi, viceversa, è “euroentusiasta”; avevamo già le trasmissioni in “Eurovisione”, il treno “Eurostar” e il salumificio “Europork”.
Poi è arrivata la moda e con essa lo sbracamento. Per fortuna certe parole, come “euristica” o “euritmia”,  sono così specialistiche che dovrebbero andare immuni dai travolgimenti semantici in atto.
Come che sia: se ci avessero riempito tanto le tasche di “euro-monete” quanto ce le hanno rotte con gli “euro-prefissi”, saremmo tutti talmente ricchi da non doverci preoccupare dei prezzi.

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Ricordo, peraltro con molta simpatia, un vecchio collega d’ufficio, ora defunto, che aveva fatto il liceo classico, e, poiché ci teneva a farlo sapere, non appena se ne presentava un sia pur vaga possibilità, infilava nel discorso un bel “panta rei”.  Non  gli era rimasto  molto di più  del tempo della sua giovinezza  di studente, se non il rimpianto per averla inesorabilmente perduta (“panta rei”, appunto).
Frasi del genere “come abbiamo imparato al liceo”, “come ricordiamo dai tempi della scuola”, ricorrono nelle conversazioni e nei giornali.
Sembra, e temiamo che sia vero, che per molte persone colte, o che dovrebbero esserlo, le letture, lo studio, la conoscenza, si siano fermate, congelate al tempo della scuola. E dopo? Dopo c’è stata la vita, che, come si sa, “è un’altra cosa”.
Di recente un personaggio politico di grande successo, con responsabilità istituzionali di primissimo piano, rivolgendosi a un consesso di altre personalità illustri, ha esortato a “dimenticare Manzoni”. Voleva dire – immaginiamo – che bisogna togliersi di dosso le ragnatele della vecchia cultura per correre liberi, e liberisti, verso un futuro di affari, senza impedimenti e pesi culturali.
Pensiamo che al suo invito i presenti avrebbero potuto rispondere: “Stia tranquillo, Presidente: già fatto!”

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Spero mi si voglia perdonare il frequente riferimento alla stampa, con le sue stupidaggini, la sua sciatteria, i suoi vizi, che certo condivido, magari senza volermene rendere conto.
Mi soffermo spesso sui titoli, e so bene che a volte sono goffi, ermetici, stridenti per l’orecchio, perché chi li compone deve lottare con il tempo e con lo spazio, e si rifugia nelle forme che, almeno per un po’, sono di moda.
Si sono visti e si vedono spesso (personalmente spero che il momento stia passando) titoli con “E” e il passato remoto: del tipo “E il ministro disse…”. Ci chiediamo quando lo disse, e scopriamo che lo ha detto ieri. Non si poteva scrivere “Il ministro ha detto…”? Evidentemente si è ritenuto che sarebbe stato troppo banale, di minore effetto.  Si ricorre al titolo da film  o da romanzo:  “E non ne rimase nessuno”, “E venne il giorno della vendetta”, “E le stelle stanno a guardare”.
È un vezzo che sa un po’ di fuga nell’irreale o nell’accaduto, che non può mutare ma non può nemmeno più far male; è il modo che si usava da bambini (chi sa se i bambini lo adottano ancora?) quando, prima di cominciare i giochi che oggi si chiamerebbero “di ruolo”, si stabiliva: “Facciamo che io ero *** e poi andavo a *** ”. Non ci credeva nessuno, ma si faceva sul serio. Sarà così anche per i titoli dei giornali?

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È singolare (o forse no) che in un tempo come il presente, di omologazione globale, di livellamento degli obiettivi, al di là della diversità dei mezzi per raggiungerli, si mostri di apprezzare o si inalberi con orgoglio una presunta, pensosa, diversità.
Così, abbiamo “la voce fuori del coro”, “l’intellettuale controcorrente”, “il prete scomodo”. Non voglio parlare del “trasgressivo” perché merita un capitolo a parte.
Prima di accettare supinamente, e magari apprezzare, queste definizioni, che sono spesso autocelebrazioni, si dovrebbe verificare se ci siano veramente gli opposti a cui si dice di opporsi.
C’è il coro, con le sue voci disciplinate e concordi? O non c’è piuttosto uno schiamazzo di voci stonate, per cui chi dice di starne fuori, e pure canta, non fa che produrre una stonatura in più, abbastanza ininfluente e che non incide sulla grande disarmonia dell’insieme?
Qual è la corrente, contro i cui flutti inesorabili nuota il valente e intrepido intellettuale? Non è piuttosto, quella in cui sta immerso, una torbida palude, nella quale si può navigare in tutte le direzioni con il medesimo risultato: non si va da nessuna parte?
Dove sono gli apparati inquisitori e repressivi, ecclesiastici o secolari, dov’è la comunità affamata di buone novelle, contro i quali o a favore della quale il prete ribelle possa mettere a rischio la sua comodità?
Il lettore attento potrà imputare anche a chi scrive qui una certa quota di presunzione e osservare che forse ci riteniamo, a nostra volta, un po’ speciali.
Voglio scagionarmi, rilevando che: a) non sto fuori né del coro né della cacofonia, perché non canto, non amando né conoscendo la musica in voga; b) non vado controcorrente perché non ne ho la forza, e poi mi interessa poco; c) non posso essere scomodo per nessuno perché sono troppo piccolo per dare fastidio.
Restiamo fermi sulle nostre isole, non con il timore (si può temere solo qualcosa di cui si dubiti: cfr. B. Spinoza, Ethica, parte III, proposizione 18, chiarimento 2), bensì con l’amara certezza che saranno prima o poi sommerse.
Nutriamo tuttavia un’acida speranza: che, quando esse siano ricoperte dal flusso melmoso, si trasformino in scogli aspri e taglienti per i fianchi degli squali e per le barche dei folli.



Sulla religione einstiniana

Armando Brissoni, epistemologo
e dell’Associazione Italiana degli Amici di Spinoza
 

Tra gli argomenti che imperversano su Einstein quello della religione non trova quiete. Religione e scienza; religione e fede; scienza e fede, e via discorrendo. Purtroppo si legge sull’argomento troppe notizie inesatte, che mettono in giro idee stravaganti e pericolose. Einstein diede un grande valore alla religione; ma il punto fondamentale è che la sua religione era quella spinoziana: perché lo scienziato, essendo di fede ebraica e studioso di Spinoza, non poteva dissentire dal correligionario in tutti i suoi princìpi religiosi. E per capire un poco talune cose bisogna riscontrare due fatti: il primo, che nel Tractatus theologicopoliticus Spinoza chiarisce in ogni ordine il valore della religione; e poi, che nella Lettera LXXIII ad Oldenburg egli dice a chiare lettere “…io ho di Dio e della Natura un’opinione ben diversa da quella che i Cristiani moderni sembrano professare” (1). Di qui nasce il credo fideistico-religioso einsteiniano, come attesta la sua filosofia morale (2). Questo è il punto principale.
Variati argomenti ed interpretazioni religiose su Einstein si trovano nel testo ben congegnato di Max Jammer, Einstein and Religion (Princeton University Press, 1999), nel quale si leggono giudizi, interpretazioni, stravaganze pericolose, bizzarrie (come la derivazione biblica della E = mc2), di autori che Jammer ha collazionato, giudicato e stroncato  coi princìpi severi sia di Einstein sia di Spinoza.
Ed è questa la cosa più significativa, poiché molte interpretazioni sono non solo arbitrarie bensì false. Ciò anche a causa della parzialissima conoscenza del pensiero generale einsteiniano e spinoziano da parte di moltissimi autori. Jammer tende più che altro a sostenere il credo della “religione cosmica” einsteiniana. Ma che vuol dire questa nuova equazione?
Ce lo dice lo  stesso fisico in alcuni suoi begli scritti su religione e scienza (3), ove si legge: “Ma vi è ancora un terzo stadio  della vita religiosa, sebbene assai raro nella sua più pura espressione, ed è quello della religione cosmica” (4). Questa religione non trova radici nella scienza ma nella intimità umana, come nota bene Jammer ricorrendo esplicitamente a Spinoza seppur con un giudizio diverso dal nostro, poiché il modo di pensare il mondo e l’universo non esime l’uomo dal pensare alle leggi prime, che sono quelle originarie dell’universo. Ma qui ci limitiamo solo ad un appunto (per questioni di spazio), poiché questa visione è il cuore del suo testo. Riteniamo vera la tesi einsteiniana; tuttavia per farlo dobbiamo eguagliarla a quella spinoziana del Natura naturata che si esplica nel Deus sive natura per la sola ragione che la presenza divina nella natura, o, meglio, volendo, l’identità di Dio e Natura (cfr. il concetto spinoziano di Natura espresso all’Oldenburg), è fondante. Tra le equazioni che Spinoza incluse nella sua dottrina questa ci pare la più convincente in fatto di relazione tra Dio ed il mondo, ma essa faticava ad entrare nel pensiero filosofico e scientifico. Sicché essa ha trovato le più variate interpretazioni sino a quando Einstein, in virtù della sua forte religiosità e della teoria della relatività, che non ha nulla a che fare con la teologia, ha concluso che la vera religione è quella cosmica (Kosmische Religion).
La Deus sive natura ha trovato perciò un’altra equazione spinoziana corrispondente che la risolve ancora più esplicitamente (fatto appena accennato nel bel testo di Jammer) e completata nella religione cosmica. Questa semplifica in modo assai eloquente il significato della relazione fra Spinoza, la natura e la esplicazione razionale-scientifica einsteiniana. Senza questa completezza noi avremmo un vuoto nella ricerca su questi studi (assai alti e proficui nelle società teologiche ebraiche e cristiane sia in New York sia in Gerusalemme) e sulla comprensione più esatta del significato delle definizioni spinoziane (soprattutto quelle del De intellectus emendatione). E di queste esplicazioni abbiamo una grande necessità, altrimenti piuttosto che veder chiarite le varie filosofie e scienze le vedremo sempre più attorcigliate l’una con l’altra e incapaci purtroppo di dare se non frutti sterili. Il testo di Jammer non è che la prima prova d’un lavoro sistematico  su questo tema spinoziano che noi dovremo affrontare alacremente.

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NOTE :

(1) Spinoza, B.: Epistolario. Torino, Einaudi, 1951; pag. 291.
(2) Brissoni, A.: Einstein e Spinoza, Rivista d’Europa, Roma 1986; Commento alla filosofia morale di A.E., La Critica Politica, nn. 1-2, Firenze 1991; La filosofia morale di A. Einstein, Accademia delle Scienze, Bologna 21 ottobre 1991.
(3) Einstein, A.: Idee e opinioni, a c. di A. Brissoni: Roma, 1990; pagg. 183-193.
(4) Ibid., pag. 185.


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Il Notiziario viene proposto, con assoluta parzialità, a chi crede che una società genuinamente umana non possa essere che razionale e fraterna, ed è certo (se professionista della filosofia) o sospetta (se semplicemente sano di cervello e di cuore) che l'orientamento etico di B. Spinoza costituisca una via privilegiata verso quell'obiettivo.
Ci si abbona assicurando il proprio consenso ideologico ed etico e la propria volontà di perseguire gli stessi fini dell'Aedes Spinozana: primo fra i quali educare gli umani a vivere una buona volta sotto l'imperio della ragione ("Ethica", IV, App. 9).
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Composto e riprodotto in proprio.