Anno XI (1999), n. 4 - Ottobre-Dicembre 1999
Responsabile: Dott. G. Graziosi - Autorizzazione
del Tribunale di Bologna n. 5738 del 5 maggio 1989
Notiziario trimestrale dell'Associazione
per l'Aedes Spinozana d'Italia / presso Graziosi-Prestel, vle Roma, 9 /
40139 Bologna
Bulletin trimestrel de l'Association
pour l'Aedes Spinozana d'Italie
Quaterly news of the Association for
the Italia Aedes Spinozana
Giovanni Croce, Analogie
tra J. Böhme e B. Spinoza
Paolo Zizi, Metafisica
e dialettica neoplatonica in Spinoza
Irene Prato, Balaam,
Baruch, Buridano
Saremo lieti di informare tempestivamente
i lettori dei progressi e degli esiti del lavoro che qui abbiamo così
parsimoniosamente illustrato.
Giovanni Croce, dell'Ae. S
Nel 1624 muore a quarantanove anni nella
città di Görlitz, in Germania, Jakob Böhme, fondatore
del movimento teosofico. Durante la sua vita egli esercitò il mestiere
di calzolaio ed espresse le sue idee con opere miste di accenti filosofici
e teologici. La sua cultura prettamente biblica lo portò ad approfondire
lo studio della corrente apocalittica; convinto che la religione potesse
far conoscere la verità, verso la quale fu sempre spinto, si impegnò
nel creare le fondamenta di un movimento teso ad unire gli specifici valori
cristiani con quelli filosofici. Tuttavia fu anche studioso di alchimistica
(solo qualche anno prima di morire venne a conoscenza delle opere di Pico
della Mirandola, di Riccius, di Retchlin e di altri maestri alchimisti):
al che il suo pensiero risulta essere a metà strada tra la filoso-fia
naturale ed esoterica e le espressioni del Vangelo.
Il sistema teosofico di Böhme
però non è semplice nella sua descrizione e, in linea di
massima, concepisce un Dio Tri-Uno che esiste dall’eternità, attivo
in sé ed esplicantesi nella Natura, e che include sette forme chiamate
qualità o proprietà della Natura; ciascuna di queste forme
a sua volta include vari aspetti, non ultimi quelli dell'acqua, del fuoco,
del solfo, del mercurio e così via. Accanto a ciò compaiono
la caduta degli angeli e di Adamo (e la relativa rinascita dell'uomo attraverso
la preghiera e la carità). Secondo Böhme, il bene e il male
che tutte le creature hanno in loro è fuso ad innumerevoli tentativi
di conciliare l’alchimia con tali moti dell'animo: tentativi i quali,
fra l’altro, riescono a spiegare tutta la Natura (ivi compresi il paradiso
e l’inferno); egli dà così vita ad una complessa opera
distinta in brevi e concisi paragrafi tra loro interconnessi.
Scopo di questo lavoro è presentare
alcune analogie tra questo Autore ed il filosofo Benedetto Spinoza (1632-1677).
L’opera più interessante per tentare di stabilire un parallelo tra
i due è «Dell’impronta delle cose» di Böhme (1),
confrontata con l’«Ethica» spinoziana (2).
Non sappiamo se Spinoza conoscesse
gli scritti di Böhme, anche se si-curamente un’altra opera del teosofo
tedesco – «L’aurora nascente» – fu mandata nel 1641 ad Amsterdam
da Abraham Villens von Beyerland. Anche se fosse confermato che Spinoza
abbia letto Böhme, esistono abis-sali differenze tra i due; ma la
cosa potrebbe indicare che alcuni caratteri di una certa linea di pensiero
cominciassero a prender forma nell'Europa del XVII secolo.
Terremo sempre presente che anche per
Böhme Dio è eterno, ma – contrariamente a Spinoza – la Natura
temporale del nostro mondo fisico (la «Natura naturata» spinoziana)
dopo l’ultimo Giudizio si fonderà con la Natura eterna («Natura
naturans»): è presente qui una separazione tra le due Nature
di carattere oggettivo, mentre in Spinoza tale separazione è intesa
marginalmente, poiché «naturante» e «naturata»
sono vincolate dai legami di una reciproca immanenza. Inoltre Böhme
concepisce il nulla, inteso come «Dio opposto alle creature che sono
tutte qualche cosa» (B. II,7), mentre in Spinoza il nulla è
inconcepibile, in quanto esiste solo una Sostanza.
I punti di contatto comprendono molti
argomenti: la ragione, che per entrambi è concepita come la via
più opportuna per la conoscenza (B. XIV,1), laddove l’intelligenza
ne segue in maniera diretta; l’utilita per l’io (B. XV, 14) vista come
la conseguenza della ricerca che l’io fa, mentre per Spinoza ciò
che è utile all’io è bene (Eth. IV, Def. 1); anche in Böhme
è presente una figura di alto valore umano, l’uomo nuovo, contro
il quale «la collera è impotente" (B. V, 17), così
come nel filosofo di Amsterdam il saggio non è avvicinato dalle
passioni; infine quando Böhme afferma che il mondo terreno non
è altro che «un’immagine del mondo eterno» (B. III,
41) non fa che sottolineare l’equazione (tanto cara a Spinoza) «realtà
= perfezione» (Eth. II, Def. 6), come dire che tutto il mondo è
Dio stesso. Tutto questo, non ci stancheremo di sottolinearlo, estrapolato
da un contesto biblico-alchemico che tuttavia non dà fastidio nell'opera
di Böhme, se visto nel contesto prescientifico dell’epoca.
Le relazioni tra i due non finiscono
qui, e, attraverso un’analisi più approfondita degli argomenti tra
le due opere, si può individuare una ricerca verso la beatitudine
che solo in Spinoza conclude l’iter conoscitivo dell’uomo, mentre in Böhme,
sebbene assuma gli stessi scopi, è intravista dal punto di vista
dell’avvento cristiano e della liberazione dal peccato originale: così
come nel primo la beati-tudine è la virtù che si attua attraverso
l’amore intellettuale di Dio, nel secondo essa consiste «nel suo
desiderio di Dio» (B. V, 11), nella volontà dell’io che si
annulla, si libera cioè delle relazioni causali che la sua mente
ha percepito e va oltre, si unisce alle reazioni causali dell’intelletto
(B. XIII, 31): il paradiso che racchiudono le creature «può
essere dischiuso dall’intelligenza e dall'arte e la virtù primitiva
può vincere il male ulteriore» (B. XIII, 60). Per Spinoza
non esiste però né inferno né paradiso e quest’ultimo
non è affatto visto dal filosofo come la beatitudine. È degno
di nota il ruolo della gioia in questa ricerca della virtù, nella
libertà e negli affetti: la gioia vista come la libertà stessa
(B. XIV, 30), la libertà come Dio (B. XIV, 24, 35) e l’espressione
dell’attività (B. III, 18; XIII, 2) che viene intesa come lotta
nella Natura (B. XV, 52). In Spinoza la gioia è attività,
e l’uomo più è gioioso più è attivo (Eth. III,
propp. 53, 54, 58, ecc.), anche se tutto, gioia e tristezza, amore e odio,
proviene dall’espressione dell’essenza dell’uomo, dal-la sua cupidità
(Eth. III, Def. Af. 1): anche in Böhme questi affetti provengono dall’immaginazione
e dal desiderio, essenza dell’uomo (B. VIII, 11: cfr. Eth. III, Def. Af.
Gen.; IV, prop. 9 Dim.). Gli affetti per il teosofo tedesco sono
manifestazioni dunque dell’essenza umana (B. VII, 34; VI, 2, 11) e, come
in Spinoza, il buono e il cattivo sono in egual misura possibili nell’uomo
(cfr. Eth. IV, prop. 19). A tal riguardo Böhme sembra discostarsi
ammettendo che anche il cattivo è utile e genera il buono (B. VIII,
12; IX, 52). Il problema dell’essenza è sentito da entrambi ed è
simile la definizione che essi ne danno, come qualcosa senza la quale «la
cosa non può essere» (Eth. II, Def. 2): Dio – dice Böhme
– è incluso in ogni essenza (B. IV, 9; VI, 19; XIV, 8), ed ammette
che la ragione può concepire ciò che è comune a tutte
le cose (in Spinoza si parlerebbe di nozioni comuni). La problematica della
relazione ontologica tra sostanza-Dio e modi viene ammessa da Böhme,
il quale usa però, accanto allo stesso concetto, nomi diversi, quali
angeli o cori angelici, per definire i modi infiniti (B. XIV, 21). Per
entrambi i pensatori «Dio è in se stesso e l’uomo è
in Lui» (cfr. Eth. I, Deff. 1, 3, 5; As.1) e «fuori di Lui
non v’è nulla» (cfr. Eth. I, Def. 6), in cui «principio
e fine sono eterni» (B. XV, 52). Lo stesso tempo è concepito
sia come durata sia come eternità (B. VII, 25; VIII, 3) ed
è una costante in Spinoza, così come la teoria del parallelismo
è fondamentale per l’architettura del suo sistema; Böhme
sembra alludervi con insistenza (B. IV, 1; VIII,1,2; XIII,1,2; XIV, 3).
Infine, quando Spinoza parla del cattivo e lo interpreta come «una
intossicazione, un avvelenamento, un’indigestione» (3),
ritroviamo le stesse indicazioni nell’altro (B. VI, 23; XIII, 54). Se sembra
che nel filosofo olandese la morte non sia altro che un ritorno nel Tutto-Sostanza-Dio,
nel teosofo tedesco ciò è ammesso esplicitamente (B. XIV,
5).
Ci dispiace non porre ulteriormente
in evidenza altri caratteri tra i due uomini, ma si rischierebbe
un’interpretazione errata a causa degli innumerevoli fattori esoterici
ed alchemici che Böhme include nella sua opera; comunque la certezza
che egli veda Dio con una concezione monistica si fa sempre più
marcata: all’inizio abbiamo detto che la differenza, da questo punto di
vista, era la presenza del nulla, ma all’improvviso Böhme dice «fuori
della Natura Dio è un mistero, un nulla» (B. III,2); in Spinoza
questo non avviene mai: se per il tedesco la ragione può aiutare
a conoscere Dio, il quale però può essere qualcos’altro inconoscibile
all'intelletto, per l’olandese Dio può invece essere conosciuto
dall'intelletto, magari parzialmente – ma la frase «fuori di Dio»
sarebbe, nell’opera spinoziana, completamente senza senso.
Conclusione.
Non si è voluto affatto ammettere
né che il pensiero di Böhme si avvicina a quello di Spinoza
né che questi possa aver preso spunto da Böhme per l’elaborazione
della propria filosofia: l’intento era quello di mettere in evidenza una
corrente diversa dalla concezione cristiana che vede Dio non immanente
nel mondo. Questa corrente, ci sembra, non si nota solo in Spinoza ma può
intuirsi anche in Böhme, ri-sultando in contrasto con le teorie filosofiche
in voga nel XVII secolo in Europa. Il fatto che Spinoza abbia avuto maggior
fortuna può essere determinato dal non essere cristiano ma ebreo
di origine (anche se egli conosce benissimo il Vangelo), o dal vivere in
un ambiente largamente più tolleran-te di quello tedesco protestante
(Böhme subì una continua persecuzione da parte della Chiesa
locale). Inoltre Spinoza conosce le opere di Cartesio e rimane in contatto
con i maggiori pensatori europei, dal Leibniz al Boyle, e studia Aristotele
e gli autori classici: si affaccia insomma all’a-vento della scienza dell'Illuminismo,
mentre il teosofo tedesco si orienta solo su testi mistici ed esoterici
dell’epoca. È la scienza che avvi-cina più Spinoza al nostro
modo di pensare. L’aver mostrato alcune analogie tra i due pen-satori può
comunque aiutare a meglio definire la presenza di tale corrente di opinione
e di dissenso verso la cultura religiosa imperante.
_______________________________________________
NOTE
(1) Jakob Böhme,
«Dell’impronta delle cose», ed. I Dioscuri, 1988.
(2) Useremo la
dicitura «Eth.» per indicare gli estratti dall’«Ethica»,
seguita dalla proposizione o definizione; per Böhme useremo
la sigla «B.» seguita da un numero romano per il capitolo e
da un numero arabo per il paragrafo corri-spondente.
(3) Cfr. il bellissimo
saggio, da cui è tratta questa frase, di G. Deleuze «Spinoza,
filosofia pratica», ed. A.Guerini e Associati, 1991, pag. 45.
METAFISICA
E DIALETTICA NEOPLATONICA IN SPINOZA
Paolo Zizi, dell’Associazione
Italiana degli Amici di Spinoza,
dell’Ae.S.
L’Uno in se stesso, il quale né
pensa, né di lui vi è pensiero – giacché il pensare
si ha quando molti elementi confluiscono insieme nello “Stesso” e vi è
consapevolezza di tale compiuta unità –, è assoluta Semplicità,
e in quanto tale è ineffabile, più forte di ciò che
il linguaggio chiama essente, più forte della parola, del pensiero,
della percezione. Di tale Principio-primo as-solutamente semplice non vi
è né nome, né discorso, né scienza, né
sensazione, né opinione.
Su questa linea ermeneutica Spinoza
afferma che “l’amore intellettuale della Mente verso Dio è l’amore
stesso di Dio, con cui Dio ama se stesso” (1). Dio è
amore di sé e in egual misura pensiero di sé, e per Spinoza
questo è affermare l’Uno e ridurre il tutto all’Intero: in quanto
l’Uno e la molteplicità (pluralità) sono fonte e vita dell’Intelligibile,
e in quanto ogni molteplicità partecipa in qualche modo dell’Uno
(2):
quindi bisogna che l’Uno, a sua volta, partecipi, in qualche modo, del
molteplice.
In questo concetto ovvero teorema si
determina il cammino teoretico della metafisica spinoziana. Dentro lo scritto
di Spinoza vi è qualcosa di ulteriore che si coglie attraverso la
dialettica-“logica”-ermeneutica: il Bene supremo, l’eterna beatitudine,
in una via metafisica che corrisponde all’epoptéia, passaggio dalle
tenebre alla luce; la concezione neoplatonica intorno al mondo, la ragione,
l’illuminazione, la contemplazione, la conoscenza di se stessi e di Dio,
la natura, l’essere, l’eternità, Dio, l’Uno stesso.La concordanza
oggettiva, per quanto riguarda gli aspetti essenziali, di Spinoza con il
Neoplatonismo, è un’affermazione ermeneu-tica della concordanza
interna. Il Neoplatonismo come paradigma ha per Spinoza la funzione di
comprendere la Totalità dell’essere co-me una Totalità in
sé, fondata nell'Intero (Sostanza). Cominciando da esso e riconducendo
ad esso lungo il filo dell’Intuizione, la conoscenza metafisica non è
una via infinita ma un “viaggio”, theoría, che non persegue una
meta consueta, ma una meta che non è destinata a rimanere irraggiungibile.
La filosofia rag raggiunge questa meta grazie all'anelito verso Dio (l’Uno),
quale "ultima iniziazione e contemplazione” (tà télea kaí
epoptiká) (3).
La funzione speciale dell’intuizione
metafisica come mediazione attiva, in Spinoza, diventa evidente a partire
dall'anima o Spirito nell'anima in cui è l’origine costitutiva della
hýle matematica e anche geometrica, in cui e per cui sono possibili
l’essere e l’operare matematico e geometrico. La capacità discorsiva
del pensiero (diánoia) o il pensiero puro (nóesis) nell’anima
dispongono dei concetti esistenti (lógoi) o idee delle figure geometriche.
Queste sono perciò nel pensiero dell’anima e attraverso essa senza
distanza, eterne, ma insieme condizione della propria determinazione.
L’assoluto di Spinoza è
l’Assoluto identico a Dio, è come l’Uno il fondamento
e l’inizio della dialettica interna del Sistema. Spinoza concepisce l’assoluto
come pensiero, quindi questa conoscenza del-l’assoluto è la scienza
intuitiva che implica l’Idea adeguata, ma non nella sfera del finito
o dei semplici modi infiniti: la visione dell’Uno “nell’universale concreto”,
beatitudine dell’amore intellettuale di Dio, è veramente il compimento
e il principio della dialettica spinoziana ove si compie quella “letizia
che nasce dal fatto che l’uomo considera” in Dio “se stesso e la sua potenza
di agire” (4). Questo coronamento del sapere in una “visione
beatifica” è un tratto essenziale del sistema spinoziano.
Anche all'interno degli scritti di
Spinoza si determina l’In-tero in quanto sistema come pensiero, cioè
atto della ragione, come autoconoscenza, autoaffermazione, è dir
di sì a se stesso che vede le cose come esse sono in sé e
come intero assoluto. È il richiamo al Neoplato-nismo in quanto
l’Uno è ragione assoluta, Anima del mondo, Unità ori-ginaria
pura e semplice, identità che non lascia emergere in sé nulla
di distinto, ovvero indifferenza assoluta, è il “prima del qual-cosa”
(prò toû tì) (5), da concepire come
unità priva di ogni ulteriore determinazione.
Questo assolutamente Uno, ovvero l’Uno
in quanto assoluto, è la Totalità di un universo ideale in
cui la rigo-rosa concezione dell’Assoluto implica Platone nella siste-matica
realizzazione della costituzione della Totalità: uno spinozista
deve necessariamente arrivare ai fondamenti ulti-mi e alla recezione di
Platone e del Neoplatonismo, in cui le premesse dei principi della metafisica
diventano dominanti dal
punto di vista ermeneutico-dialettico.
Tutti gli elementi del pensiero platonico
e neoplatonico sono riuniti nel concetto di Spinoza del “Deus-sive-natura
(naturans)”, ovvero Anima del mondo. Spinoza pensa l’anima del mondo o
anima universale come mediazione della libera alienazione di sé
da parte di Dio; essa è fondamento del mondo, principio primo e
metafisico che crea Unità. Questa unità è da concepire
come epoptéia, congiungimento della realtà singola, congiungimento
volto a quell’origine dalla quale la realtà fondata non è
mai totalmente separabile. Dall’opera dell’unica anima del mondo risulta
dunque la continuità dell’Uno nella sua globalità, il nesso
senza lacune con l’inizio assoluto, la perfezione, la vita e il processo
dell’universo.
Con Spinoza l’Amor è concepito
come espressione dell'anima del mondo. Esso è una forza cosmologica
che penetra tutto l’ente creato (6): che l’universo sia
uno, in pari tempo e in una volta che in esso il massimo non si distingua
dal minimo; che ciò che è opposto in esso coincida, che l’Uno
si dispieghi e che sia uno in tutto, che intelletto supremo sia ciò
che viene concepito e colui che concepisce. In questa linea spinoziana
il riferimento a Bruno e al Neoplatonismo (Plotino) è evidente.
Spinoza non aveva un concetto formale
dell’Uno-Sostanza-Dio, in quanto ogni determinazione vale in relazione
alla perfezione. Il sistema di Spinoza è un paradigma supremo, in
quanto, a differenza di come si è interpretato, il mondo non può
essere detto Dio, ma si volge a Dio, ovvero all’Uno privo di ogni categorialità,
irrelata forma fondamentale d’identità, è sempre e contemporaneamente
intero actus purissimus qua omnipotentia. L’Uno-sostanza è l’anima
del mondo, come nel Neoplatonismo, che ordina e rende intelligibile, argina
e ostacola il flusso delle cause facendo ritornare in cerchio su se stesso
l’essenza. Come il movimento circolare dell'Uno così il movimento
dell’Anima del mondo garantisce l’armonia e il nesso mediatore in cui funziona
Dio ovvero l’Assoluto.
Ogni singola cosa è una determinata
forma dell’essere, dell’assoluta Sostanza, la quale è in ogni singola
cosa, senza per questo depotenziarsi o annullarsi. Anzi, il nostro pensiero
deve essere a immagine e somiglianza dell’Assoluto che è Uno: ma
non come il corpo è uno, né come ciò che è
in un solo luogo, né come ciò che è in un mucchio,
ma è Uno-Molti, poiché Uno e Altro coincidono. E la sua alterità
lo divide e lo unifica nello stesso tempo. La sua alterità non gli
viene da fuori né è accidentale, non partecipa di altro,
ma è in se stessa i Molti. La Sostanza-Uno agisce in ogni sua attività
sempre permanendo ciò che è, poiché tutta l’alterità
sus sussiste nell’identità, e non si manifesta come per i corpi
in una completa differenza dall’altro.
Il Principio di questo allontanamento
e inversione si trova negli influssi ermeneutici della dottrina moderna
dell’Uni-Totalità che sono presenti come legami col pensiero platonico
e neoplatonico. Fondamentale la presenza di elementi neoplatonici, mediati
dal Platonismo, presenti nella metafisica di Spinoza dell’Unità
divina e naturale (7), in cui l’inizio della scienza (epistéme)
fondata e coglibile a partire dal Principio dove i teoremi che sono in
contrasto come opposti vengono inseriti in una unità, perché
i singoli elementi del sistema spinoziano vengono sviluppati l’uno dall'altro
in modo conseguente e riferiti al Principio che unifica e ultimamente fonda.
La me-tafisica spinoziana è pertanto il dispiegarsi della razionalità
dialettica immanente a ciò che esiste, nonché della intenzionalità,
ogni volta differente, del pensiero.
Questo Principio si determina in modo
dianoetico, ossia sviluppa le implicazioni di una dottrina verso la meta
e la sintetizza con altre in uno svolgimento temporale, adeguato alla sfera
dell’anima. Il metodo secondo cui procede questo pensiero che conduce all’epistéme
è la dialettica, che mostra, come sýnthesis e diaíresis,
passaggi, relazioni, analogie e differenziazioni. Essa, in Spinoza, riduce
ciò che si cerca ad un Principio e lo riconosce come il fondamento
di ciò che si è finora trovato. Così, essa giunge
all'origine di ogni esistente e di e ogni concetto stesso, all'Idea di
sostanza. La dialettica è la capacità di vedere l’Uno (l’Intero)
e la sua verità. Nel rag-giungere l’Uno, análysis e diaíresis
e sýnthesis vengono ridot-te ad esercizio preparatorio del pensiero
dell'anima, ma vengono anche presupposte come necessarie.
L’Anima, anche per Spinoza, riflette
la sfera divina in cui geometricamente riflette essere, vita e pensiero.
L’essere, la vita e il pensiero hanno in sé gli stessi rapporti
reciproci della sfera divina. Da una parte, la vita e il pensiero appaiono
come il movimento dell’essere, dall'altra essere, vita e pensiero si implicano
totalmente così che l’esistenza e l’essere sono in rapporto alla
Sostanza-Uno, in cui da una parte Dio è l’Uno e dall’altra parte
è il Tutto, per cui Dio è Uno e Solo; questo vuol dire che
in Dio, per Spinoza, l’implicazione reciproca dell’essere, del vivere e
del pensare è tale che essi sono assolutamente uno e che non c’è
in Dio alcuna alterità.
La sostanza dell’Uno è il suo
agire: essere, vivere e pensare. L’Uno-Dio vede se stesso nella misura
in cui è un puro agire. Vede le idee degli enti ovvero le Forme
che sono in se stesso, perché risultano immediatamente dall’esercizio
del suo agire. La conoscenza assoluta è le Forme e le idee degli
enti. L’assenza di parti pone l’Ente come Uno e Solo al disopra di Tutto,
cui spetta, secondo Spinoza, il modo di essere e di agire dell’Uno: egli
è trascendenza pura, non mescolata; benché egli crei l’ente
attraverso il suo Essere, permane in se stesso, è l’identità
di necessità e libertà.
Egli è necessariamente l’unico
Principio che, essendo il Bene stesso, si riversa liberamente fuori da
sé al suo perma-nere in sé, cosicché è insieme
trascendente e immanente, essen-do al di sopra di ciò che fonda;
nondimeno Tutto e fondamento di se stesso: actus sui, nel senso di una
assoluta autodeterminatez-za; egli vuole se stesso e ama se stesso. Dio
è l’identità di Pensiero e Essere, come Essere assoluto pensa
se stesso ed è cosi il proprio concetto, l’assoluto comprendere
se stesso, tuttavia nell'atto del pensare se stesso egli pensa insieme
le idee in se stesso. Pensare se stesso e le idee come se stesso significa
vedere se stesso, penetrare se stesso.
Il cerchio dell’identificazione, da
parte di Spinoza nella recezione neoplatonica, dell'Uno stesso con l’Essere
stesso, si chiude con l’intendere Dio come l’Essere stesso e insieme l’Uno
stesso, luce che vede sé, vedere che si autoillumina, un ve-dersi
trasparente che si presenta come pura luce, quale visio sui ipsius: Dio
vede in se stesso contemporaneamente Tutto. Egli non vede l’Intero come
concretamente isolato, bensì a partire da sé come il fondamento
unificante, nell'intuizione dell’Uno come Uno-Tutto.
L’Uno-Dio-Sostanza di Spinoza non diviene
finito nella materia, in esso l’alterità è sempre in rapporto
dialettico con l’identità e l'unità in quanto unità
e totalità in cui le parti hanno già da sempre trasceso se
stesse nel senso dell’alterità mediabile e non potrebbero dunque
affatto esistere come parti fisse. Questo Deus, quale anima del mondo,
unito alla tradizione platonica dell’amor quale philía, amicizia,
è l’immagine suprema dell’unità degli opposti: del cerchio
e dell’altro (8). La recezione spinoziana del Timeo
di Platone è chiara in quanto il concetto di Deus sive natura (naturans),
che si manifesta come anima del mondo, è il pensiero dell’Unità
pura.
Il miglior metodo per conoscere
l’Uno, anche per Spinoza, resta la dialettica e la teologia
negativa, di cui parlava anche Platone: in quanto occorre negare ogni affermazione
positiva che si possa fare di Dio. È ben vero che le nostre facoltà
conoscitive sono incapaci di raggiungerlo, perché ci fanno conoscere
solo la qualità e mai l’essere. Ora l’Uno, metafisicamente, è
al di là dello stesso essere. L’anima deve quindi accontentarsi
della sua ignoranza, che è la sola rappresentazione che si possa
fare dell’Uno. La lettura, dentro gli scritti di Spinoza, circa l’infinità
dell’Uno, dimostra la conoscenza del “Libro dei ventiquattro filosofi”,
secondo cui Deus est sphaera infinita, cuius centrum ubique, circumferentia
nusquam, concerne anche l’essere dell'universo che è tutto centro,
o il cui centro è per tutto.
L’istanza neoplatonica nella metafisica
di Spinoza si evidenzia anche secondo canoni parmenidei in quanto l’Uno
è tutto centro, ossia il suo centro è ovunque, la sua circonferenza
in nessun luogo, e in base alla concezione geometrica: Deus est sphaera,
origine che opera nel tutto, di modo che ogni singolo è un’unità.
L’Uno-sostanza è il padre che compie la processione (próodos)
in forma di generazione. Tuttavia è e rimane uno e indivisibile.
È un’unità che nel discendere comprende l’Intero, fonte di
tutta la conoscenza, che permane come tale in sé (moné):
così gli è infatti possibile essere il centro di un cerchio
verso il quale di nuovo ritorna (epistrophé) tutto ciò che
si è originato dalla processione.
Propria dell’Uno-Sostanza, questa processione
non equivale ad un fluire, non è vero e proprio uscire dell’Uno
da se stesso: l’Uno è dispiegato senza essere dispiegato, non supera
i propri limiti; è immutabile, non devia da se stesso, la fonte
rimane sempre fonte anche quando si dispiega. Il percorso della metafisica
di Spinoza è un percorso razionale. La meta invece è situata
ai confini della sfera razionale. È chiaro che la conoscenza filosofica
spinoziana è in grado di procurare ciò che anche la religione
cristiana promette: la salvezza. L’Uno-Sostanza crea se stesso, sceglie
se stesso, ama se stesso, è volere di sé; egli è colui
che ha voluto essere. La libertà assoluta di Dio è libertà
di poter essere se stesso, di determinare se stesso, di far essere
se stesso e di conoscere se stesso.
Lungo la via spinoziana per giungere
all’ineffabile e incomprensibile coscienza della sostanza il pensiero deve
liberarsi da qualsiasi molteplicità, e abbandonandosi alla sfera
dell’Unica sostanza compie la negazione totale, negando della sostanza
ogni nome che si radichi nella molteplicità dell’ente.
L’affermazione cerca invece sempre
di conoscere l’ente, che è sempre qualcosa di determinato e di preciso.
“L’allusione metafisica” al principio Primo, che si ricava dagli scritti
di Spinoza, porta a determinare l’intenzionalità dell'affermazione
e la possibilità della denominazione affermativa fondate sul fatto
che il Qualcosa è conoscibile. Poiché il Principio, in quanto
è la Sostanza e il Bene stesso, non è un ente né un
qualcosa, esso non è nemmeno conoscibile dal pensiero affermante,
esso sta al dilà del sapere discorsivo e affermante che pensando
afferma la verità dell’ente. Dovendo attribuire alla Sostanza una
qualche precisa qualità si potrebbe, dunque, pensarla come un qualcosa,
ma in tal modo essa non sarebbe più la Sostanza stessa e il Primo,
perché sarebbe un qualcosa che è in qualcos’altro, o contrapposto
a qualcos’altro.
Resta però il fatto che, nonostante
che il Dio-Uno-Sostanza in sé sia pensabile ed esprimibile mediante
il Dio-Uno-Sostanza in noi che concepisce in modo analogico e sovraconcettuale,
la differenza negativa che separa la Sostanza in sé da tutto il
resto non è certo tolta. Anzi, è proprio attraverso la Sostanza-Uno-Dio
in noi, attraverso la presenza di ciò che è di per sé
impensabile, inconcepibile e ineffabile, che vengono in evidenza l’indelimitabilità,
l’indisponibilità e la lontananza dell’Uno-Dio-Sostanza in sé,
del quale si può fare esperienza soltanto nel silenzio che contraddistingue
il viaggio dell’epoptéia.
Nel “viaggio” metafisico di Spinoza
la forma del sistema degli scritti spinoziani deve essere intesa come sistema
chiuso o aperto? Se è aperto deve superare lo scritto. Il rapporto
dello scritto spinoziano indirettamente con il Neoplatonismo, la filosofia
rinascimentale e l’idealismo. La posizione dei mo-derni rispetto alla teoria
spinoziana del Principio-sostanza.
Affermare che il Dio-Sostanza, preesistendo
nel pensiero, è il principio motore della sua capacità di
riflessione, non vuol dire altro che questo: esso è causa e fine
del viaggio che da sé procede, fondamento del pensiero che supera
se medesi-mo nel dirigersi verso il suo Principio. Pensata a partire dal-l’uomo,
la tensione al Principio supremo che caratterizza ogni ente non è
altro che l’amore inestinguibile della Sostanza-Dio, mediante il quale
il pensiero viene sempre più purificato, reso simile al Principio
e infine unificato ad esso con un “viaggio” pensante (epoptéia).
________________________________________________
NOTE
(1) Spinoza, Etica,
V, [pp. 22, 23 scolio 29, 30, ecc.] Prop. 36.
(2) Proclo, Elementi
di teologia (trad. it.), Lanciano 1927.
(3) Platone, Simposio,
210 A.
(4) Spinoza, Etica,
III, Def. dei sentim., 25.
(5) Plotino, Enneadi,
V, 3, 12, 50-52.
(6) W. Beierwaltes,
Identità e differenza, Vita e Pensiero, pp. 215-225.
(7) W. Cramer, Spinozas
Philosophie des Absoluten, Frankfurt 1966.
(8) Platone, Timeo
(trd. Reale), Milano, Rusconi, 1994 (IV ed.): 35A1 ss = p. 1365.
Irene Prato, C.S.R.
Sufficientemente conosciuto dagli specialisti
di filosofia medievale come uno dei più eminenti sorbonagri del
secolo XIV, il francese Giovanni Buridano (1295? - 1358?) è poi
noto lippis et tonsoribus per il famoso esempio dell'asino affamato, che,
posto ad eguale distanza da due eguali mucchi di fieno, morirà di
fame non riuscendo a decidere a quale dei due rivolgersi per primo (o dell'asino
egualmente famelico e sitibondo, che, posto ad eguale distanza da un mucchio
di fieno e da un paiolo d’acqua, morirà di fame e di sete non riuscendo
a risolvere se prima mangiare o prima bere). La storia dell’asino di Buridano
– che però negli scritti del Buridano non si trova; nel commento
del filosofo al De Caelo di Aristotele si parla in realtà di un
cane; e nel testo aristotelico, che è probabilmente la fonte originale
di questa storia, ripresa poi anche da Dante (Par. IV, 1-3), si cita genericamente
un affamato e assetato – la storia dell’asino di Buridano dovrebbe servire
a dimostrare l’impotenza della volontà, se essa non sia illuminata
dall’intelletto o mossa da sollecitazioni esterne; ma in tutta la cultura
occidentale degli ultimi sei secoli l’“Asino di Buridano” è, più
genericamente, il tipo dell’irresoluto, che perde una quantità di
vantaggi per non saper determinarsi a sceglierne uno.
Buridano e il suo giumento sono approdati
anche nell’opera dello Spinoza: nei Cogitata Metaphysica (II, 12;
Gebhardt I, 277, lin. 30-34) e nell'Ethica (II, Pp. 49, Sch.; Gebhardt
II, 133, lin. 14-17, e 135, lin. 25-29). Ma, mentre in tutti gli altri
testi letterari e scientifici che riferiscono la storia in parola il giumento
indeciso è un asino, ossia un esemplare maschio della specie asinina
(Equus asinus), nei testi spinozani esso è indubitabilmente un’asina.
Leggiamo infatti nel luogo citato dei Cogitata: Quod autem anima talem
potentiam habeat, quamvis a nullis rebus externis determinetur, commodissime
explicari potest exemplo asinae Buridani. Si enim hominem loco asinae ponamus
in tali aequilibrio positum... (lin. 30-33). (Tuttavia, non appena allontanatosi
dal Buridano, e cioè alla lin. 34, l’animale diventa maschio: ..homo,
non pro re cogitante, sed pro turpissimo asino erit habendus...). E nel
luogo citato dell'Ethica leggiamo: Si homo non operatur ex libertate voluntatis,
quid ergo fiet, si in aequilibrio sit, ut Buridani asina? Famene, et siti
peribit? Quod si concedam, viderer asinam, vel hominis statuam, non hominem
concipere… (p. 133, lin. 14-17). (Ma anche qui, non appena allontanatosi
dal Buridano, e cioè a p. 135, lin. 27 e 28, il giumento torna ad
essere un asino: Si me rogant, an talis homo non potius asinus, quam homo
sit aestimandus…). Per quale ragione lo Spinoza, unico – per quanto ne
so – fra gli utilizzatori dell’esempio, vi pone come protagonista un’asina,
e non un asino?
La supposizione che a me sembra più
plausibile (trascuro per brevità di riferire le altre) è
questa, che la singolarità dello Spinoza qui considerata abbia relazione
con i trascorsi giovanili del filosofo, diligentissimo allievo della Scuola
talmudica di Amsterdam. È ovvio che in quella scuola lo studio
della Torah fosse un impegno quotidiano (in ogni caso, stando al Lucas,
lo Spinoza preadolescente "non leggeva altro”); e una delle storie bibliche
che s’imprimono più profondamente nella mente dei ragazzi, soprattutto
se dotati di una fantasia vivace, è quella di Balaam profeta: per
l’aura di mistero che vi spira, per la verità indimostrabile ma
innegabile degli eventi in essa descritti, per il realismo dei suoi caratteri
archeologici e topografici. Leggiamo nel Libro dei Numeri come Balak, re
di Moab, timoroso dell’avanzata di Israele che guidato da Mosè dilagava
inarrestabile sulle steppe transgiordane, mandò a Balaam, profeta
e mago a quei tempi stimatissimo in tutta la Mesopotamia, per pregarlo
di accorrere e fulminare sull'invasore le più terribili delle
sue sperimentate maledizioni. (Balaam fu poi più volte citato dallo
Spinoza nel Trattato Teologico-Politico, a proposito del problema se il
dono della profezia fosse stato, o no, esclusivo dei nabi’im d’Israele).
Balaam, orientato favorevolmente (così gli pareva) da un sogno,
decise di accondiscendere. La mattina (Num. XXII, 21 ss.) Balaam
si alzò, sellò la sua asina e andò coi prìncipi
di Moab. Ma il Signore si sdegnò, perché egli andava, e l’Angelo
del Signore si pose sulla strada come ostacolo. Balaam cavalcava la sua
asina e aveva con sé due servi. Quando l’asina vide che l’Angelo
del Signore stava sulla strada, con la spada nuda in mano, deviò
per i campi; ma Balaam la percosse per farla ritornare sulla strada.
Allora l’Angelo del Signore si fermò in una strettoia fra i coltivi,
dove la strada era delimitata sui due lati da muri di maceria. E l’asina
vide l’Angelo del Signore e si strinse ad uno dei muri, premendo così
il piede di Balaam contro le pietre del muro: e Balaam la batté
di nuovo. L’Angelo del Signore andò oltre e si fermò in una
strettoia ancor più angusta, dove non c’era scampo né a destra
né a sinistra: e l’asina, visto l’Angelo del Signore, s’accasciò
sotto Balaam. E Balaam andò in collera e percosse l’asina
col bastone. Ma il Signore aperse allora la bocca all'asina, che disse
a Balaam: Che cosa ti ho fatto perché tu mi percuota tre volte?
Rispose Balaam: E anche me lo chiedi, bestiaccia dispettosa? Se avessi
una spada ti ucciderei! Disse l’asina a Balaam: Sono pure la tua asina,
che tu hai cavalcato fino ad oggi: mi sono mai comportata prima d’ora in
questo modo? Balaam ammise: No. Allora il Signore aprì gli
occhi di Balaam, ed egli vide l’Angelo del Signore che stava sulla strada
con la spada nuda in mano; e si prostrò con la faccia a terra. L’Angelo
del Signore gli disse: A torto hai percosso tre volte la tua asina: io
son qui per ostacolarti il cammino, perché il tuo viaggio è
sommamente sgradito ai miei occhi; e l’asina, che mi ha veduto, per tre
volte ha tentato di deviare: se fosse venuta avanti, a lei avrei salvato
la vita, ma, te, t’avrei ucciso. A questa rivelazione Balaam s’offre di
tornarsene a casa; l’Angelo l’esorta invece a recarsi secondo gli accordi
al campo moabita – dove poi Balaam benedice Israele anziché maledirlo,
con sconcerto grande di Balak, e addirittura si profonde in vaticini di
dominio e di prosperità: ma per noi il seguito della storia non
ha interesse.
Ciò che mi sembra interessante
è questo: che l’animale parlante è un’“asina” (’aton in ebraico:
affatto non-confondibile con hemor, “asino”; il termine ’aton ha in sé
l’idea del camminare a passettini, ed è difficile trovare una denominazione
più icastica); che l’evento miracoloso si svolge in un ambiente
singolarmente affascinante; e che l’Asina di Balaam fu registrata nella
mente dello Spinoza assai prima, e con caratteri emotivi ben più
intensi, dell’Asino di Buridano. Stando così le cose, non sarà
ammissibile che il clamoroso cambio di genere a cui è assoggettato
l’animale che troviamo nei Cogitata e nell’Etica sia stato fatto spuntare
sotto la penna dell’inconscio Spinoza dalla sua familiarità con
i testi del Patto Originario: familiarità (o piuttosto assimilazione,
simbiosi) così intima da rappresentargli ogni asino di X, automaticamente,
come un’asina? (Vediamo peraltro che quando l’animale è citato assolutamente
– ossia senza riferimento a un “proprietario” – anche per lo Spinoza esso
è -un asino, ossia un esemplare del genere tipico, che per tutti
gli animali domestici si usa da tutti i parlanti e gli scriventi quando
non sia indispensabile specificarne il sesso).
Si capisce che sono disponibile
per esaminare soluzioni del problema diverse da quella che qui ho proposto:
ma non nego che mi piacerebbe vedere accettata dall'università degli
spinozisti proprio questa mia soluzione. Che, se non ho preso un abbaglio,
arricchisce di un nuovo particolare, sia pure minimo, ciò che noi
sappiamo della così amabile umanità del nostro filosofo.
_______________________________________________
Nota:
Il testo biblico citato qui sopra è
tratto dalla traduzione di F. Nardoni (Firenze, L.E.F., 1960), che è
la migliore traduzione italiana finora esistente; alla quale ho apportato
qualche ritocco formale.
Debbo le informazioni sui termini ebraici
alla competenza e alla cortesia del prof. D. Gian Domenico Cova, dello
S.T.A.B. (Sez. Seminario Regionale), Bologna.
*
P.S. (pertinente solo in parte):
L’ipotesi di un equivoco espresso dall’inconscio
è forse confortata da questa riflessione, che ai tempi dello Spinoza
nella cultura popolare, cioè in quello che tutti sanno, speziali
e birocciai, preti e filosofi, l’espressione “Asino di Buridano” poteva
avere lo stesso valore dell’espressione “Asino di Balaam”: poteva significare
cioè in entrambi i casi un rapporto di proprietà: supposizione
tutt’altro che fantasiosa, per i secoli nei quali l’asino come cavalcatura
e come mezzo di trasporto faceva parte del paesaggio, e nei quali ogni
somaro aveva un padrone, che fatalmente veniva coinvolto nelle avventure
del suo giumento e che proprio da quelle avventure traeva talvolta rinomanza
non caduca. Non riesco ad astenermi dal corroborare questa affermazione
con un esempio, che fino a cinquant’anni or sono era notissimo nella cultura
orale della fascia pedemontana modenese ma che ora – proprio per la scomparsa
del prezioso quadrupede – sarebbe dimenticato, se il prof. Mario Roffi,
ahimé recentemente scomparso, non l’avesse trascritto e inserito
in un suo opuscolo di prossima pubblicazione (a cura del Comune di Spilamberto).
Si tratta dell’“esempio” dl’ êsen dal Tarlân, ossia dell’asino
del Tarlano: personaggio, il Tarlano, altrimenti ignoto. Dice la storia
che, passando in una certa stagione dell'anno davanti alla finestrella
che dava luce allo stalletto dell’asino in predicato, un viandante avrebbe
scorto giusto gli orecchi dell'animale; ma, passando qualche tempo dopo,
il viandante ne avrebbe scorto la testa, e poi il collo, e, col trascorrer
dei mesi, il viandante (evidentemente un pendolare) avrebbe potuto vedere,
attraverso la finestrella, il tronco stesso dell’animale, se non addirittura
le zampe: ma da un giorno all'altro avveniva che il viandante, abituato
ormai alla crescente statura dell’asino, non ne scorgesse di nuovo che
gli orecchi. Che cos’era accaduto? Semplice: il Tarlano aveva pulito la
stalla. L’imponenza di molti personaggi di questo mondo, commenta il prof.
Roffi, si basa su fattori somiglianti a quelli della statura dell’Asino
del Tarlano, e viene ricondotta alle sue giuste dimensioni quando il buon
Dio, con periodicità irregolare, si decide a fare pulizia nella
Stalla.
Il
Notiziario viene proposto, con assoluta parzialità, a chi si occupa
professionalmente di B.Spinoza e dello spinozismo e a chi, semplicemente
per propria cultura e per interesse all'equilibrato sviluppo dell'umanità,
può gradire di saperne di più.
Ci
si abbona mediante semplice richiesta accompagnata da rifusione del costo
del periodico.
Non
contiene pubblicità.
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in proprio.
Riprodotto
(solo per l'edizione cartacea) nell'Officina Grafica di Giorgio Brghigiani
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