Anno XI (1999), n. 4 - Ottobre-Dicembre 1999
Responsabile: Dott. G. Graziosi - Autorizzazione
del Tribunale di Bologna n. 5738 del 5 maggio 1989
Notiziario trimestrale dell'Associazione
per l'Aedes Spinozana d'Italia / presso Graziosi-Prestel, vle Roma, 9 /
40139 Bologna
Bulletin trimestrel de l'Association
pour l'Aedes Spinozana d'Italie
Quaterly news of the Association for
the Italia Aedes Spinozana
Ilaria Cotogni: Spinoza
e la concezione olistico-materna
Luigi Del Rosso: Spinoza
parla ai fedeli luterani
Paola Grassi: Virtus
imaginandi contra vitium imaginandi
Paolo Zizi: Alla
ricerca dell’Uno-Intero in Spinoza
Umberto Galimberti: Anche
noi tra i rifiuti del secolo
Undici anni venti
uscite
SPINOZA
E LA CONCEZIONE OLISTICO-MATERNA
Ilaria Cotogni, dell’Ae.S
Ciò che colpisce maggiormente,
qualora ci si avvicini al pensiero dello Spinoza, è lo scarto esistente
fra l'espressione scritta e il significato del relativo messaggio riposto
su più di un livello di lettura. Si potrebbe affermare che Spinoza
riveli due "qualità" complementari all'interno della propria filosofia
– quasi un'eco di junghiana memoria – quali un "animus" (maschile) e un’"anima"
(femminile) strettamente allacciate e che si ritrovano, il primo, nel "metodo"
di espressione e codificazione del pensiero stretto in un rigore geometrizzante
d'assoluta razionalità, e la seconda in ciò in cui consiste
la propria essenza, nell'afflato cosmico di una idea grandiosa, senza limiti...
In Occidente, una tale rivoluzione
così possente esigeva cautela. Spinoza stesso, nelle Lettere, accenna
più volte al suo desiderio di essere il più cauto possibile
nel comunicare le proprie idee, fino ad arrivare a scrivere allo Schuller
riguardo al Leibniz: "...Per quanto ho potuto congetturare dalle lettere
di lui [(dello Tschirnhaus)], mi è sembrato un uomo di indole liberale
e versato in ogni scienza; ma, tuttavia, penso che sarebbe inconsiderato
da parte mia l'affidargli così presto i miei scritti. Prima, vorrei
sentire il giudizio del nostro Tschirnhaus, dopo che abbia avuto con lui
una più ampia dimestichezza e abbia conosciuto più a fondo
il suo carattere" (1). Non ci si meravigli quindi se dall'incontro,
poi avvenuto fra i due filosofi, lo stesso Leibniz non abbia simpatizzato
con l'olandese, anche se in seguito – benché osteggiandolo apertamente
– abbia attinto non pochi motivi dal suo pensiero.
Spinoza stava elaborando effettivamente
una filosofia molto particolare – specialmente in quel tempo ritenuta particolarmente
perniciosa – volendo dare una base scientifica moderna al proprio pensiero
che su certe linee di forza affondava le radici nel più remoto passato
– rendendolo quindi attuale – benché trasformandolo ed arricchendolo
di motivi originalissimi (2). Nel far questo Spinoza
esegue uno "spostamento" in avanti tanto da consegnare non solo alla riflessione
filosofica, ma alla pratica giornaliera, un qualcosa di organico e ricchissimo,
marchiandone la paternità fino ai nostri giorni.
Tale pensiero, a mio avviso, proprio
a causa dei suoi motivi radicali così innovativi eppure così
antichi, rappresenta una conoscenza tanto universale che – in Occidente
–, riscoperta da pochi anni e approfondita in discipline scientifiche,
lontane quindi dalla filosofia, mette in luce la propria fondamentale verità.
Quella verità che sta nella Conoscenza stessa, la via alternativa
di salvezza, che ha per base l'archetipo dell'Unicità sostanziale
uroborica espressa nel parallelismo Mente-Materia, in cui la materia si
fa coscienza mentre la mente, nella complessificazione delle strutture,
sviluppa la consapevolezza del mondo in relazione al Sé.
La "Matrix", la Matrice (Energia?),
non viene più demonizzata, ma posta a fondamento del grande movimento
"ondulatorio" che produce il Mondo, mentre il Conatus – diremmo adesso
il desiderio, la libido – è la forza basilare che rappresenta l'essenza
degli esseri e che mantiene questo "Tutto" nella sua eterna dialettica
moto-quiete, l'eterno divenire. E' proprio questa "Forza", questo desiderio
il vero "Deus ex machina", ma presente non all'esterno bensì all'interno
dell'intera Natura e, quindi, anche della collettività umana.
La forza della "multitudo" diventa
produzione come, parallelamente, proliferante è la stessa Natura.
Non v'è più posto allora per il dolore, il peso del peccato
come crimine contro Dio, per l'inadeguatezza dell'essere umano; l'animo
si può aprire alla Gioia mentre il corpo e la mente si aprono all'amore
per Dio e quindi per tutto il Creato. Con tale sentimento di espansione,
di devozione e di compartecipazione al Tutto, l'individuo si sperimenta
veramente e profondamente come parte importante dell'Universo, una parte
che ha in sé e su di sé – nel proprio divenire – il magico
aspetto della totalità eterna. Affermazione di pensieri "olistici"
espressi in forma analitica, senza mai però perdere di vista la
sintesi.
Natura Naturans quindi, vista come
"Madre Generante" (3), la cui essenza "actuosa" è
determinata dalla "potentia" e non certo dalla "potestas" di un Dio Padre-Re
legislatore e vivente al difuori del Creato. Spinoza, con una mossa originalissima
e audace, riesce a riunire i termini della millenaria diatriba, risolvendo
quel Koan dei Koan, forse il più antico e importante. È la
valorizzazione piena di quelle caratteristiche che per secoli sono state
screditate e combattute – certamente anche per motivi politici – perché
collegate al femminile, alla “Grande Madre”, che Spinoza attua, proiettandole
nell'infinità, nell'eternità, e prepotentemente riaffermandole
ed esprimendole in forma geometrica con quel tratto tipicamente razionale,
analitico e maschile che ha il merito di proporle alla comprensione umana
– modale – affinché ne venga presa piena coscienza. Questo intenso
lavorìo, che ha permesso altresì al filosofo olandese di
poter sviluppare concetti rivoluzionari e importantissimi, è stato
portato avanti con circospezione ed in maniera strana e particolare, oserei
dire con un fare da “filosofo greco”. Nell'epoca in cui Spinoza visse era
impensabile e pericoloso affermare certe verità, mettere in luce
valori da secoli combattuti e ricacciati nell'ombra.
Ma Spinoza era un Marrano. Proprio
il fenomeno comportamentale del marranismo – sviluppato durante anni di
persecuzioni – aveva permesso ai suoi avi di sopravvivere mantenendo viva
anche la loro professione di fede e, al contempo, professando esternamente
il cristianesimo, del quale avevano ritenuto non poche idee. Per i marrani
la ricerca della salvezza era più che mai pressante: ma si trattava
di una salvezza non cercata solamente post mortem, bensì durante
la vita, ed era l'affrancamento dalla schiavitù intellettuale e
morale in cui erano costretti. A tal proposito e riguardo alla figura di
Spinoza è illuminante ciò che afferma Y.Yovel: "Spinoza ebbe
una grande padronanza del linguaggio doppio e dell’ambiguità.
Egli parlava ad ascoltatori differenti in modi diversi, usando per la stessa
massima o frase un senso mutevole, mascherando la sua vera intenzione ad
alcuni e mettendola in chiaro al tempo stesso ad altri. Egli poteva trasmettere
un messaggio nascosto a chiunque egli ritenesse capace di afferrarlo usando
una frase il cui senso letterale era l'opposto, fuorviando così
il lettore ingenuo" (4).
Questa tendenza al déguisement
ed alla cautela nell'esprimersi era senza dubbio un'abitudine caratteriale
oltre che una riservatezza acquisita come mezzo di difesa contro gli attacchi
causati dalle proprie idee – rivelata anche nel motto "Caute" inciso sul
proprio anello, oltre che nella circospezione usata perfino con le persone
più prossime e coi numerosi corrispondenti. Quindi Spinoza era cauto
nell'esternare completamente il proprio pensiero più intimo persino
all'interno del proprio circolo. Al contempo però, come un Socrate,
egli si rivolgeva ai giovani che lo formavano proponendo le proprie
idee e, con vera arte maieutica, li ascoltava valutando e facendo sgorgare
idee da questo procedimento multiplo. Tale processo si potrebbe definire
praticamente una valorizzazione – da parte del filosofo – del molteplice
come produzione-proliferazione di consapevolezza. (Se più
uomini concordano fra loro, maggiore è la loro potenza...).
Mentre lavorava ai "Principia" maturava
e organizzava le proprie convinzioni filosofiche, fondamentalmente in contrasto
con lo stesso Descartes. Questo suo marranismo "di ragione", questa ricerca
di un'alternativa via di salvezza, questo fondere il meccanicismo moderno
e l'ampia tradizione vitalistica rinascimentale – conducendola alle estreme
conseguenze –, la stessa ricerca, come già affermato, quasi "taoista"
nella conciliazione dei dualismi, sono i sintomi di una consapevolezza
forse non del tutto conscia del ricupero e dell'ulteriore sviluppo a livello
"moderno" del più profondo valore legato – come direbbe il Goethe
– al "femminino", e di un’apertura, spinta e possibilità, attraverso
questa via, alle concezioni più avanzate sia in fisica sia nella
visione del mondo che ad essa si collega.
Infatti negli ultimi anni si sono visti
confluire insieme molti motivi inerenti alle due discipline, stimolate
entrambe dalle riflessioni intorno alla teoria della Relatività
e, forse maggiormente, dallo sviluppo della Meccanica Quantistica.
Per tornare a Spinoza, il suo "marranismo"
di fondo non significa certo mancanza di sincerità – visto che la
coerenza fra il pensiero e l'esperienza di vita del filosofo si è
dimostrata esemplare – bensì bisogno ed anche capacità di
vivere su diversi piani di esistenza contemporaneamente, al fine di non
perdere il contatto con le diverse sfaccettature della realtà. Yovel
scrive ancora: "Spino-za arrivò a dissimulare la sua nuova verità
a molti suoi seguaci. Né Giudeo né Cristiano, combattendo
inutilmente la propria notorietà come ateo, chiamato da tutti "Giudeo",
egli non trovò intorno né la libertà necessaria per
condurre una vita senza dissimulazione, né il sodalizio intellettuale
di chi avrebbe potuto scandagliare la profondità o condividere l'intensità
della sua mistica e incondizionata fede nella ragione: questa nuova via
alternativa di salvezza, la quale non si basa né sul Cristo
né sulla legge di Mosè, ma sul Terzo Grado della Conoscenza"
(5).
Ogni raggiungimento o svolta nel pensiero
del filosofo è sempre stata estremamente carica di contenuto "rivoluzionario",
ma questa passione bouleversante – nel senso di sforzo affermativo-cognitivo
– è espressa nel modo più pacato, misurato possibile, e,
come dicevamo, geometricamente esplicitata con matematica ricerca di chiarezza.
Da notare l'interpretazione notevolmente interessante che C. Deleuze propone
nel suo studio dell'Ethica; egli scrive nell'appendice del volume: "Ci
sono dunque come due Etiche coesistenti, l'una costituita dalla linea o
dal flusso continuo delle proposizioni, dimostrazioni e corollari, l'altra,
discontinua, costituita dalla linea interrotta o dalla catena vulcanica
degli scolii. L'una, con rigore implacabile, rappresenta una sorta di terrorismo
della testa, progredisce da una proposizione all'altra senza preoccuparsi
delle conseguenze pratiche, elabora le sue "regole" senza preoccuparsi
di identificare il "caso". L'altra raccoglie l'indignazione e la gioia
del cuore, manifesta la gioia pratica e la lotta pratica contro la tristezza
e si esprime dicendo "è il caso". In questo senso l' Ethica è
un libro doppio, e sarebbe interessante leggere, sotto la prima, la seconda
Ethica, saltando da uno scolio all'altro" (6). Ecco qui
messe in rilievo altre due chiavi di lettura complementari.
Come afferma A. Negri: "L'Ethica spinoziana
è una Bibbia moderna i cui vari strati teorici descrivono una vicenda
di liberazione" (7). Liberazione anche da ogni formalismo...
"L'orizzonte spinoziano non conosce ipotesi di vuoto, di possibilità
astratta, di formalismo; è filosofia del pieno, della stabilità
materiale dell'assunto, della determinatezza, della passione" (8).
Ancora una volta viene rilevata la “pienezza del generato” espressa nelle
forme astratte del Noûs maschile. L'Essenza della Sostanza è
un'illimitata potenza dinamica, matrice universale in continua vibrazione
e realtà manifestata che si autoproduce; infatti "La Potenza di
Dio è la sua stessa Essenza" (9). Dimostrazione:
"Infatti dalla sola necessità dell'essenza di Dio segue che Dio
è causa di Sé [...] e [...] di tutte le cose. Dunque la potenza
di Dio, per la quale egli stesso e tutte le cose sono e agiscono, è
la stessa sua essenza" (10). E ancora: "La potenza di
Dio non è null'altro che la sua essenza attuosa" (11).
Qui Spinoza afferma recisamente che è opportuno “[guardarsi] accuratamente
dal confondere la potenza di Dio con la potenza (umana) dei Re, o col loro
diritto” (12).
“Potentia” quindi come stessa
Essenza che produce "infinite cose in infiniti modi" generandole continuamente,
poiché questa è la profonda natura dinamica della Sostanza.
Dio, ancora una volta, non è un monarca, ma una Matrice Universale
che agisce all'interno del mondo; "la costituzione della realtà
singolare è determinata dall'insistenza nella produzione divina
[...]. Dio è il mondo che si costituisce [...]. Dio vive la singolarità.
Il modo è il mondo ed è Dio" (13). E
ancora: "Il reale è il prodotto della spontaneità dell'infinita
totalità. Alla spontaneità dell'esistenza corrisponde la
spontaneità della produzione" (14).
La visione che Spinoza ha della Realtà
sembra fortemente riecheggiare, ai nostri tempi, nella teoria del Modello
Olografico, sviluppatasi essenzialmente nell'ambito dello studio della
Fisica (come già accennato sopra) a seguito della Teoria della Relatività
(e Spinoza era già un relativista...) e della Meccanica Quantistica,
ad opera di David Bohm e Karl Pribram .Questo modello interpretativo è
ricco di considerazioni filosofiche. Bohm, già nel 1952, ipotizzò
l'esistenza di un “potenziale subquantistico” al disotto della Soglia dei
Quanti, ultima frontiera ammessa da Niels Bohr; un potenziale che pervade
l'intero spazio come la gravità, ma che non diminuisce i suoi effetti
con la distanza. Michael Talbot, scrivendo di David Bohm, afferma: "Egli
presuppose inoltre che esistesse una realtà più profonda
sotto il muro inviolabile di Bohr, un livello subquantistico ancora in
attesa di essere scoperto dalla Scienza [...]; semplicemente proponendo
l'esistenza di un nuovo genere di campo a questo livello subquantistico
egli poteva spiegare le scoperte della fisica quantistica con la stessa
efficacia di Bohr (15).
A questo punto sembra proprio prender
forma quel volto elusivo ma al tempo stesso onnipresente e riconoscibile
della Sostanza, misteriosamente celato e prepotentemente manifesto.
Bohm chiama questo potenziale subquantistico
– questa "Actuosa Essentia" – Ordine Implicito, per distinguerlo dall'Ordine
Esplicito che rappresenta le singolarità del mondo. A. Negri tocca
questo aspetto scrivendo: "Il dualismo di tale concezione diviene ormai
evidente: da un lato troviamo una regola universale che si applica alla
totalità ed esclude da sé ogni particolarità del reale,
dall'altro una "Cosa di tutte le Cose" che porta e conserva in sé
l'infinita pienezza di tutte le proprietà" (16).
Ma questo, a mio parere, non è affatto la crisi e il limite del
pensiero di Spinoza, come afferma il Negri, bensì l'intuizione più
profonda e moderna che – sopravvissuta fino ad ora – sta raggiungendo la
sua piena importanza grazie alla recente crisi del paradigma cartesiano
della scienza. Il declinare della concezione analitica di Descartes fa
sì che risorga la concezione olistica di Spinoza. Questo dispiegarsi
dei fenomeni naturali, il prodursi di tutte le cose nei più
svariati modi è un'esplicitazione momentanea di quell'Ordine Sotteso
che una mente "finita" – quella umana, in quanto l'individuo è un
modo – deve necessariamente suddividere in oggetti singoli, in organismi,
in processi etc., da classificarsi poi come "Tutto" per poter estrapolare
delle leggi immutabili che regolino il perché e il farsi del mondo.
Evidentemente la ricerca della conoscenza
è la via seguita da chi è sorretto dal desiderio verso quell'Ordine
Implicito che si trova alla base di tutto e lo compenetra riflettendovisi
interamente. Come in un Ologramma ogni più piccolo frammento riporta
l'informazione dell'intero, così anche le singole individualità
del mondo sono dei veri Microcosmi che riflettono in sé, perfino
nei processi fisiologici, l'intero Ordine (17). Si
tenga presente ciò che afferma Spinoza della mente umana quale infinitesima
parte della Mente di Dio, ma che, proprio poiché è parte
di quest'ultima, ne possiede le caratteristiche, compresa quella spinta
produttiva – il Conatus – oltre alla possibilità di formare idee
vere anche se parziali della stessa Sostanza, prova ulteriore della sua
esistenza necessaria.
Sostanza è quel flusso indivisibile
non-locale, che produce eternamente idee, insieme formato dalle idee
del tutto. Nei singoli individui è presente l'idea completa dell'Ordine
Implicito della Sostanza ed ognuno la esprime secondo la propria
natura, poiché – parafrasando lo Spinoza – a Dio non
manca certo il
materiale per esprimersi su tutti i
livelli di perfezione della Realtà...
Bohm insiste sull'importanza di un
altro motivo caro allo Spinoza, al quale molti critici hanno negato valore
giudicandolo un residuo rinascimentale che non si accordava con la visione
meccanicistico-cartesiana, ovvero l'idea di "Vitalismo Universale". Per
lo scienziato, come per il filosofo, ogni essere possiede vita e un certo
grado di "intelligenza" e consapevolezza. Spinoza scriverà: "Ne
segue che gli affetti degli animali che si dicono irrazionali (infatti,
dopo aver conosciuto l'origine della mente, non possiamo minimamente dubitare
che i bruti sentano) differiscono dagli affetti degli uomini soltanto quanto
la loro natura differisce dalla natura umana" (18).
E ancora: "...concepiremo facilmente che tutta la natura è un unico
Individuo le cui parti, cioè tutti i corpi, variano in infiniti
modi senza alcun mutamento dell'Individuo totale" (19).
Bohm affermerà :"La coscienza
è presente nelle diverse gradazioni del celarsi e svelarsi in tutta
la materia, e questa forse è la ragione per cui i plasmi possiedono
alcune delle caratteristiche degli esseri viventi..." (20).
Coscienza totale quindi e consapevolezza
universale, concetti che affiancano quello di "vitalismo" così osteggiato
fino ad ora, ma che finalmente nelle branche più audaci della Scienza
odierna si sta facendo strada, lentamente sì, ma prepotentemente.
Infatti, in natura, attraverso gli eventi, si viene a produrre informazione,
la quale si accumula negli organismi via via più complessi, generando
sempre una maggiore complessità e, di conseguenza, una maggiore
consapevolezza. Tutto ciò è sbalorditivo se si pensa, ad
es., come da un semplice evento fisio-chimico si può sviluppare
un "treno" di coscienza, “come un flusso di energia non intenzionale possa
trasportare vita e coscienza nel mondo” (21).
Questa interpretazione degli eventi
ci riporta ancora una volta all'idea della Grande Produttrice, a Maya,
colei che dà origine al mondo fenomenico considerato da certe filosofie
orientali pura illusione sensoriale. In effetti, illusione non vuol dire
irrealtà, ma consiste soltanto nel considerare le "cose" effettivamente
separate. "[Bohm] ritiene che considerare l'Universo composto di ‘parti’
è altrettanto assurdo quanto considerare i diversi getti di una
fontana separati dall'acqua dalla quale provengono" (22).
Spinoza affermerà: "La materia
è ovunque la stessa, e [...] in essa non si distinguono parti, se
non in quanto la materia [è] affetta in modo diverso; per cui le
sue parti si distinguono soltanto modalmente e non realmente. Per esempio,
noi concepiamo che l'acqua, in quanto acqua, è divisibile, e le
sue parti sono separate le une dalle altre; ma non in quanto essa è
sostanza corporea: in tanto, infatti, essa non si separa, né si
divide. Inoltre l'acqua, in quanto acqua, si genera e si corrompe;
ma, in quanto sostanza, non si genera
né si corrompe" (23).
Come giustamente si può rilevare,
nello Spinoza non esiste una trascendenza in senso religioso né
un emanatismo in senso platonico – come degradazione dell'essere –, né
un "acosmismo" in senso hegeliano; nonostante che l'Ordine Implicito stia
alla base di tutto come un'interna "matrice" (da Mater...), nella propria
esplicitazione, il mondo esiste davvero e l'elettrone – elemento chiave
dei processi chimici e fisici – è un treno d'onda che trasporta
informazione, quindi prelude alla coscienza, influenzato nelle sue "scelte"
dal contesto generale.
Talbot afferma: "La Scienza classica
aveva sempre considerato lo stato di un sistema nel suo insieme semplicemente
come il risultato dell'interazione delle sue parti. Tuttavia il potenziale
quantistico capovolgeva questo punto di vista e indicava che il comportamento
delle parti era effettivamente organizzato dall'insieme [...]. Le particelle
subatomiche non sono "cose" indipendenti, ma parti di un sistema indivisibile
[...]. L’Interezza era in un certo senso la realtà più fondamentale"
(24); e ancora, riguardo agli studi sugli elettroni
nel Plasma, Talbot scrive: "Egli [Bohm] spiegava inoltre la causa per cui
gli elettroni del plasma [...] potevano comportarsi come insiemi interconnessi
[...]. Simili elettroni non sono dispersi poiché, attraverso l'azione
del potenziale quantistico, l'intero sistema è sottoposto ad un
movimento coordinato più simile a quello di un balletto che a quello
di una folla di persone non organizzate [...]. Questa interezza quantica
di attività è più vicina all'unità organizzata
del funzionamento delle parti di un essere vivente di quanto non lo sia
al tipo di unità ottenuta dall'assemblaggio delle parti di una macchina"
(25). L'Ordine Implicito si autolimita per autoriconoscersi;
Spinoza affermerà: "Ogni determinazione è negazione" (26);
negazione al Totale che, osservando attentamente, è pur riflesso
in ogni suo frammento. La somiglianza di tutte le cose con l'Essenza dagli
infiniti volti è quindi "autosomiglianza". L'omotetia interna di
ogni singola cosa con se stessa a qualsiasi livello risiede nell'Ordine
interno agli stessi processi del divenire. "Dunque la Totalità si
dà nella forma della completa circolarità delle sue componenti
sostanziali: sono le stesse figure quelle che ricompaiono ad ogni livello
dell'essere, dalla semplice cosa alla Divinità" (27).
Nonostante che le leggi di natura siano deterministiche – almeno nella
loro manifestazione esteriore – le cose del mondo fluiscono incessantemente,
sono in continua evoluzione, e la straordinaria prolificità della
Natura si rifà ad una instabilità interna che opera effettivamente
attraverso la combinazione di poche leggi di base. L'Omotetia interna di
tutta la Natura, qualità che si ritrova in ogni suo aspetto e ad
ogni scala, e la reiterazione dei processi a cui questa
è collegata, sono responsabili della infinita complessità
che le è propria.
Queste realtà hanno trovato
la loro chiara ed energica espressione in termini matematici e visivi nella
“geometria frattale” ed in ispecial modo nella figura forse più
nota e particolarmente suggestiva chiamata “Insieme di Mandelbrot”. Ciò
che rende questo insieme ancor più importante di altri per
la sua analogia con la realtà è il fatto che con esso e nelle
immediate vicinanze si originano infiniti altri insiemi molto più
piccoli, ma simili, come una miriade di isole sparse in un atollo. Isole
come frammenti, ognuno con le caratteristiche del più vasto intero
ed ognuno collegato agli altri attraverso una fitta rete d'interconnessioni
evidenziabile a scale ancora minori. J. Gleick descrive tale insieme in
questi termini: "L'Insieme di Mandelbrot è l'oggetto più
complesso esistente in matematica, amano dire i suoi ammiratori [di Mandelbrot].
Un'eternità non sarebbe sufficiente per vederlo tutto: i suoi dischi
tempestati di spine aguzze, le sue spirali e i filamenti avvolti verso
l'esterno e all'intorno, che portano molecole bulbose infinitamente variegate
sospese come acini alla vigna personale di Dio [...]; l'insieme di Mandelbrot
sembra più frattale dei frattali, così ricca è la
sua complicazione da una scala all'altra [...]. Ma c'è un paradosso:
la trasmissione di una descrizione completa dell'insieme [...] richiede
solo alcune decine di caratteri in codice" (28).
Quindi una mega-figura frattale di
una profondità e una complessità infinite, prodotta dalle
interconnessioni fra le sue parti che presentano una autosomiglianza a
tutte le scale portando ognuna le informazioni dell'intero, tutte simili
ma nessuna uguale all'altra. Questo "monstrum" matematico-geometrico, dai
confini frastagliati che si approfondiscono infinitamente in innumerevoli
figure ridondanti, può essere veramente considerato una filosofica
pregnante analogia delle leggi con cui la Natura (Natura Naturans e Natura
Naturata) dà adito alla realtà. Pregnanza filosofica di corrispondenza
che si esprimerà in ogni aspetto dell'Essere, quindi anche a livello
di coscienza.
“In un universo in cui tutto è
infinitamente interconnesso” – ci dice Bohm – “anche tutte le coscienze
sono interconnesse. Malgrado le apparenze, siamo esseri senza confini”.
“In profondità la coscienza del genere umano è una sola”
(29). L'inconscio collettivo diverrebbe allora – in
modo ancor più tangibile – quel fondale che unisce invisibilmente
tutte le isole affioranti di coscienza.
Come si esprime Marco Messeri: "Il
pensiero nella sua infinitezza registra correttamente tanto i fatti transitori
quanto quelli eterni [...]. Quella di Spinoza è una filosofia senza
soggetto [n.d.a.: poiché il soggetto è il Tutto] [...]. Essa
non analizza il fatto della conoscenza come un'operazione messa in atto
su di una realtà di per sé passiva da un agente esterno e
indipendente, ma come l'autoespressione, tutta interna alla natura,
delle cose l'una nell'altra. Tutti i corpi hanno una mente [...].
Ogni regione della natura esprime a suo modo la Totalità"
(30).
Quindi il pensiero si trova in tutto
e le idee appartengono ad ogni mente, anche se non tutte le menti sono
atte a pensare le stesse cose. Il pensiero è ontologico rispetto
alla mente che pensa, quindi, in effetti, tutte le menti si somigliano
nei pensieri. Dal serbatoio del pensiero via via vengono in luce le consapevolezze
della mente cosciente ("il sensore del pensiero infinito, fedele anche
se parziale"). La consapevolezza non è pensiero come coscienza,
ma intuizione delle verità, non confinate in un mondo interiore,
ma percepite affioranti sul momento del contatto con le idee comuni e quindi
con le "leggi" che sono in ogni mente. Inoltre, in tale modello non trova
più posto l'idea che rende l'inconscio solamente il deposito di
tutte le scorie e le esperienze psicologicamente negative affrontate dall'essere
umano; l’inconscio non è più considerato esclusivamente la
parte primitiva e violenta della personalità, un serbatoio dei traumi
e delle pulsioni, ma un modo di accedere alla realtà più
completa.
Tale è la visione di Gregory
Bateson, che afferma: "...questo sconvolgerebbe il tradizionale punto di
vista psicoanalitico rispetto (ad es.) ai sogni, poiché invece di
essere il contesto dei sogni, qualcosa che ascende alla coscienza da un
substrato primitivo della personalità, sarebbe vero proprio l'opposto"
(31).
L'idea dell'interdipendenza della parte
col tutto e dell'autosomiglianza in natura è espressa magnificamente
da Spinoza – a parer mio – nel concetto metafisico della conoscenza di
Dio. Un concetto che, alla luce del modello olografico e della teoria del
Caos, diventa di un'affascinante semplicità. In quanto pur con menti
finite possiamo capire nondimeno Dio; le nostre menti sono "parti", "idee"
dell'infinita Idea della Sostanza. La mente del Modo fa parte della Grande
Mente come una parte dell'Ologramma porta in sé tutta l'informazione
dell'insieme. Considerando lo stesso concetto dal punto di vista opposto
si potrebbe anche dire che sono le menti finite, tutte simili fra loro
benché non uguali, che, unite – come i piccoli insiemi di Mandelbrot
–, "formano" l'infinita Mente della Sostanza. Quindi, di nuovo, omotetia
fra l'Idea che Dio ha e l'idea del Modo, fra l'idea dell'idea dell'idea
e via di seguito, così all'infinito...
Inoltre: "L'ordine e la connessione
delle idee è lo stesso che l'ordine e la connessione delle cose"
(32), venendosi così ad affermare un'altra
interconnessione, quella fra la Mente e il Corpo che, a causa del Parallelismo,
seguono negli eventi la stessa dinamica, poiché “...la sostanza
pensante e le sostanza estesa sono una sola e identica Sostanza che è
compresa ora sotto questo ora sotto quell'attributo” (33).
Bohm si esprime in tal modo: "Questo
legame è indivisibile, nel senso che
l'informazione contenuta nel pensiero,
che percepiamo essere nel lato ‘mentale’, è al tempo stesso un'attività
neurofisiologica, chimica e fisica, che è chiaramente ciò
che questo pensiero pone nel lato materiale" (34).
Lo stimolo che fa reagire il corpo ha contemporaneamente azione a livello
mentale, e viceversa. Secondo Spinoza non vi è connessione causale
fra mente e corpo e quindi non vi è un prima e un dopo, bensì
una compartecipazione attiva di entrambi. La conseguenza di tale parallelismo
psico-fisico è espressa nel concetto moderno della non-località
generale, cosicché la Mente non si trova localizzata solo nel cervello,
ma anche nel campo... Il collegamento della parte col tutto, la propria
partecipazione attiva nel crearlo venendo creata a sua volta, non può
avere come necessario corollario se non la Visione della Vita sub specie
aeternitatis, visione grandiosa – olistica – della Realtà, che non
può sfociare altro che, come già affermato, nella Gioia più
assoluta, nella ricerca della Beatitudine nel mondo e non in una ipotetica
condizione post mortem. Sri Aurobindo scriverà: "...è la
nostra inclinazione alla frammentazione che ci impedisce di sperimentare
l'intensità della coscienza, la gaiezza, l'amore, la gioia per l'esistenza…"
(35). La Beatitudine e la Gioia, l'Acquiescientia Animi
saranno prodotte proprio dal "capire" il mondo, attraverso quella Via della
Conoscenza che rende compartecipe la mente finita con l'infinito flusso
della Coscienza Universale. Così l'essere umano sarà "Causa
adeguata" e possiederà la vera libertà. "Con i nostri pensieri
creiamo il mondo" afferma il Buddha (36), in quanto
“non possiamo domandare se la parte sta creando l'intero, o se l'intero
sta creando la parte”, dice Bohm, “poiché la parte è
l'intero (in un universo olografico)” (37). Spinoza,
nell' Ethica, affermerà: "L'Amore Intellettuale della Mente verso
Dio è lo stesso Amore di Dio con il quale Dio ama se stesso, non
in quanto è infinito, ma in quanto può essere spiegato per
mezzo dell'essenza della Mente umana, consi- derata sotto una specie d'eternità;
cioè l'Amore Intellettuale della Mente verso Dio è parte
dell'Amore infinito con il quale Dio ama se stesso" (38).
Questo Amore intellettuale si nutre
di conoscenza, è il fuoco interiore che spinge l'essere umano verso
il mare aperto, verso l'ignoto, ed è un atteggiamento religioso
che trova la sua forza nella Potenza, nell'Eros, nel Dèmone socratico
oppure nella Kundalini o nella Libido... Quella forza, quella Cupiditas,
che si articola e diventa operante nella produttività quale vediamo
in Natura come affermazione della Vita, è l'essenza degli Esseri,
la forza di perseverare nel proprio essere, parte della potenza infinita
della Sostanza. Spinoza è il filosofo dell'affermazione e
il suo sguardo è rivolto verso il molteplice, la “multitudo”, e,
a mio avviso, non solo nel senso di Massa di Umani, bensì anco-
ra una volta di Massa di individui
interconnessi che costituiscono la stessa Natura.
Spinoza scriverà nel Trattato
sull'Emendazione dell'Intelletto: “Questo dunque è il fine al quale
tendo: acquistare una tale natura [(la conoscenza dell'unione che ha la
mente con tutta la natura)] e cercare che molti la acquistino insieme con
me; cioè fa parte della mia felicità anche l'adoprarmi perché
molti altri pensino come me ed il loro intelletto e i loro desideri si
accordino perfettamente col mio intelletto e coi miei desideri" (39).
E ancora nel Breve Trattato: "Questo accade quando, per la mia unione con
Dio, produco in me vere idee, e le comunico al mio prossimo, onde questo
con me partecipa egualmente alla salvezza, poiché un uguale desiderio
nasce in lui come in me, e la sua volontà e la mia sono una sola
e stessa volontà; e noi così non costituiamo più che
una sola natura che si accorda in tutte le cose" (v. la nota 23 del B.
T. a cura di G. Semerari) (40).
Il momento in cui il Modus "vede" se
stesso come individuo, diventa consapevole di essere Coscienza, è
il momento in cui l'Ordine Implicito si rivela nella Mente dell'Essere
come Ordine Esplicito. "Per Sostanza intendo ciò che è in
Sé e per Sé si concepisce, ossia il cui concetto non implica
il concetto di altra cosa. La medesima cosa intendo per attributo, con
la sola differenza che attributo si chiama rispetto all'Intelletto che
attribuisce alla Sostanza una tale certa natura" (41).
Il Negri osserva con ragione: "Quest'impercettibile
ma fondamentale differenza, che – nel rapporto fra spontaneità e
organizzazione – i contemporanei chiamano coscienza: questo è l'Attributo"
(42).
Questo momento: la conquista della
consapevolezza dell'essere come individuo, il "punto di consolidamento
soggettivo" (43) non è caduta, non è
disperazione, ma è gioia di sentirsi essere, di sentirsi pensare
e vivere, ed è proprio a questo punto, paradossalmente, che diventa
importante il valore della Moltitudine, perché solo attraverso di
essa e con essa si può accedere ad una visione sub specie aeternitatis.
Il pensiero e quindi la coscienza non sono un "fatto privato", come sosteneva
Cartesio, ma devono riconoscere spinozianamente la molteplicità
della Potenza dell'Ente. Solo così si può accedere alla vera
Laetitia che presuppone un passaggio a maggior perfezione. Spinoza, sempre
tramite il suo modo paradossale di procedere, per questo raggiungimento
si appella ad un sentimento che investe mente e cuore ed è la pietra
di paragone sulla quale far ruotare il proprio mondo. A tale proposito
egli scriverà, in una lettera di risposta al Blyenbergh: "...la
verità non può essere in contrasto con la verità […];
e anche se il frutto che ho già ricavato dall’intelletto naturale
dovesse una volta risultarmi falso, basterebbe a rendermi felice il fatto
che ne godo e che mi studio di trascorrere la vita non nella tristezza
e nel lamento, ma in tranquilla e serena letizia: ciò che è
sufficiente a farmi salire d’un grado. Riconosco frattanto (e ciò
mi dà la più grande soddisfazione e tranquillità d’animo)
che tutto procede così per la potenza e la disposizione immutabile
dell’Ente perfettissimo" (44).
Il pensiero di Spinoza, a questo punto,
si potrebbe definire una "filosofia della Gioia", una visione oserei
dire "dionisiaca" della vita, in cui il sentimento, l'emotività
nutrita dall'intelletto fa passare a maggior perfezione. E se questa emozione
è ciò che il nostro corpo e la nostra mente sperimentano
della maggior perfezione raggiunta, se ne deduce che la Sostanza, essendo
sommamente perfetta, è essa stessa gioia all'ennesima potenza; quindi
è tale anche la stessa Natura. Ragion per cui l'individuo trova
la completa beatitudine nell'unione con essa, come un feto che si trova
in completa unione con la madre allo stato prenatale.
Nell'individuazione soggettiva, nella
nascita, avviene come una specie di distacco da tale seno onnicomprensivo
e si instaura per contrappeso, insieme al sentimento di autocoscienza,
anche quello di perdita, di solitudine, un sentimento di abbandono. Tale
stato psicologico è il vero problema dell'essere umano specialmente
in una società dove regna ancora la frammentazione, in cui l'uso
della tecnologia diventa sempre più sofisticato mentre non si diffonde
di pari passo la conoscenza dei veri valori umani, sovente sbandierati
ma mai veramente capiti.
Il problema dell'incomunicabilità
si è sempre più aggravato da quando la mente e la coscienza
sono state considerate esclusivamente come affari privati, settorializzando,
attraverso questa visione di base, tutti i campi del pensiero e della ricerca.
Si dovrebbe auspicare invece un ritorno alla "comunitarietà" in
senso non certo orwelliano bensì spinoziano: l'unico modo per non
sentirsi soli è capire quanto l'Ordine Implicito, la Sostanza o
Dio, etc., ci sia vicino, tanto vicino che gli esseri che noi siamo, tante
schegge dell'intero suo corpo, ne abbiamo l'informazione completa. Altra
importante conseguenza è che non esiste un centro privilegiato –
che sia l'essere umano o qualunque altro –, ma qualsiasi punto è
il centro di tutto l'universo e in questo immenso formicaio di esseri ognuno
– nonostante la somiglianza – resta diverso dall'altro, rivestendo un'importanza
unica. Questo è anche il perché della metafisica di Spinoza,
la quale – come l' “eterno femminino” – non si distingue mai completamente
dalla "materia" nella rarefazione del Noûs, come il profumo rimane
avviluppato al fiore che lo produce. Egli vuole insegnare a conseguire
praticamente l'Acquiescientia Animi; la sua è una pratica di vita
giornaliera, un vero Zen, in cui si affaccia tutta la dialettica risolta
del suo pensiero. La via in cui la Ragione e il Sentimento si intrecciano
indissolubilmente in una fusione che è la radice della stessa esistenza.
Spinoza ricorda molto da vicino il
serpente della Genesi, con quel suo far brillare davanti agli occhi degli
esseri la fragranza del profumo dei frutti dell'Albero della Conoscenza,
ma è in realtà – come egli stesso amava definirsi – un serpente
con la coda in bocca, un Ouroboros, il cui grande paradosso e verità
è di non provocare alcuna caduta, né senso del peccato, ma
gioia nella Conoscenza. Un grande Naga istruttore, vivente nelle acque
(nel "flusso" quindi dell'esistenza), nel liquido amniotico del ventre
onnicomprensivo della Grande Madre-Sostanza. E nel sorriso appena accennato
del pensatore, marrano qual era, c'è qualcosa del fascino di quell'eterno
Tentatore...
E' mio parere inoltre che Spinoza abbia
posseduto questa piena consapevolezza e che nella sua Via della Conoscenza
riconoscesse il volto multisfaccettato di Sofia nelle più disparate
manifestazioni del Mondo. L'Amore per lei non teme sentimenti negativi,
e quanti più sono coloro che si uniscono in questo Amore, più
grande e piena sarà la gioia provata, poiché l'eterna e infinita
"Shakti" si ritrova intera in ogni sua creatura.
_______________________________________________
BIBLIOGRAFIA E NOTE
(1) Lettera LXXII a
Schuller, in B. de S., "Lettere". Trad., comm. e note di U. Lopes-Pegna.
Lanciano, Carabba, 1938.
(2) Con ciò
non voglio certo affermare che Spinoza sia solamente colui che ha raccolto
il pensiero rinascimentale, proiettandolo nell'età moderna. Spinoza
ha raccolto parte di un'eredità molto più antica che parimente
confluiva in quello stesso pensiero rinascimentale, e, al pari di tutti
i pensatori, ovviamente, egli possedeva le proprie radici, quelle che fanno
parte del collettivo umano, faticosamente sviluppate dalla notte dei tempi.
(3) Vedasi il mio
precedente articolo su "Ethica" n°3/X, Sett.-Ott.1998 ("La Sostanza-Natura
come manifestazione del Materno").
(4) Y. Yovel, "Marrano
Patterns in Spinoza", in: AA.VV., “Spinoza nel 350° anniversario della
nascita. Atti del Congresso (di Urbino, 1982)”. Napoli, Bibliopolis, 1985,
pp. 475-476: "Spinoza was a grand master of dual language and equivocation.
He spoke to different audiences in different ways, using the same sentence
or phrase in varying sense, masking his true intention to some while disclosing
it to others. He could pass a covert message to whomever was deemed capable
of grasping it, while using a phrase whose literal sense was the opposite,
thus misleading the innocent reader".
(5) Y. Yovel, op. cit.,
p.480: “Spinoza went on concealing his new truth from most of his
fellow men. Neither Jew nor Christian, futilely fighting his notoriety
as an atheist and called by all a "Jew", he neither found the external
freedom necessary for a life without concealment, nor the intellectual
partnership of others who could fathom the depth or share the intensity
of Spinoza's unconditional mystical faith in reason: this new alternative
way to Salvation, which lies neither in Christ nor in the Law of Moses,
but in the Third degree of knowledge”.
(6) C. Deleuze, "Spinoza
et le problème de l'expression". Paris, 1968, p. 318 (cit. da
A. Negri in "L’anomalia selvaggia", nota 10, cap. III, p.105.
(7) A. Negri, "L’anomalia
selvaggia". Roma, Derive-Approdi, 1998, p.85.
(8) A. Negri, op.cit.,
p.112.
(9) B. Spinoza, Ethica
[d’ora in poi: “E.”] I, Prop. 34.
(10) B. Spinoza, E.
I, P. 34, Dim.
(11) B. Spinoza, E.
II, P. 3, Sch.
(12) B. Spinoza,
ibidem.
(13) A. Negri, op.cit.,
p.101.
(14) A. Negri, op.cit.,
p.82.
(15) M. Talbot, "Tutto
è Uno. L'ipotesi della scienza olografica". Milano, URRA, 1997,
pp.53-54.
(16) A. Negri, op.cit.,
p.119.
(17) cfr. M. Talbot,
op.cit., pp. 26-27: "Un ologramma è prodotto quando una singola
luce laser viene divisa in due raggi separati. Il primo raggio viene diretto
sull'oggetto che deve essere fotografato [...]. Poi si lascia collidere
il secondo raggio con la luce riflessa del primo, e la configurazione d'interferenza
che ne risulta viene registrata su un film". "Una porzione di pellicola
olografica [contiene] un'immagine codificata. A occhio nudo non somiglia
affatto all'oggetto fotografato ed è composta da increspature irregolari
note come ‘configurazioni d'interferenza’. Tuttavia, quando il film viene
illuminato da un altro laser, riappare un'immagine tridimensionale dell'oggetto
originale".
(18) B. Spinoza,
E. III, P. 57, S.
(19) B. Spinoza,
E. II, Lemma 7, S.
(20) M. Talbot, op.cit.,
p.65.
(21) James Gleick,
"Caos. La nascita di una nuova scienza". Firenze, Sansoni, 1997, p. 299.
(22) cfr. M. Talbot,
op.cit., p. 63.
(23) B. Spinoza,
E. I, P. 15, S.
(24) M. Talbot,
op.cit., p. 55.
(25) M. Talbot, op.cit.,
p. 56.
(26) B. Spinoza,
E. I, P. 8, Sc. I.
(27) A. Negri,
op.cit., p. 86.
(28) J. Gleick,
op.cit., p. 217.
(29) M. Talbot,
op.cit., p. 77.
(30) M. Messeri,
"L'epistemologia di Spinoza". Milano, Mondadori, 1990, pp. 293-295.
(31) G. Bateson,
"Verso un'ecologia della Mente". Milano, Adelphi, 1998, p. 80.
(32) B. Spinoza,
E. II, P. 7.
(33) B. Spinoza,
E. II, P. 7, S.
(34) M. Talbot,
op.cit., p. 150.
(35) M. Talbot,
op.cit., p. 321.
(36) M. Talbot,
op.cit., p. 268.
(37) M. Talbot,
op.cit., p. 345.
(38) B. Spinoza,
E. V, P. 36.
(39) B. Spinoza,
"Trattato sull'emendazione dell'intelletto", Milano, SE, 1990, p.14.
(40) cfr. B. Spinoza,
"Breve Trattato" a cura di G. Semerari. Firenze, Sansoni, 1953, p.128
e nota p.152.
(41) cfr. B. Spinoza,
E. I, Def. 3 e 4.
(42) A. Negri,
op.cit., pp. 93-94.
(43) A. Negri,
op.cit., p. 203.
(44) B. Spinoza,
Lettera XXI (Gebhardt IV, pp.126-127): trad. di A. Droetto, in B. S., Epistolario,
a c. di A. D.; Torino, Einaudi, (1951) 1974; pp. 131 e 132.
SPINOZA
PARLA AI FEDELI LUTERANI
Un episodio “virtuale”
evocato da H. A. Wolfson
Luigi Del Rosso, dell’Ae.S
“La Filosofia di Spinoza” di Harry A.
Wolfson (1934), disponibile nella recente edizione francese di Gallimard
(1999), costituisce ancora oggi, a distanza di venticinque anni dalla morte
dell’autore, uno degli strumenti più stimolanti per lo studio del
pensiero spinoziano. E non è vuota pignoleria sottolineare che si
tratta proprio del “pensiero”, anziché delle opere del filosofo
olandese.
Dall’inizio alla fine del suo lungo
libro (circa settecento pagine che raccolgono in uno i due volumi originari)
il prof. Wolfson insiste a spiegare e poi verificare l’intenzione di ricostruire
meccanismi e percorsi della mente di Spinoza attraverso l’osservazione
delle fonti dirette e indirette che emergono dalle opere, con un occhio
di riguardo al testo dell’Ethica. E appare davvero un panorama di fonti
che più vasto non si potrebbe immaginare. Si va dai presocratici
agli studiosi islamici medievali del pensiero aristotelico. Si rimanda
quasi ad ogni pagina ai maestri ebrei del Medio Evo, soprattutto Maimonide
e Crescas. Resta vivo il confronto col pensiero cristiano fino a Descartes
e Heereboord.
Ovviamente, e Wolfson lo rimarca nell’Introduzione,
non tutto questo materiale si trovò a diretta disposizione di Spinoza.
La maggior parte dei contributi, soprattutto i più antichi, sarebbero
giunti ai suoi occhi sotto forma di commenti indiretti durante gli anni
di frequenza alla scuola ebraica in Amsterdam e poi nel corso dei successivi
studi privati.
In ogni caso l’operazione di analisi
di tutti i contributi, dallo stato di spunto ora più ora meno certo,
fino alla formazione degli elementi teoretici spinoziani, risulta efficace.
A volte pare proprio che Wolfson dica: – Ecco: dopo aver letto il tale
brano ed aver tenuto conto del talaltro che tanto gli stava a cuore, Spinoza
deve aver pensato in questo modo e poi deve aver scritto così.
Lo scopo di una ricostruzione tanto
particolare non ha però nulla di ludico o di romanzesco. Essa serve,
secondo Wolfson, a mettere in luce i legami di Spinoza con gli autori del
passato e con le eterogenee tradizioni di studio filosofico e teologico
che nella sua personalità confluirono. Si tratta di una vera operazione
scientifica, condotta con tutta la serietà che l’argomento impone.
Eppure alcune volte durante la lettura non si può fare a meno, emozionati
e compiaciuti, di sorridere come se si stesse partecipando alle avventure
di un personaggio letterario.
Uno dei momenti più divertenti
si trova verso la fine del libro (pp. 694-695). Wolfson sta riepilogando
quanto la novità del pensiero spinoziano sia legata alla tradizione.
Quanto in Spinoza l’insistenza su definizioni più coerenti e adeguate
alla realtà indubitabile di Dio sia frutto di una fatica corale
lunga secoli e secoli, e quanto in Spinoza vi sia di audacia ma non di
rottura nei confronti di chi lo ha preceduto intorno ai medesimi termini
ed argomenti. Wolfson ricorda che il coraggio di Spinoza nell’argomentare
sulla religione non è che l’espressione di un profondo rispetto
per la pietas degli uomini di fronte a Dio.
Ed ecco che cosa prende a svolgersi
sotto gli occhi del lettore:
“Coloro che hanno conosciuto Spinoza
descrivono la vita da lui condotta come appartata, sebbene non priva di
amicizie.
Potremmo fare mostra d’esser d’accordo
con i suoi biografi e dire che è la sua filosofia che ha indotto
questo modo di esistenza, ma, disgraziatamente, non è la filosofia
a fabbricare reclusi, così come neppure le filosofie che, a differenza
di quella di Spinoza, predicano l’allontanamento dalla vita come un ideale
di virtù. Sono piuttosto l’inospitalità dell’ambiente sociale
e l’inettitudine propria di tali reclusi.
Non fossero state le circostanze legate
all’ambiente e alla propria personalità ad aver provocato la rottura
dei normali contatti con la società, Spinoza, che alla maniera di
Aristotele aveva definito l’uomo come un animale sociale [ET IV, 35 sc.],
si sarebbe certamente, lui stesso, comportato secondo quei comandamenti
della ragione che aveva prescritto agli altri, e secondo la massima che
afferma come l’uomo che partecipa alla vita della società sia più
libero di colui che vive in solitudine [ET IV, 73].
Conforme a questa sua massima, egli
avrebbe dunque certamente partecipato alla vita attiva in seno alle comunità
nelle quali visse dopo la partenza dalla sua città natale, Amsterdam:
cioè Rijnsburg, Voorburg e L’Aia. Sarebbe diventato un cittadino
ricco, rispettabile, dedito al bene pubblico – un pilastro della società.
Forse, malgrado le differenze del suo pensiero rispetto alle teologie locali,
egli avrebbe anche frequentato la Chiesa luterana del suo amico, il Pastore
Cordes a L’Aia.
E lo posso immaginare, una domenica,
mentre, su invito del buon vecchio Pastore, dirige la funzione. Egli predica
un sermone che denuncia ciò che lui chiama ‘i pregiudizi dei teologi
dei nostri tempi’ [EP, XXX]. Si scaglia in seguito a fulminare la credulità
nella spiritualità di Dio [PP I, IX], nella sua relazione personale
con gli uomini [ET V, 17], nel suo orientamento diretto delle vicende umane
[TT IV], nell’origine divina delle Scritture [TT XIII], nella libertà
della volontà umana [ET II, 48], nella separabilità dell’anima
dal corpo [ET II, 13], e nella sopravvivenza dell’anima dopo la morte
sotto forma di una entità individuale [ET V, 23, 39].
Terminato il sermone, egli fa una pausa
e dice: Ora preghiamo.
E nella sua preghiera ringrazia Dio,
il creatore dell’universo [ET I, 33], per la sua generosa bontà.
Lo implora di concedere il perdono dei nostri peccati [TT XIV], gli chiede
di accordarci la sua luce nella vera comprensione della sua parola rivelata
[TT IV] e di voler ben guidarci sul cammino della virtù [ET V, 10],
affinché noi si possa cogliere il premio della vita eterna [ET V,
33] e gioire dell’eterna felicità in presenza della sua gloria [ET
V, 36, 42].
Giunto sul punto di concludere la sua
preghiera, Spinoza si accorge dell’assemblea dei fedeli e si rende conto
all’improvviso di trovarsi in una chiesa cristiana. Così aggiunge
immediatamente:
– Nel nome del Cristo, bocca di Dio
[TT IV: ‘os Dei’], il cui spirito è l’idea di Dio [ET IV, 68, sc.],
che solo ci conduce alla libertà, alla salvezza, alla beatitudine
e alla rigenerazione [KV II, 22; TT V; TT XIV; EP, LXXVI]. Amen.”
__________________________________________________
N.B.: Le sigle vanno sciolte come segue:
ET: Ethica
TT: Trattato Teologico-Politico
PP: Princìpi della Filosofia
di Cartesio
EP: Lettere
KV: Breve Trattato…
VIRTUS
IMAGINANDI CONTRA VITIUM IMAGINANDI
L’articolo qui presentato costituisce
un capitolo della Tesi di laurea della dott. Paola Grassi, discussa presso
l’Università di Milano nell’Anno Accademico 1998-1999.
La lettura spinoziana del mito della
caduta non è propriamente un esercizio di ermeneutica biblica, quanto
piuttosto l’espressione paradigmatica del nesso che in Spinoza lega ontologia,
gnoseologia ed etica. Nello sforzo interpretativo, l’ermeneusi spinoziana
della caduta si trasfigura in altro da sé dando forma ad un vero
e proprio paradigma di una gnoseologia: nel dramma cosmico trova espressione
la emancipazione del Sé per il tramite della conoscenza (1)
.
La nozione di emancipazione non si
attaglia immediatamente al mito della caduta, per lo meno nella sua tradizionale
ricezione: la lettura spinoziana è, in questo senso, ereticale.
L’interpretazione spinoziana sembra rispondere virtualmente (2)
ad una specifica tradizione ermeneutica.
Presso gli esegeti ebrei medioevali
che interpretavano allegoricamente il testo biblico, il problema della
dymion-imaginatio era risolto con una valutazione negativa ed inglobato
in una interpretazione simbolica del mito della caduta, in particolare
attraverso la identificazione della vis imaginativa con il serpente (3).
Considerando la valutazione spinoziana del nesso dogmatico(4)
peccatum-vitium (imaginandi) come una risposta a questa tradizione, si
delinea immediatamente un importante cambiamento di prospettiva.
La domanda che interessa il presente
contributo è, in primo luogo, la seguente: qual è il ruolo
della vis imaginandi nell’ambito di quel paradigma che, in Spinoza, pur
sorgendo direttamente dal testo biblico, si sviluppa in una gnoseologia?
Come avviene che in Spinoza il mito della caduta si costituisce come paradigma
delle possibilità conoscitive (ed etiche) dell’uomo?
E la risposta investe immediatamente
la valutazione positiva della imaginatio nel quadro del progetto etico
spinoziano e, in quanto tale, elemento di rottura rispetto alla valutazione
comune seicentesca della immaginazione.
La nozione di virtus imaginandi segna
il più significativo ed inequivocabile ribaltamento rispetto alla
nozione di vitium imaginandi. La prospettiva spinoziana modifica l’approccio
alla questione in un duplice movimento. In primo luogo, la vis imaginativa,
concepita nella tradizione avicenniana e cartesiana come organo corporeo
o facoltà dell’anima, si trasforma in Spinoza in vis imaginandi,
funzione della mente (quella che, insieme a Paul Ricoeur, definiremmo “funzione
non erronea dell’assenza”(5) ), elemento propulsore, dinamizzante
e strutturante, della affettività. Secondariamente, nel quadro di
un’antropologia che si costruisce “a partire dalla condizione stessa della
natura umana” e che considera le passioni umane “non come vizi della natura
umana, ma come proprietà” (TP, I, 4), la potentia imaginandi diventa,
in quanto tale, virtus, espressione della natura umana, elemento caratterizzante
l’attività dell’uomo e non più vizio o sua perversione.
L’iconologia ebraica medioevale, confluita
poi in quella cristiana (6), enfatizzava, come si è
detto, una accezione marcatamente negativa della facoltà di immaginare
simbolizzando la vis imaginativa con l’immagine del serpente (7).
Nonostante che la vis imaginativa svolga un ruolo chiave nel quadro della
teoria maimonidea della profezia, Maimonide, d’altra parte, si inserisce
nella tradizione tendente a svilire la attività immaginativa, e,
pur riconoscendola essenziale allo svolgersi del processo conoscitivo dell’anima
umana, la giudica negativamente. Contro i mutakallimun Maimonide afferma
che essi errano nel considerare possibile o realizzabile qualsiasi prodotto
dell’immaginazione e nota che “l’atto dell’imaginativa non è atto
dell’intelletto, piuttosto il suo contrario” (8). L’immersione
nell’immaginario (9) o nel fantastico e il conseguente
allontanamento dalla sfera del razionale è interpretato da Maimonide,
sulla scia del Midrash (10), attraverso il coinvolgimento
della vis imaginativa, come protagonista, nel dramma della caduta: la tentazione
del sensibile che reca presso di sé l’adesione all’immaginario.
Nella iconologia elaborata da Maimonide, all’incontro con la letteratura
haddagica, la vis imaginativa si identifica con il serpente cavalcato da
Satana (la vis appetitiva), mentre Eva rappresenta la debolezza umana,
l’incapacità dell’uomo di scegliere il razionale (11).
La caduta dei progenitori, che segna
l’inizio della storia del genere umano, non dipese, cioè, da una
imprecisata disobbedienza, ma dal fatto che essi scelsero di immaginare
e scambiarono i prodotti dell’immaginazione per concetti astratti: in altri
termini, cedettero alla propria natura immaginifica, alla capacità
innata di creare immagini e di comporle nella fantasia; caddero perché
furono tentati e cedettero alle seduzioni della vis imaginativa. La cacciata
dal paradiso terrestre è conseguente alla adesione all’immaginario,
la quale è, nell’economia di una lettura allegorica del mito, interpretata
come un vincolo diabolico (12).
La prospettiva demitizzante
spinoziana, investendo implicitamente
l’interpretazione mistico-simbolica
elaborata da Maimonide (13), coinvolge anche lo specifico
della caduta: ma è proprio a partire da una critica-superamento
che, come nel caso della profezia, la riflessione spinoziana trattiene
qualcosa della riflessione maimonidea (14). Le simbologie
maimonidee, cioè, diventano concetti spinoziani: la debolezza o
incapacità dell’uomo di scegliere il razionale trova espressione
nella humana imbecillitas e la seduzione dell’immaginario si chiama praecipitantia
fingendi. Il riferimento emblematico al mito della caduta si dà,
in Spinoza, proprio in relazione alla valutazione della affettività
come espressione naturale della attività umana di contro alla considerazione
di un potere assoluto della mente e alla conseguente inaccettabililtà
della impotenza della mente a controllare la propria attività (TP,
II, 6). Il protagonista della caduta, Adamo, non è più, in
Spinoza, simbolo della corruzione, portatore di vitium (imaginandi), ma
simbolo delle potenzialità evolutive dell’uomo, portatore di virtus
(imaginandi).
Ad una lettura che abbia presente la
prospettiva spinoziana nel suo complesso sembra potersi affermare che,
se nella interpretazione tradizionale la imbecillitas di Adamo (inteso
come paradigma di umanità), la incapacità, cioè, di
reggere il confronto con le causae externae (le seduzioni della imaginativa-nahas),
è definita nei termini di vitium, nella interpretazione spinoziana
le causae externae-nahas (quelle ideae quae habeant suam originem ab imaginatione)
(TIE, § 84) vengono, per così dire, interiorizzate dall’Adamus
e la vis imaginativa si trasforma in vis imaginandi, elemento propulsore
di una autodeterminazione che consiste nel superamento del negativo (tradizionalmente
simbolizzato dal serpente).
L’affondamento nell’humus vitale, le
passioni, la affettività innestata dall’imaginari coincide con un
affondamento nella adamah (15), che intenderemmo qui,
aderendo all’etimologia ebraica, come l’essenza propria dell’uomo, l’adam,
la “terrestrità”, e che non avviene dopo la morte, ma nella vita
(terrestre) (16).
La morte, nell’interpretazione dogmatica
(ebraica e cristiana) della narrazione, è la principale conseguenza
del peccato. Il castigo dell’uomo consiste in ciò, che la terra
(adamah) è maledetta, essa produrrà frutti velenosi e l’uomo
potrà nutrirsi solo con il sudore della fronte “fino a quando” farà
ritorno alla terra e la morte porrà fine alle sue pene: con il “fino
a quando” è posto un termine, il limite delle cose umane. Il racconto
biblico presuppone che il ritorno alla terra costituisca l’ultimo momento
della vita: “L’espressione ‹‹morrai›› non significa altro che questo: l’azione
che tu compi è un’azione che è degna di morte; un’azione
che merita di essere punita con la morte” (17).
Nella prospettiva spinoziana il “ritorno
alla terra” non è l’ultimo momen-
to della vita: al contrario, l’affondamento
nella dimensione magmatica della affettività umana è, per
Spinoza, il primo momento della vita e la filosofia è ben più
meditazione sulla vita che attesa della morte. Nel solco di una teologia
biblica, che non è già più ermeneutica, sembra costituirsi
in Spinoza una vera e propria “teologia della vita”. L’individuo spinoziano
è individuo magmatico, sottosuolo incandescente: l’Adamus spinoziano,
che vale altresì come naturae humanae exemplar (ET, IV, Praef.),
è definito dallo sforzo di “penetrare” la sua “terra interiore”:
e, se tale affondamento coincide con l’affrontamento del lato oscuro, ignoto,
dell’imaginari, la riuscita è la ratio della imaginatio.
Come spiega Annick de Souzenelle (18),
in una prospettiva simbolico-psicologica lontana dal metodo storico-critico,
ma vicina alla onto-gnoseologia spinoziana, il libro della Genesi ci ricorda
che l’uomo deve ritornare alla propria adamah, e il senso dell’invito sembra
proprio essere quello di aderire alla propria umanità: in Genesi,
2, 15, infatti, Dio dice ad Adamo “custodisci la tua adamah, coltivala”.
Quel “mare di energie incoscienti che dobbiamo penetrare” (19):
l’affondamento nella interiorità ha in Spinoza il medesimo valore
di adesione alla umanità.
Adamo, nel racconto biblico, viene
invitato da Dio a dare un nome a tutti gli animali della terra, “animali
interiori” che abitano la sua adamah, la sua “terra interiore”: nominare
significa convertire in luce, la luce della conoscenza, in termini spinoziani
definire, comprendere, formarsi una idea adeguata. E’ un movimento, il
dare nomi, volto alla somiglianza (20): la somiglianza
dell’uomo a Dio non è solo il fine della costituzione/creazione
dell’uomo, ma l’uomo è altresì immagine e somiglianza di
Dio per opera della creazione. Con la caduta l’uomo perde coscienza di
essere immagine di Dio: la imbecillitas è la conseguenza, l’incapacità
di nominare e convertire in luce, la trasgressione costante del principio
di non contraddizione (21).
Come afferma Martin Buber: “Conoscenza
del bene e del male non significa altro che conoscenza delle antitesi che
l’antica letteratura del genere umano indica con questi due concetti. Qui
sono ancora concetti dall’ampiezza primitiva; abbracciano ancora sia la
fortuna e la sventura, l’ordine e il disordine che si subiscono, sia quelli
che si causano personalmente. (…) Nella terminologia del pensiero moderno
si potrebbe rendere l’intendimento del narratore con coscienza adeguata
dell’antiteticità di tutto l’essere all’interno del mondo; vale
a dire, per la credenza biblica, coscienza adeguata dell’antiteticità
latente nella creazione” (22).
L’identificazione del divieto
di accedere all’albero della conoscenza con
una immaginaria volontà divina
di chiudere l’uomo nella sua ignoranza è una assurdità. La
deviazione ha lo scopo di informare l’uomo, nel passaggio attraverso la
propria naturale imbecillitas, che la via per accedere e aderire alla propria
umanità (adamah) è la via interiore e non quella della esteriorità:
spinozianamente, non la imaginatio, ma la ratio della imaginatio. La violazione
del decreto (che decreto, propriamente, non è) consiste nel mangiare
i frutti esterni della conoscenza, nel tentare la via della emancipazione
senza sforzo, l’esplicitazione di sé senza passare attraverso, aderire,
appunto, alla propria adamah. Nel peccato (letteralmente, in ebraico, “errore
di mira”, hattat) (23) l’uomo coglie il frutto dell’albero
della conoscenza dall’esterno (imaginatio), mentre, ontologicamente, lo
deve diventare per via interiore (ratio della imaginatio). L’errore di
mira e la deviazione sono esito della imbecillitas, debolezza (prima conoscitiva
e poi etica) che genera sofferenza.
Il recupero spinoziano del corpo, annullato,
nella concezione dogmatica del mito, sotto la negatività del “peccato”,
nel dualismo e nella opposizione corpo-anima, riattiva il senso originario
della carnalità biblica: basar in ebraico esprime l’unione più
intima tra uomo e Dio (24). La carne (il corpo) è
qualcosa che è sigillato nel profondo del nostro essere (la mente
è idea del corpo) che esce fuori per le nozze con Dio (25).
L’essenza erotica del rapporto dell’uomo con Dio si esprime nel desiderio
(eros-conatus) di essere e nell’essere desiderio (26).
L’affondamento nella propria dimensione
ontologica (essere-di-desiderio), l’attraversamento o esplorazione della
propria natura, reale e non immaginaria, che è natura potenzialmente
divina (l’uomo è icona di Dio) è conditio sine qua non della
conversione delle energie interiori in conoscenza (27).
L’emancipazione di sé attraverso la conoscenza reca in sé
e prima di sé la deposizione (o sospensione) del desiderio verso
l’esterno (imaginatio inconsapevole), la vista dell’Altro e il riconoscimento
in esso del Sé, la valutazione dell’ “errore” nei termini di possibilità.
Lo Scolio della Proposizione LXVIII
della Parte Quarta dell’Ethica rappresenta significativamente il luogo
di quella trasfigurazione dell’ermeneusi spinoziana del mito della caduta
in paradigma di una gnoseologia di cui si diceva all’inizio del presente
paragrafo. E’ significativo che non sia il Tractatus theologico-politicus,
testo deputato ad una esegesi del testo biblico, ma l’Ethica, nel cuore
dell’affondamento nella affettività, ad ospitare questa trasfigurazione,
e, soprattutto, che essa si dia immediatamente dopo la attestazione, nella
Proposizione LXVII, della lapidaria affermazione per cui: “L’uomo libero
non pensa a niente meno che alla morte; e la sua sapienza è meditazione
non della morte ma della vita”. La sospensione del desiderio e il riconoscimento
di sé nell’altro da sé, deinde, quod inventa ab homine uxore,
quae cum sua natura prorsus conveniebat (ET, IV, Prop. LXVIII, Sch.), determinano
essenzialmente la conversione o riorientamento della energia animale (quel
dare nomi alle cose impossibile per l’uomo che, dopo la caduta, è
vittima del principio di contraddizione): energia che può essere
tanto distruttrice, là dove si nutra di noi, quanto salvifica e
portatrice di gioia, là dove ci nutra della sua dinamica.
Il desiderio rende schiavo l’uomo-individuo
incosciente: la sofferenza nasce dalla polarizzazione sugli oggetti del
mondo esterno, dalla sottomissione alle causae externae. Il superamento
della scissione interno-esterno è la scoperta che il vero desiderio
è il desiderio di Dio. Il significato della somiglianza è
proprio qui: il desiderio di Dio è epressione, compimento, dell’essere
l’uomo icona di Dio. Il passaggio alla scienza intuitiva sembra costituirsi,
pertanto, come un recupero della somiglianza, demah, originaria, convertitasi
in dimyon a causa della humana imbecillitas, ma latente nella interiorità,
nella adamah interiore. Nel Capitolo Dodicesimo del Tractatus theologico-politicus
Spinoza afferma che “la parola eterna di Dio, il suo patto e la vera religione
sono scritti a caratteri divini nel cuore degli uomini, ossia nella mente
umana” e che “in essi consiste la carta di Dio, alla quale egli appose
il suo sigillo, e cioè l’idea di sé, come immagine della
sua divinità. Agli antichi Ebrei la religione fu tramandata sotto
forma di legge scritta, perché a quell’epoca essi erano come in
uno stato infantile. Ma poi Mosé (Deuteronomio 30, 6) e Geremia
(31, 33) annunziano loro un’epoca futura, nella quale Dio scriverà
la sua legge nell’intimo dei loro cuori”.
Joel Askénazi (28)
afferma che Spinoza qui fa allusione a Genesi 1, 26: “E Dio disse: «Facciamo
l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, (…)»” e afferma che
il filosofo aderisce qui al commento di Rashi che traduce: “Dio disse:
«Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza
(…)»” e commenta: “A nostra immagine – Sul nostro modello. Secondo
la nostra somiglianza – Con il potere di comprendere e di discernere” (29).
Il commentatore medioevale spiega il
versetto affermando che “a nostra immagine”, letteralmente, “con la nostra
immagine”, significa: facciamo l’uomo con la forma preparata per crearlo,
facciamo l’uomo con un sigillo (hotam in ebraico) come una medaglia fabbricata
con l’aiuto di un conio; “a nostra immagine e somiglianza” significa: facciamo
l’uomo capace di “pensare e di comprendere” (30).
La caduta, o, più precisamente,
l’errore di Adamo, sembra implicitamente affermare Spinoza, fu quello di
prestare al mondo animale la propria natura, postquam bruta sibi similia
esse credidit, statim eorum affectus imitari inceperit (ET, IV, Prop. LXVIII,
Sch.): sembra essere questo il senso dello Scolio della Proposizione LXVIII
della Parte Quarta dell’Ethica, per cui il vero peccatum per l’uomo consisterebbe
nel non aderire alla propria naturale condizione ontologica di essere-di-desiderio.
L’origine di questo desiderio contro natura (perché non compreso;
quando sia compreso si converte in desiderio naturale, conatus orientato
verso la conservazione di sé e l’adesione al Sé) è
che l’uomo assimila a sé degli esseri o delle cose esteriori a lui
e differenti da lui. Non è se non quando l’uomo agisce conformemente
alla propria natura che egli può provare la gioia di esistere in
verità: come attesta la Definizione XXV degli Affetti della Parte
Terza dell’Ethica: “Il compiacimento di sé è letizia sorta
dal fatto che l’uomo contempla se stesso e la sua potenza di agire”.
Il compiacimento di sé, o meglio,
la soddisfazione di sé e in sé, acquiescientia in se ipso,
indica il compiacimento che deriva da una quieta visione della propria
interiorità, la consapevolezza che fa seguito all’orientamento del
conatus e che non è più solo interiorità mutevole
secondo una soggettività vincolata all’esterno: è la adesione
al sé dell’individuo emancipato dalle causae externae, dove l’ipse
segnala, in primo luogo, che essa non può essere provocata da una
causa esterna alla natura dell’uomo.
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NOTE:
(1) L’espressione è
derivata dalla lettura di Paul Ricoeur nella cui prospettiva il presente
contributo intende muoversi: le nozioni di “adesione al Sé” o “riappropriazione
ontologica del Sé” sono il risultato di un lavoro in Spinoza e sono
modellate, in seno ad una interpretazione implicita di Spinoza da parte
del filosofo francese, sulla nozione spinoziana di acquiescientia in se
ipso.
(2) Vorremmo quasi
dire inconsciamente, intendendo con ciò fare riferimento ad un processo
di assimilazione osmotica da un ambiente culturale specifico, quello della
tradizione ebraica, che, pur non esprimendosi attraverso una esplicita
istanza, è tuttavia deducibile dalla lettera dei testi spinoziani.
(3) Cfr. G. SERMONETA,
La fantasia e l’attività fantastica nei testi filosofici della scuola
di Maimonide, in M. FATTORI - M. BIANCHI (a cura di), Phantasia-Imaginatio,
Atti del V Colloquio internazionale del “Lessico Intellettuale Europeo”
(Roma, 9-11 gennaio 1986), Edizioni dell’Ateneo, Roma 1988, pp. 185-204,
p. 191.
(4) Contro questo nesso
il filosofo reagisce, in particolare, nel Tractatus politicus. La risposta
di Spinoza è indirizzata a quei theologi, rappresentanti tanto dell’ortodossia
ebraica, quanto dell’ortodossia cristiana, che considerano la humana imbecillitas
un humanae naturae vitium, seu peccatum, e che hanno cristallizzato le
carenze naturali dell’uomo nel dogma del peccato originale, nel caso della
tradizione cristiana, o nella nozione di riparazione infinita, per quanto
riguarda la tradizione ebraica. E’ in questo senso che qui e altrove verrà
utilizzato l’aggettivo “dogmatico”.
(5) P. RICOEUR, Les
directions de la recherche philosophique sur l’imagination, in Recherches
phénomenologiques sur l’imaginaire, seminaire 1973-1974, première
partie, (testo dattiloscritto), Centre de Recherches Phénoménologiques,
Paris 1973, pp. 1-4.
(6) Cfr. A.-M. BAUTIER,
Phantasia – imaginatio. De l’image à l’imaginaire dans les textes
du haut Moyen Age, in M. FATTORI - M. BIANCHI (a cura di), Phantasia-Imaginatio,
cit., pp. 81-104, p. 92.
(7) Cfr. G. BUSI, s.v.
Nahas, Serpente, pp. 248-253, Simboli del pensiero ebraico. Lessico ragionato
in settanta voci, Torino, Einaudi 1999. “L’immagine del serpente custodisce,
nella tradizione giudaica, il dominio del fantastico. Alla sequenza consonantica
nhs, che indica il rettile quanto la pratica della magia, si affianca una
costellazione di parole simili per suono e per grafia, che evocano, oltre
ad alcuni attributi del serpente, anche l’idea dell’incantesimo”: ivi,
p. 248.
(8) Moreh Ha-Nebukhim,
Capitolo LXXIII, Libro I. “L’imaginativa si trova in ogni animale vivente
(...) l’uomo non si diversifica (dagli altri animali) per l’imaginativa,
e l’atto della imaginativa non è atto dell’intelletto, piuttosto
il suo contrario. (...) L’imaginativa afferra solo il particolare composto,
sulla base di quanto è stato afferrato dai sensi. Oppure compone
tra loro oggetti che nella realtà sono separati l’uno dall’altro.
(...) Quando, ad esempio, immaginiamo un uomo con la testa di cavallo,
o un cavallo con le ali. (...) Questa sarà chiamata invenzione gratuita
o menzogna. (...) C’è dunque qualcosa che permette di distinguere
il possibile dall’impossibile e questo qualcosa non è l’imaginativa”:
la traduzione italiana è tratta da G. SERMONETA, La fantasia e la
attività fantastica, cit., p. 190, nota 8.
(9) Ivi. “Per quanto
concerne le rappresentazioni (...), uno le chiamerà rappresentazioni
dell’intelletto o intellettuali (...), l’altro rappresentazioni immaginarie
(siiurim dimioniim). Nostro intento è trovare qualcosa che permetta
di distinguere tra le cose conosciute concettualmente e le cose immaginate”:
(SERMONETA, p. 193, nota 11).
(10) Cfr. G. BUSI,
s.v. Nahas, Serpente, pp. 248-253, Simboli del pensiero ebraico, cit.,
p. 251. L’Autore ci informa che: “Nei Pirque de-rabbi Eli’ezer (I capitoli
di rabbi Eli’ezer) – una raccolta haggadica composta probabilmente nell’VIII
secolo – si afferma (…) che il serpente del Genesi era in realtà
del tutto simile a un cammello. Al fine di indurre l’uomo a trasgredire
l’ordine divino, Samma’el, il principe del male, saltò in groppa
al serpente-cammello «e lo cavalcò»”.
(11) Moreh Ha-Nebukhim,
Capitolo XXX, Libro II. Come spiega G. SERMONETA, La fantasia e la attività
fantastica, cit., p. 192, la caduta di Adamo ed Eva e la cacciata dal giardino
dell’Eden non è descritta da Maimonide come un fatto realmente accaduto,
ma come una visione simbolica in cui Mosè tradusse verità
filosofiche in immagini fantastiche, in particolare la teoria della conoscenza
e il carattere delle potenze dell’anima.
(12) Inteso, nel suo
significato etimologico, come ciò che divide (dia-ballein) all’opposto
del legame simbolico inteso come ciò che unisce (sum-ballein).
(13) Cfr. S. ZAC,
Spinoza et l’interpretation de l’Ecriture, PUF, Paris 1965, Capitolo III:
“Prophétie et philosophie”, pp. 64-90, Capitolo VII: “Les prophètes
sont-ils des interprètes de la Parole de Dieu ou de simples voyants?”,
pp. 174-190.
(14) Cfr. in questo
senso Moreh Ha-Nebukhim, Capitolo I, Libro I. Maimonide introduce l’opera
con una discussione sul valore semantico delle due parole ebraiche tselem
(immagine) e demut (somiglianza). E’ relativamente al primo dei due termini
che il filosofo individua il pericolo di una dottrina antropomorfica della
realtà. “La gente ha ritenuto che tselem in ebraico indichi l’immagine
di una cosa e il suo a-spetto, e ciò ha condotto a una concezione
del tutto corporea di Dio (…)”: la traduzione italiana è tratta
da G. BUSI, Selem, Immagine, in Simboli del pensiero ebraico, cit., p.
368. Quanto al secondo dei due termini, demut, Maimonide interpreta la
somiglianza con la divinità come una metafora della congiunzione
con l’intelletto agente: la capacità di comprendere è propriamente
umana ed è ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri del
mondo sublunare.
(15) Cfr. H. HAAG,
Dottrina biblica della creazione e dottrina ecclesiastica del peccato originale,
Queriniana, Brescia 1970, p. 71. Nel racconto del peccato (Genesi, 2, 4
– 3, 24) l’ebraico ha’adam indica “l’uomo” ed ha significato collettivo:
Dio formò l’uomo (ha’adam) dalla polvere della terra (adamah) e
alitò nelle sue narici un soffio vitale, e l’uomo divenne persona
vivente (Gen, 2, 7). L’adamah indica l’humus, il terreno fertile, la terra
coltivabile che deve essere lavorata dall’adam.
(16) Cfr. R. CANTONI,
in R. CANTONI – F. FERGNANI (a cura di), B. SPINOZA, Etica. Trattato teologico-politico,
UTET, Torino 1972, “Introduzione”, p. 37: “(…) se (…) Spinoza è
uomo di scienza che combatte ogni tipo di idolatria superstiziosa, ciò
non significa che Spinoza si sia buttato dietro le spalle il problema della
religione e il problema stesso dell’eterno. Occorre pertanto sottolineare
il naturalismo e la terrestrità di Spinoza (…)”.
(17) HAAG, Dottrina
biblica della creazione, cit., p. 78.
(18) A. DE SOUZENELLE,
J. MOUTTAPA, Nel cuore del corpo la parola. L’essere e il corpo, cit.,
p. 80. La prospettiva spinoziana ha una singolare affinità con lo
spirito che anima l’interpretazione dell’Autrice francese. Letture entrambe
“ereticali” del dramma cosmico, esse enfatizzano l’emancipazione del genere
umano attraverso la caduta. Cfr. ivi, p. 243: “Il mito della caduta è
la storia dell’umanità (…)”: è riscatto, liberazione, emancipazione.
(19) Ivi, p.
119.
(20) Cfr. E. AMADO
LÉVY-VALENSI, L’imagination. Philosophie et tradition juive, cit..
L’Autrice sottolinea la discendenza della ha-Koah ha-medameh (vis imaginativa)
dal ki-dmutenu del Genesi “Creiamo l’uomo a nostra somiglianza” (Gen, 1,
26). Come sottolinea G. BUSI, s.v. Selem, Immagine, pp. 362-370, Simboli
del pensiero ebraico, cit., il versetto biblico si caratterizza, in realtà,
per l’accumularsi dei due sinonimi, tselem e demut: “a nostra immagine,
secondo la nostra somiglianza”, be-tsalmenu ki-dmutenu. La distinzione
tra “immagine” e “somiglianza” sembra corrispondere al contrasto tra forma
esteriore e archetipo spirituale.
(21) Cfr. J.
ASKÉNAZI, La parole éternelle de l’Ecriture selon Spinoza,
“Les Nouveaux Cahiers” 6 (1971), pp. 15-39. L’Autore francese riporta
la lettura nachmanidea della caduta come verosimile fonte spinoziana. Nella
interpretazione di Nachmanide il primo uomo faceva, prima della caduta,
per natura, ciò che conviene, intendendo con ciò che non
desiderava contemporaneamente una cosa e il suo contrario. Nella interpretazione
nachmanidea il desiderio, fonte della caduta, è sempre mancanza
di discernimento, confusione, ignoranza. La caduta umana, ogni caduta umana,
è la trasgressione del principio di non contraddizione. Desiderare
una cosa e il suo contrario: spinozianamente, scambiare una cosa per il
suo contrario, tanto nei rapporti dell’uomo con la natura, quanto nelle
relazioni dell’uomo con il mondo esterno.
(22) M. BUBER,
Bilder von Gut und Böse, Jakob Hegner Verlag, Köln s.d., tr.
it. di A. Guadagnin, Immagini del bene e del male, Edizioni di Comunità,
Milano 1965, pp. 20-21, passim.
(23) Cfr. R.
DELLA ROCCA, Peccato originale o riparazione infinita?,
seminario or-
ganizzato dal Centro di Judaica Goren-Goldstein
in collaborazione con la cattedra di Storia della filosofia ebraica presso
il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano tenutosi
il 24 e 25 marzo 1999 (testo dattiloscritto).
(24) Cfr. U. GALIMBERTI,
Il corpo, Feltrinelli, Milano 1983, p. 34, passim: “(…) basar non significa
corpo (…), ma carne (…) intesa come simbolo di caducità e di impotenza
dell’uomo rispetto alla potenza (ruah) di Dio. Nella mentalità ebraica
(…) il basar non è la negatività della carne (…) Per l’uomo
dell’Antico Testamento, infatti, la carne è positiva o negativa
a seconda della sua fedeltà o infedeltà all’alleanza con
Dio”. Cfr. G.M. TORTOLONE, Il corpo tentato. Per un discorso sull’uomo,
Marietti, Genova 1988, “Lo schema corporeo in Spinoza”, pp. 53-62. “La
durata determinata della vita (…) è frutto della limitatezza dell’individualità;
espressione temporale (e temporanea) del soggetto corporeo, essa viene
messa in questione e superata se il corpo stesso si scopre ‹‹vivibile››
dal punto di vista dell’eternità, e coessenziale alla realtà
divina”: ivi, p. 57, passim.
(25) L’incompiuto
del dramma cosmico e l’uscita dall’Eden, l’uscita dal giardino del “godimento”,
luogo segreto dell’interiorità dell’uomo e del suo incontro con
Dio, come viene suggestivamente suggerito da una lettura “simbolico-spirituale”,
consiste nel non aver potuto celebrare le nozze interiori con Dio.
(26) Cfr. A. DE SOUZENELLE,
J. MOUTTAPA, Nel cuore del corpo la parola. L’essere e il corpo, cit.,
p. 104. “Il desiderio è talmente costitutivo dell’uomo che
si trova inscritto nel suo nome: le due prime lettere di Adam, alef e dalet,
formano la parola ed, che è il “vapore”, quel vapore che si sprigiona
dalla terra nel libro della Genesi e sale verso il cielo. Quel vapore che
è acqua e fuoco è la tensione della creazione verso il suo
Creatore, è l’umidità che rivela le pulsioni del desiderio
dalle acque che stanno in basso alle acque che stanno in alto… E’ la manifestazione
prima dell’èros. Nel suo nome biblico, cioè per gli ebrei
nella sua stessa natura, l’uomo è essere di desiderio.”: l’humus
della affettività. Cfr. altresì p. 145: “All’uomo che non
fa zampillare l’acqua del suo desiderio, Dio non risponde. Ma all’Adam
del Genesi, risponde”.
(27) In ebraico
si usa lo stesso termine per indicare l’atto del conoscere e l’atto di
amore tra un uomo e una donna. Cfr. M. BUBER, Immagini del bene e del male,
p. 21: conoscere in ebraico significa “avere un contatto immediato”. Con
questo chi scrive non intende, tuttavia, aderire all’ipotesi che vuole
la scientia intuitiva di Spinoza erede della mistica unione (devequt) con
Dio.
(28) Cfr. J. ASKÉNAZI,
La parole éternelle de l’Ecriture selon Spinoza, cit., p. 23.
(29) RASHI DI TROYES,
Commento alla Genesi, tr. it. di L. Cattani, Marietti,
Casale
Monferrato 1985, p. 13.
(30) Secondo J. ASKÉNAZI,
La parole éternelle de l’Ecriture selon Spinoza, cit., Spinoza riprende
l’insieme del commento e ne conclude che l’immagine di cui parla il versetto
è l’idea di Dio iscritta nel pensiero umano. Deuteronomio 30, 6
afferma che: “Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il
cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con
tutto il cuore e con tutta l’anima e viva.” Circoncidere il cuore significa
non essere sottomessi al regime del desiderio, significa tornare al tempo
che precede la caduta di Adamo. E’ l’abolizione, nella interpretazione
di Nachmanide, cui già si accennava, dell’inclinazione al male:
un cuore riformato conformemente alla propria natura. Geremia, 31, 31-33
afferma che: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la
casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza
nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li
ho presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che
essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. (…) Porrò
la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore”. La Nuova
Legge che farà conoscere Dio naturalmente a tutti, grandi e piccoli,
non sarà una obbligazione, ma sarà iscritta naturalmente
nel cuore degli uomini. Askénazi individua in questa interpretazione
la fonte della critica spinoziana del desiderio che asservisce l’uomo perché
contro natura, desiderio innaturale perché irrazionale. Il ribaltamento
operato da Spinoza può essere riassunto nella seguente formula ricoeuriana:
è quello di “(…) risalire dalla morale dell’obbligazione ad un’etica
del desiderio d’essere o dello sforzo per esistere”: P. RICOEUR, Démythiser
l’accusation, in Le conflit des interprétations, Editions du Seuil,
Paris 1969, tr. it. di R. Balzarotti, F. Botturi, G. Colombo, Demitizzare
l’accusa, in Il conflitto delle interpretazioni, Jaca Book, Milano 1995,
pp. 349-366, p. 353.
ALLA
RICERCA DELL'UNO-INTERO IN SPINOZA
Paolo Zizi *, dell’Associazione Italiana
degli Amici di Spinoza,
dell’Ae.S
Se Hegel a Francoforte, sotto l’influsso
di Spinoza, evidenzia una posizione positiva sulla determinazione speculativa
di Dio, che implica un atteggiamento positivo della filosofia non solo
spinoziana ma anche neoplatonica, è l’indizio dell'influsso del
Neoplatonismo su Spinoza. Già in diversi articoli su questa rivista
ho evidenziato che l'essere-uno neoplatonico si struttura metafisicamente
con il Deus sive natura naturans e con l'Assoluto hegeliano. Inoltre, attraverso
una dottrina "segreta", Spinoza sviluppa in modo geometricamente chiaro
la dottrina dell'Uni?totalità determinata da Plotino.
Importanti a tale riguardo gli studi
di W. e K. Cramer, sia dal punto di vista logico e contenutistico, sia
anche per gli elementi neoplatonici, mediati dal Platonismo rinascimentale,
presenti nella metafisica di Spinoza. Dio non può essere messo come
una cosa tra le cose, ma dev'essere pensato senza spazio: ovvero lo spazio
vive in Lui; e questa posizione di Spinoza è acosmismo e non panteismo.
Non esiste un Dio che sia solamente nell'aldilà e un mondo separato
da Dio. Questa posizione è quella di Spinoza e del Neoplatonismo.
L'intero-tutto non è affatto tutte le cose, così come non
è tutte le cose 1’Uno neoplatonico e la Sostanza di Spinoza (1),
ma nella presenza del Neoplatonismo, Spinoza si fa un nome ripudiando il
Soggetto, come Platone, Aristotele e i Neoplatonici.
Questo implica che per Spinoza c’è
un Sapere assoluto che è la conoscenza della conoscenza per se stessa.
In questa determinazione l'individuo umano non porta in sé il sapere
assoluto se non quando ha saputo elevarsi alla sua altezza. Questa altezza
è Dio, e la vicinanza tra Plotino e Spinoza è evidente. Dio
è tutto, ovvero l’ypokeimenon di tutte le cose, cioè il sostrato
universale, 1’Uno che sostiene tutto nell'esistenza, l'unica sostanza.
Ma dire che Egli è tutto significa affermare che non è nulla,
significa dire che tutto è venuto da Lui, e che di conseguenza
Egli è la potenza attiva che ha prodotto tutto. Non
risulta da nessuna parte che Spinoza mescoli Dio con la Natura né
che Plotino e i Neoplatonici teorizzino una sorta di monismo assoluto e
men che meno forme di ateismo.
È ateismo affermare che l’Uno
e soltanto l'Uno è, e che Dio e soltanto Dio è? (2).
È fondamentale dal punto di vista scientifico vedere la funzione
“esem- plare” che svolgono la matematica dell'infinito e la geometria
per indagare l’“essenza del pensare”. È ben vero che nel Seicento
una delle strutture dominanti è il rapporto tra matematica e filosofia.
Forse che non è scientificamente corretto che la vera infinitezza
di Hegel, in “Fede e sapere”, derivata dalla dottrina di Spinoza, sia distinta
dall'infinito dell'immaginazione in forza dell'infinito dell'intelletto?
Spinoza è il pensatore che simboleggia la meditazione hegeliana:
da un lato l'esigenza di tener fermo l'intero, la totalità, l’amore
e la religione, dall'altro, la forza negatrice dell'intelletto. Così
la filosofia di Spinoza ha attinto l'assoluto nella sua purezza. Posto
il principio unitario ed assolutizzatolo come unica sostanza divina, l’essere
e il conoscere confluiscono nella loro sostanziale unità, e l’ordo
rerum è lo stesso che l’ordo idearum.
Un indizio ermeneuticamente forte,
sotto l'influenza di Spinoza, è che Hegel assume la posizione,
guadagnata dal platonismo e sostenuta da Spinoza, dell’a-cosmismo (non
del panteismo), per cui non esiste un mondo come tale, separato da Dio
e autosufficiente.
L'essere Uno?intero neoplatonico si
unifica con il Deus sive natura naturans e con l’Assoluto hegeliano nella
struttura di una unità indivisibile che non è espressione
numerica ma libera necessitas, amor Dei intellectualis. Non esiste il Dio
aristatelico che sia completamente nell'aldilà.
Si pone il problema: come ciascun estremo
possa richiamare dentro di sé l'altro inizialmente escluso, conquistando
attraverso la negazione della propria negazione quell'identità con
1’intero che è garanzia della propria assolutezza. La concezione
della negazione che determina il processo dialettico è indicata
da Spinoza. Nella dottrina alla ricerca dell’Uno non si può eludere
l'affermazione spinoziana: “L’essere finito è parzialmente una negazione,
e l’essere infinito è una assoluta affermazione dell'esistenza di
una natura”.
In questa ricerca la matematica evidenzia
la dottrina metafisica in quanto la misura, il tempo e il numero non sono
altro che pensiero e non immaginazione. Spinoza sostiene in questo concetto
l'effettività dell’infìnitum actu o infinito dell'intelletto.
Per Spinoza quindi l'infinitezza è presente, ma non va confusa con
lo spazio. Non consiste nemmeno nella cattiva infinità di una successione
di segmenti costruiti in esso, ma nella determinazione espressa in esso
mediante una relazione tra momenti. E come nell'ambito della geometria
e della matematica platonica viene data una determinazione precisa
alle disugua-glianze, che trascende il numero.
Nella nostra ricerca si chiarisce la
rilevanza della dottrina “segreta” dell’Unità, in Spinoza,
che si presenta come un sapere assoluto, in cui dobbiamo chiederci se al
finito si vuole conferire positività ed esistenza autonoma in sé
e per sé, non riconoscendo che ciò che esso è lo riceve
dal fondamento, per il quale soltanto sussiste e in cui ritorna: allora
questa presunta positiva determinazione non è che negazione di ciò
che è altro dal finito.
Questa, a sua volta, in tanto è
negazione in quanto nulla aggiunge al finito e a tale nulla riduce la sua
pretesa ad una esistenza indipendente. Ora contro codesto finito, sia in
sé o per sé, “si fa valere la determinazione come quella
ch’è essenzialmente negazione, trascinando il finito in quello stesso
movimento negativo dell’intelletto, che fa sparire tutto nell'unità
astratta”(3). Per questo la proposizione “ogni determinazione
è negazione” è di grande importanza, perché essa ha
per necessaria conseguenza l'unità della sostanza spinoziana, ossia
l'affermazione che non c’è che una sostanza. L’adesione allo spinozismo
ha una grande rilevanza filosofica sulla via dell'eliminazione dell'individuale.
Per lungo tempo si è fatto di
Spinoza il rappresentante del panteismo. Se il panteismo è una dottrina
secondo la quale Dio solo è reale mentre il mondo è solamente
l'insieme delle manifestazioni che non hanno né realtà permanente
né sostanza distinta, è difficile sostenere questa opinione.
Quello che Spinoza non ha detto non può essergli imputato.
Questa ricerca guadagna quattro dati:
il primo è la messa a punto del segno intuitivo; il secondo l'interpretazione;
il terzo è la conoscenza scientifica che risale dagli effetti alle
cause ovvero ai principi primi (concetti universali) che possono fungere
anche da principi primi delle singole scienze; il quarto è la conoscenza
dialettica per cui si risale l'intera connessione delle cause fino a Dio
ovvero si coglie intuitivamente (nel senso di intus ire = andare dentro)
la derivazione del tutto da Dio, cioè dall’essenza stessa di Dio.
Per Spinoza il tutto è unità.
Fedele a questa antica tradizione, Spinoza considera tutte le cose sub
specie aeternitatis, non separate, isolate, come fossero autosufficienti,
ma come parti di un tutto. Poiché l'unità di origine comporta
la connessione e la mutua dipendenza di tutti gli esseri in un organismo
immenso cui alla fine ciascuno concorre compiendo la propria funzione.
E questo avviene sebbene l’universo sia un vivente unitario, la cui anima
distribuisce ovunque l'ordine e la vita, oppure un dramma in cui le opposizioni
stesse dei caratteri sono necessarie al bell'ordinamento di un quadro,
o un immenso coro le cui voci si fondono in un’armoniosa sinfonia.
Nell'edificio del mondo
ci sono numerosi piani, differenti gradi di essere,
cause ed effetti; vi è coordinazione
e subordinazione, gerarchia; e siccome gli effetti, benché inferiori
al loro principio, assomigliano necessariamente ad esso e lo seguono senza
che la distanza sia troppo grande (4), la discesa dall’Uno
assoluto alla pura molteplicità si effettua in modo armonioso, senza
scossoni, attraverso una serie ininterrotta dì intermediari. Tale
luce si indebolisce allontanandosi dalla sua fonte.
* Docente di Filosofia presso il Liceo
scientifico “G. Spano” di Sassari.
______________________________________________
NOTE
1) G. W. F. Hegel,
Fenomenologia dello Spirito (trad. V. Cicero). Milano, Rusconi; p. 927
2) G. W. F. Hegel,
Enciclopedia delle scienze filosofiche (trad. V. Cicero). Milano, Rusconi;
p.175 ss.
3) G. W. F. Hegel,
Scienza della Logica (trad. A. Moni). Bari, Laterza, 1924. I vol.,
p.114.
4) Plotino, Enneadi
(trad. G. Faggin). Milano, Rusconi, 1996. V, 12, 5; anche V, 1, 3, 4.
ANCHE
NOI TRA I RIFIUTI DEL SECOLO
(ma con una voce dal
futuro)
Umberto Galimberti
(in “la Repubblica” del 23 agosto 1999)
L’immagine-guida è quella di
Abramo che lascia la sua casa, la sua terra, il suo popolo, le sue origini
e diventa senza-luogo, o, come vuole la parola greca coniata nel
Rinascimento, diventa u-topico.
Abramo è il padre di una popolazione
utopica. Il suo Dio non è il Dio di un popolo già esistente
con una sua terra. Il suo Dio, il suo popolo, la sua terra chiamano da
un luogo non ancora presente, chiamano dal futuro.
E al futuro guarda Romano Madera nel
suo ultimo saggio, L’animale visionario (Il Saggiatore, pagg. 158, lire
22.000), in cui si domanda se il modello occidentale, che ha trionfato
ovunque, sia davvero così soddisfacente da non richiedere alcun
confronto critico, magari proprio a partire dai movimenti organizzati di
lotta e di protesta del nostro secolo, che oggi tutti tendono a considerare
come cascami della storia, dimenticando che senza i loro sogni oggi non
ci sarebbe la nostra realtà.
Non è certo stato per una graziosa
concessione da parte delle élites delle classi dirigenti che noi
oggi godiamo del suffragio universale, della libertà di costituire
partiti e sindacati, di una legislazione che regolamenti prestazioni e
compensi del lavoro, del diritto e dell’obbligo all’istruzione, della garanzia
di un minimo di assistenza e di cura per i malati e i vecchi, di una tutela
per i bambini.
Queste e altre conquiste, che fanno
della nostra convivenza una convivenza civile, sarebbero impensabili senza
il contributo determinante e senza le lotte dei lavoratori di questi ultimi
centocinquant’anni, nonostante il gran vocìo che accompagna con
giubilo sgangherato e sconnesso il funerale ancora in corso del movimento
operaio.
Ma vediamo qualche numeretto che qualsiasi
lettore di giornali può venire a conoscere se ha ancora la forza
d’animo di voler sapere in che mondo vive.
Il Programma delle Nazioni Unite per
lo Sviluppo (PNUD) pubblicato nel 1997 dice che il 18 % della popolazione
mondiale, più o meno 800 milioni di persone, dispone dell’83 % del
reddito mondiale, mentre l’82 % della popolazione mondiale, più
o meno 5 miliardi di persone, si spartisce il restante 17 %. Quanto all’uso,
all’abuso e alla distruzione delle risorse della Terra i paesi più
ricchi consumano il 70 % dell’energia, il 75 % dei metalli e l’85 % del
legno. “L’estrema povertà”, riferisce il rapporto PNUD, “potrebbe
essere sradicata all’inizio del prossimo secolo con una spesa di 80 miliardi
di dollari l’anno, cioè meno del patrimonio netto accumulato dalle
sette persone più ricche del mondo”. E in effetti, sempre nel 1997,
le dieci persone più facoltose del mondo possedevano patrimoni per
133 miliardi di dollari, che equivalgono a una volta e mezzo il reddito
nazionale dei 48 Paesi meno fortunati.
Che non tutto, in questo bollettino
di disfatta del capitalismo storico a qualche secolo dai suoi inizi, sia
addebitabile ai maledetti comunisti e alla loro funzione di freno delle
magnifiche sorti e progressive, lo dice anche qualche cifra che riguarda
il cortile di casa degli USA, dove, come è noto, non ci sono comunisti.
Ebbene, riferisce il PNUD, negli Stati Uniti l’1 % della popolazione possiede
il 40 % della ricchezza, il 20 % un altro 40 %, e il 79 % il restante 20
%. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, dal 1979 al 1993 il solito
quinto più povero ha perso il 17 % del reddito che aveva, mentre
il quinto più ricco l’ha aumentato del 18 %. Di questo passo, scrive
l’International Herald Tribune (16 febbraio 1995), si prevede che nei paradisi
californiani un bambino su quattro nel 2010 sarà affamato, mentre
stime attendibili valutano il 50 % del territorio USA come “ecosistema
in pericolo”.
Ora che il capitalismo, dopo l’omologazione
e l’assimilazione delle regioni socialiste, è diventato globale,
vediamo confermate le previsioni di Marx che oggi sembrano sbagliate solo
per difetto. Infatti, a livello di nazioni, la mondializzazione del mercato
dei capitali, che con la deregulation agli inizi degli anni ’90 si può
dire in atto, ha portato il colpo decisivo al già tramontante
potere degli Stati e alla loro possibilità di influenzare con gli
strumenti della politica il corso degli avvenimenti. Ciò significa
la fine dell’indipendenza degli Stati nazionali la cui politica economica
diventa pura esecuzione di ricatti finanziari, mascherati da consigli-condizioni
per ottenere crediti, a loro volta necessari per restituire debiti al Fondo
Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, nel loro ruolo di agenzie
di capitale transnazionale.
Questa situazione non riguarda solo
i Paesi poveri, riguarda anche noi, se appena prestiamo un po’ più
di attenzione a quelle agenzie specializzate (Moody’s, Standard e Poor)
che danno i voti al debito pubblico dei vari Stati, mettendo in riga governi
e amministrazioni che si vedono tagliate ulteriori fonti di credito se
a loro volta non tagliano le spese per programmi sociali, se non aumentano
le tasse ai cittadini, se non trasformano i debiti delle banche private
e delle imprese in debito a garanzia
pubblica, incentivando i capitali ad affluire.
È evidente che in una condizione
del genere la democrazia non può andare oltre le scelte degli esecutori
tecnicamente più capaci nell’applicare i comandi del capitale finanziario
che si muove a livello transnazionale, per cui quando Marx diceva che i
governi erano i comitati d’affari della grande borghesia aveva torto, ma
solo per difetto. Quello che allora era un cattivo costume oggi è
un sistema, anzi è il sistema. Per cui se nel mondo antico i debitori
insolventi finivano schiavi, nel mondo del capitalismo globale interi Stati
vengono costretti a lavorare per conto delle grandi finanziarie e delle
grandi imprese. Se questo accade a livello degli Stati-nazione, a livello
individuale i rapporti reciproci, come già aveva previsto Marx,
avvengono principalmente, anche se non esclusivamente, in termini di merce,
che, a livello di circolazione mondiale, conosce una libertà di
movimento ancora sconosciuta a miliardi di uomini. In questo processo di
totale mercificazione del lavoro la specializzazione accelerata imposta
dal mercato porta alla frammentazione dei processi lavorativi, alla loro
parcellizzazione e quindi al loro inserimento nel sistema di divisione
del lavoro delle macchine, a cui, secondo i criteri dell’organizzazione
tecnico-scientifica, è delegato il controllo delle funzioni.
Tutto ciò comporta che da un
lato l’uomo diventa sempre più un’appendice della macchina, deprivato
di ogni possibilità di invenzione, modificazione e decisione, e
dall’altro, per effetto della frammentazione dei processi lavorativi, si
ha un obnubilamento delle finalità ultime della produzione, con
esonero di responsabilità dei singoli lavoratori, a cui non può
che risultare del tutto indifferente prestare la loro opera in una produzione
di armi o in una produzione di generi alimentari.
Dopo aver vinto la guerra dei settant’anni
contro il comunismo, il capitalismo incomincia così a mostrare il
suo vero volto, che non è proprio quello del progresso che aveva
scritto sulle sue bandiere. Infatti, se questi dati e queste considerazioni
hanno un loro senso, e una loro plausibilità, non sembra remoto
lo spettro di un’ingloriosa soluzione finale dell’esperimento umano, sia
per quanti non hanno di che vivere, sia per i ben pasciuti a cui non si
riconosce altra dignità se non quella di funzionari a diversi livelli
del capitale.
I cataclismi umani che il Novecento
ha metabolizzato nelle guerre mondiali fra le potenze, e nelle guerre coloniali
contro le potenze, alla fine del secolo ancora ribollono nelle falde sommerse
di una terra regolata dai soli criteri dell’accumulazione infinita e della
competizione sfrenata, il cui limite è solo artificio e tregua di
guerra, nella più totale assenza di rispetto per uomini
e natura.
Essendo il capitalismo diventato globale,
e avendo occupato tutti i luoghi della Terra, a contrastarlo, secondo Romano
Madera, non resta che u-topia, ossia quel non-luogo dove si sono rifugiati
o sono stati confinati, spinti sia da destra sia da sinistra, personaggi,
idee, proposte, finiti nell’unico posto al mondo che accetta tutti i detriti
della storia.
Da questo non-luogo non possono nascere,
oggi, organizzazioni di contrasto, strategie di riscatto o rivoluzioni
liberatorie, ma solo una chiamata che viene dal futuro, dalle sorti future
della terra e dell’uomo, simile alla chiamata che un giorno mosse Abramo
a lasciare la sua casa, la sua terra, il suo popolo, per diventare il padre
di una popolazione utopica, all’epoca senza luogo, come senza luogo è
già il nostro abitare sulla terra.
Infatti l’unica civiltà che
si va diffondendo, a scapito di tutte le altre possibili espressioni tradizionali
e non, è la civiltà del profitto, che oggi appare come l’unico
generatore simbolico dell’ordine che deve regnare sulla terra e della partizione
dei ruoli che gli uomini, sia quelli affamati sia quelli sazi, devono rigorosamente
assumere per avere diritto di cittadinanza.
Indice-sommario dei primi diciannove
numeri di “Ethica”
(01) Marzo 1989
[Presentazione] (Redazione)
Spinoza, de consolationis philosophia
– Irene Prato
Le concept de la liberté
chez Spinoza – Guido van Suchtelen
Id., traduzione italiana (Red.)
(02) Giugno 1989
[Informazioni] (Red.)
Spinoza, Benedetto-Toscano –
Irene Prato
Verso un altro metodo per studiare
l’Ethica – Robert D. Abraham
(03) Settembre1989
[Informazioni] (Red.)
Il problema dell’energia – Irene
Prato
Fausto Socino / un importante
anniversario (Red.)
Il concetto spinoziano di nozioni
comuni: un’interpretazione funzionale
(1a parte) – Robert D. Abraham
(04) Dicembre 1989
[Informazioni] (Red.)
Ethica: appunti per una traduzione
in lingua corrente – Irene Prato
1539 – 5 dicembre – 1989 / Fausto
Socino – Irene Prato
Il concetto spinoziano di nozioni
comuni: un’interpretazione funzionale
(2a parte) – Robert D. Abraham
Pensieri sull’unione delle Chiese
– Renato Peri
(05) Marzo 1990
[Informazioni] (Red.)
Notizie per una prima conoscenza
di B. Spinoza – Albert G. Ramsperger
1539 – 5 dicembre – 1989 / Fausto
Socino (trad. francese e inglese) (Red.)
(06) Aprile 1991
[Corrispondenza col Collegio
Rabbinico Italiano a proposito del Bando di scomunica
contro lo Spinoza] (Aedes Spinozana)
Benedetto è colui – Irene
Prato
[Tito Benvenuto e il suo “ritratto”
di B. Spinoza] (Red.)
(07) Dicembre 1992
[Ricordo di E. Giancotti] (Red.)
Affinità di spiriti e
di forme in B. Spinoza e in L. A. Muratori – p. Nereo Atri
La logica fondamentale nell’Etica
spinoziana – Giovanni Croce
Spinoza in convento – Renato
Peri
(08) Marzo 1994
[Riflessioni] (Red.)
Tra necessità e libertà:
Spinoza, Bloch e Lukács – Nino C. Molinu
(09) Maggio 1995
“Trattato di Metafisica razionale”:
una nuova Prefazione all’Etica di Spi-
noza – Gary Sugar (trad.
di R. Peri)
Anti-Lucretius, Anti-Spinosa
– Irene Prato
Spinoza in verso sciolto (Red.)
(10) Dicembre 1995
[Presentazione di I. Zangwill]
(Red.)
Il fabbricante di lenti – Israel
Zangwill (trad. di I. Prato)
(11) Marzo 1996
[Informazioni] (Red.)
Materia e movimento nella teoria
fisica spinoziana – Lucia Nocentini
[Spinoza e la Beatitudine] –
John Wild
Sopralluogo – Irene Prato
(12) Ottobre 1996
[Presentazione di “Aussi anciennes
que les montagnes”, di M. K.
Gandhi] (Red.)
Aussi anciennes que les montagnes
– Mohandas K. Gandhi
(13) Dicembre 1996
[Informazioni] (Red.)
Il sistema metafisico
dell’“Intero-Dio” di Spinoza in Schelling –
Paolo Zizi
La fondazione etica della politica
spinoziana tra assolutismo e consenso –
Lucia Nocentini
L’Uno-Dio-Amor in Spinoza
– Paolo Zizi
(14) Giugno 1997
[Informazioni] (Red.)
Finito-Infinito, “semplicità”
dell’Intero in Spinoza – Paolo Zizi
La Saggezza come dimensione
gioiosa e ragionevole della prassi in Spi-
noza – Lucia Nocentini
Spinoza, il plagiario – Irene
Prato
(15) Ottobre-Dicembre 1997
[Informazioni] (Red.)
Memoria di Madre Teresa di Calcutta
(Red.)
Ragione e passione fra B. Spinoza
e R. Assagioli – Ilaria Cotogni
Non lasciamo che c’interrino
i pozzi – R. Bodei (+ Red.)
Gli influssi neoplatonici
ed ebraici nella metafisica dell’ “uni-totalità” in
Spinoza – Paolo Zizi
Di quale mondo (An.)
(16) Aprile 1998
[Informazioni] (Red.)
La metafisica dell’ “Uno-Intero”
neoplatonico ed “ebraico” in Spinoza –
Paolo Zizi
Spinoza e le geometrie – Luigi
Del Rosso
“Sommario di un razionale criterio
del vivere” (l’Appendice alla IV Par- te dell’Ethica) – traduzione
italiana di Renato Peri
Avvertenza [sulla Legge 31.12.96,
n° 675] (Red.)
(17) Settembre-Ottobre 1998
[Informazioni] (Red.)
La Sostanza-Natura come manifestazione
del “materno” – Ilaria Cotogni
Spinoza e l’Inquisizione nel
1659 – Luigi Del Rosso
Symbolum – Irene Prato
(18) Dicembre 1998 / Gennaio 1999
[Informazioni] (Red.)
La “via perardua” di Spinoza
tra deontologia e politica – Lucia Nocentini
[Il sonetto “dell’ateo” di Elizabeth
Barret Browning] (Red.)
Il fondamento metafisico dell’Uno
in Spinoza e Schlegel – Paolo Zizi
La fine della civiltà
– Vittoriano Iucci (+ Red.)
(19) Giugno
1999
[Informazioni] (Red.)
Analogie
tra J. Böhme e B. Spinoza – Giovanni Croce
Metafisica
e dialettica neoplatonica in Spinoza – Paolo Zizi
Balaam,
Baruch, Buridano – Irene Prato
INDICE DEGLI AUTORI
Abraham, Robert D.: 02, 03, 04
Anonimo: 15
Atri, p. Nereo: 07
Barret Browning, Elizabeth:
18
Bodei, Remo: 15
Cotogni, Ilaria: 15, 17
Croce, Giovanni: 07, 19
Del Rosso, Luigi: 16, 17
Gandhi, Mohandas K.: 12
Iucci, Vittoriano: 18
Molinu, Nino C.: 08
Nocentini, Lucia: 11, 13, 14,
18
Peri, Renato: 04, 07, (16)
Prato, Irene: 01, 02, 03, 04,
06, 09, 11, 14, 17, 19
Ramsperger, Albert G.: 05
van Suchtelen, Guido: 01
Sugar, Gary: 09
Wild, John: 11
Zangwill, Israel: 10
Zizi, Paolo: 13, 14, 15, 16,
18, 19
Il
Notiziario viene proposto, con assoluta parzialità, a chi si occupa
professionalmente di B.Spinoza e dello spinozismo e a chi, semplicemente
per propria cultura e per interesse all'equilibrato sviluppo dell'umanità,
può gradire di saperne di più.
Ci
si abbona mediante semplice richiesta accompagnata da rifusione del costo
del periodico.
Non
contiene pubblicità.
Composto
in proprio.
Riprodotto
(solo per l'edizione cartacea) nell'Officina Grafica di Giorgio Brghigiani
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