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Lettera di un panteista
Anonimo

Lettera di un Panteista

Il panteismo fornisce il concetto più realisticodi vita dopo la morte e la base più solida per etiche ambientali.E' una religione che non richiede fede, ma semplice senso comune, nessunaaltra rivelazione che quella data a chi apre gli occhi e la mente all’evidenza,nessuna chiesa, nessun sacerdote che non sia il sé stesso. Spinoza,il primo panteista moderno, disse: "Ciò che è, èin Dio, e senza Dio nulla può essere, o essere concepito." Spinozanacque ad Amsterdam nel 1632, in una famiglia di ebrei emigrati per persecuzionein Portogallo. Studiò a almudic, ma le sue idee presto divenneroanticonvenzionali. La comunità ebraica temendo una rinnovata persecuzionea causa di tali idee considerate cariche di ateismo, cercò di scoraggiarlo.A Spinoza furono offerti mille fiorini per tenere quieti i suoi punti divista, ma egli rifiutò. All’età di 24 anni, fu chiamato acomparire davanti una corte di rabbini e solennemente scomunicato. Spinozarifiutò tutte le ricompense e gli onori, e dette via a sua sorellala propria parte dell’eredità di suo padre. Di quella ereditàaccettò, per sé, solo un letto. Egli si guadagnò davivente come un umile lavoratore di lenti. Morì, nel febbraio 1674,di consumo, probabilmente a causa della polvere del vetro macinato cherespirò nel lungo tempo al suo banco da lavoro. La sua filosofiaè compendiata nell’Etica, un lavoro molto astratto, che non esprimeapertamente l’amore per la natura che ci si potrebbe aspettare da qualcunoche ha identificato Dio con la natura. Il punto d’inizio di Spinoza nonè la natura o il cosmo, ma una pura definizione teoretica di Dio,quindi, il suo studio procede alla verifica delle sue conclusioni con unmetodo modellato sulla geometria, attraverso definizioni rigorose, assiomi,proposte e corollari. Nessun dubbio, in tal modo Spinoza suppose di costruirela sua filosofia sulla più solida roccia, ma il metodo, come alcuniargomenti e definizioni, spesso sono poco convincenti. Spinoza credevache tutto ciò che esiste è Dio. Tuttavia, lui non ha tenutoconto dell’ottica reciproca secondo la quale Dio non è altro chela somma di quello che esiste. Dio ha qualità infinite, delle qualipossiamo percepirne solo due, pensiero e grandezza. Dunque, Dio deve ancheesistere in dimensioni molto oltre quelle del mondo visibile. Significativamente,Spinoza intitolò il suo capolavoro "Le Etiche". Egli derivòuna morale dedotta da principi fondamentali, e così le sue etichefurono strettamente connesse alla sua ottica di "Dio o natura" come tutto.Il bene più elevato, asserì, è la conoscenza di Dio,la quale è capace di trarre libertà dalla tirannia attraversole passioni, la libertà dalla paura, mutare la rassegnazione e laaccettazione del destino in vera beatitudine. Al principio Spinoza fu ingiuriatocome un ateo, e, certamente, il suo Dio non è il Giudeo-CristianoDio convenzionale. I filosofi della diffusione della cultura misero inridicolo i suoi metodi, non senza alcun motivo. I romantici, però,attratti dalla sua identificazione di Dio nella Natura, lo salvarono dall’oblio.

Basi concettuali del panteismo di Spinoza:

Null’altro esiste che Dio.

Dio è uno, ovvero, solo una entità puòessere nell’universo.

Ciò che è, è in Dio, e senza Dionulla può essere, o essere concepito.

Dio è l’insieme e non la causa transitoria di tuttecose. Tutte cose che esistono, sono in Dio. Oltre a Dio non ci puòessere sostanza, cioè, nulla in se stesso è esterno a Dio.Dio è la forza che conserva in esistenza le cose. Benchéciascuna cosa è condizionata da un altra nell’esistere in un certomodo, comunque la forza per la quale ciascuna cosa permarrà in esistenzaderiva dalla necessità dell’eterna natura di Dio. Le cose individualisono espressioni degli attributi di Dio Le cose individuali non sono altroche modificazioni degli attributi di Dio o modi attraverso i quali gliattributi di Dio sono espressi in una precisa maniera.

Non ci sono cattivi

La perfezione delle cose è definita solo dallaloro propria natura e potere; le cose non sono perfette più o menoa seconda che dilettino od offendano i sensi umani, o a seconda che sianoutili o ripugnanti all’umanità.

La conoscenza di Dio è il più alto bene

L’amore intellettuale della mente verso Dio è partedell’infinito amore col quale Dio l’ama se stesso. L’amore di Dio versogli uomini, ed l’amore intellettuale della mente verso Dio, sono la medesimacosa. Il più alto bene della mente è la conoscenza di Dio,e la virtù più elevata della mente è tendere a conoscereDio. La mente umana ha idee dalle quali essa percepisce se stessa ed ilsuo proprio corpo e corpi esterni come attualmente esistenti; perciòessa ha una conoscenza adeguata dell’essenza eterna ed infinita di Dio.La nostra felicità più alta è nella conoscenza didio. Noi possiamo chiaramente capire quanto lontano fuori strada da unavera stima di virtù sono quelli che aspettano di essere premiatida Dio con alte ricompense per le loro virtù; come se le virtùed il servizio di Dio non fossero in se stesse felicità e libertàperfette.

Imparare a vedere Dio in tutte cose

La mente è in grado di assimilare il concetto,che tutte modifiche fisiche o immagini di cose possono essere riferiteall’idea di Dio. Più capiamo cose particolari, più capiamoDio. Colui che chiaramente e distintamente capisce se stesso e che conemozione ama Dio, molto di più, in proporzione, andrà a capirese stesso e le proprie emozioni. La nostra mente, nel conoscere se stessaed il corpo nell’intervallo di eternità della propria vita, ha perestensione, in tale conoscenza, necessariamente una conoscenza di Dio,e sa che è in Dio e che tale conoscenza è concepita ed attraversoDio.

Accettazione del destino

Quando noi riconosciamo in Dio la causa della nostra penanoi comprendiamo che in Dio esiste una compensazione a tale pena. Nullache accade avviene senza una compensazione, così una nostra penaè sempre il reciproco opposto necessario a vantaggio di qualcunoo qualcosa al di fuori di noi stessi. Il bilancio di Dio è semprein pareggio. L’uomo saggio è tuttalpiù appena turbato nellospirito. Nell’essere conscio di se stesso, di Dio, delle cose, da una certaeterna necessità, mai cessa di essere equilibrato e possiede semprevera acquiescenza del suo spirito. La mente ha potere più grandedi sopra l’emozioni ed è più affidabile, perché capiscetutte cose come necessarie, per esistenza ed accadere, per via d’una catenadi infinite cause. Perciò, la mente aiuta ad essere meno soggettial sorgere delle emozioni verso le cose.

Dio non opera con una fine in progetto

Per l’Essere eterno ed infinito, che chiamiamo Dio, gli atti hanno la stessa necessità di eternità ed infinitezzacome quella dalla quale provengono. Perciò, Dio non opera nell’interessedella fine, di nulla.

Dio è indifferente verso gli individui

Dio, nella propria eterna compensazione delle cose, è senza passioni, né è affetto da qualsiasi emozione di piacereo pena. Per questo, Dio non ama neppure singoli particolari di séstesso e quindi colui che ama Dio non può attendersi che Dio dovrebbeamare lui in ritorno.

Considerazioni Personali:

Mentre ho accolto con sollievo le basi della dottrinapanteistica di Spinoza perché mi sentivo come un isola in un oceanoper le mie idee religiose, la sua cruda obiettività mi lascia sconcertatoe svuotato di molti valori. Nella considerazione che il bene ed il malesono equivalenti agli occhi di Dio, e che, quindi, Dio e satana sono ununico concetto, il miei sensi si ribellano. Si potrebbe cadere nello erroredi credere che, se non esiste differenza etica tra il bene ed il male poiché rappresentano i due lati della stessa medaglia, non abbia senso viveresecondo valori spirituali: che durante la nostra vita si faccia del beneo del male... nessuna conseguenza! Nulla di più sbagliato. Le basi dottrinali panteistiche di Spinoza sono oro puro ed incorruttibile, ma,non sono tutto l’oro puro che c’è. Nella continua ricerca di Dio che gli uomini -e le donne, ma parlerò al maschile, per brevità di superiore spiritualità continuano ad operare per tutta la propriaesistenza, si scopre molto di più di quello che Spinoza si accontentòdi trovare. C’è da tenere presente un particolare fondamentale: Spinoza era di fede ebraica e non era cristiano. Un cristiano che approdaal panteismo non vede crollare il proprio universo spirituale come puòun ebreo. Tutto quello che cambia è il concetto umano di Dio che prima era necessariamente ancora meno chiaro e l’idea di ricompensa chesi avrà dopo la vita terrena. Nella morale nulla cambia. IntegrazioniDottrinali in relazione al cattolicesimo-non al cospetto di Dio, ma inDio La nostra anima esiste divisa da Dio, per breve tempo, solo perchéabbiamo coscienza di noi come individui, ma l’individuo finirà,prima o poi. Quando moriremo non ci sarà la nostra piccola coscienzadi fronte a quella infinita di Dio per essere giudicata: Dio ci giudicain ogni attimo della nostra vita, e reagisce prontamente attraverso altrecoscienze provvisoriamente disgiunte da Lui: il nostro prossimo, noi stessie tutto ciò che ci circonda e che è interessato alle nostreazioni . Il vero premio dopo la morte è smisuratamente piùgrande di quello che potrebbe essere incontrare Dio: il premio è perdere il grosso limite della nostra coscienza -caratterizzata dal monodirezionalee spezzettato pensiero- e tornare in Dio, nel bene, nella coscienza dellatotalità delle cose intese come tutto ciò che è materia,energia, eventi e spirito. In vita, esiste un uomo cosciente ed un’animache "dorme" e forse "sogna". Nella morte l’Io cosciente non esiste e lanostra anima è Dio. Nel sogno della nostra anima vediamo la nostraindividualità, piccola ed insignificante al mondo, dotata di unacoscienza che autosserva se stessa come attraverso un potentissimo microscopioil quale ne ingigantisce la pretesa importanza. La nostra anima accusala nostra coscienza di presunzione nella sua attesa di porsi "distintamente"a cospetto di Dio. Questo i cattolici lo sanno e vogliono ignorarlo: Luciferoprese coscienza di sé paragonandosi al Creatore e fu scacciato.Adamo ed Eva presero coscienza del bene e del male e furono scacciati.L’unica coscienza ammissibile al di là della vita terrena èquella di Dio. Non ci basta riunirci nella coscienza globale del Tutto?Non ci basta una TALE coscienza? dobbiamo proprio portarci dietro questanostra miserabile coscienza solo perché è la nostra e nonce la toglie neanche Iddio? Non è questa superba presunzione? Nelmondo terreno, quello che noi ci definiamo "Coscienza" oppure "cognizionedi sé stessi", è solo un piccolo, inefficace, primitivo strumentonecessario a pensare, per poter scegliere, per non commettere errori chesarebbero dannosi alla nostra personale e reciproca miserabile esistenzain vita.

Un paradosso della cristianità è la pretesadi presentarci, oltre la morte, con una distinta coscienza al cospettodi Dio mentre ciò sarebbe sfidarne ancora una volta la pazienza!Figlio Dell’Uomo, Figlio Di Dio

Gesù, il Cristo , il Nazareno, il Figlio Dell’Uomo...e noi, miseri uomini, figli di Dio! Come ho potuto accettare da cattolicotanta presunzione e da spirito proteso alla Verità, tanta confusione? Del figlio di Dio, l’uomo, so che è davvero il figlio di Dio; perchéogni uomo nasce dalla materia, dall’energia, dagli eventi ed ha uno spiritocostituito dai suoi personali sentimenti e dalla propria ricerca di Dio.Come la scienza della fisica ci insegna, la materia tende a agregarsi in se stessa -gravitazione, aggregazione molecolare- . Similmente, come sappiamo,l’uomo tende a Dio e questo avviene perché ha un’anima che deveriunirsi alla propria sostanza. Ma perché il vento, il sole, ilfreddo, una nuvola o un sasso, perché un colore, un suono, le stelle,una pianta o un animale non sufficientemente cosciente non cercano Dio?La risposta è scontata: non sono singolarmente coscienti o non losono abbastanza da esserne distratti e depistati al punto di porsi il dubbio.Le domande nascono dal dubbio, ma essi "sono", e basta, sono parte di Dio,parte di "Colui che E’", come si vuole che il Dio del vecchio Testamentodichiarasse, di propria voce, d’essere. Ma cosa so io del "Figlio dell’uomo",Di Gesù? Forse so quello che disse, ma certo so ciò che nonvolle dire a uomini della cultura di duemila anni fa’, e so dei Suoi dubbi,dei Suoi compromessi. So che attorno a Lui molti interessi si mossero,e molti che lo seguirono da vicino riportarono quel che vollero riportare.Ma Gesù esistette al di fuori di ogni dubbio, ed Egli fu il primopanteista, il primo ad avere il carisma del conoscere Dio. Dopo di Luimolti ci sono stati, ma nessuno ebbe più la volontà di istruirespiritualmente e civicamente il prossimo a rischio della propria vita.Conoscere Dio. E’ questo un carisma sconvolgente. Chi trova Dio viene disilluso,in un primo momento. Da cattolico credevo che Egli fosse un dolce padrea cui potermi rivolgere per essere ascoltato ed esaudito nelle mie preghiere,ma, quando Dio si mostra a qualcuno e questi ne accetta l’essenza, quell’uomonon ha e non avrà più bisogno di verità adattate,di promesse e minacce per condurre una vita degna agli occhi di Dio. Nelmomento della rivelazione inizia un travaglio, nel momento della comprensionee della accettazione avviene la nascita del Cristo e cioè dell’uomoche conosce la propria vera natura e la riconosce in Dio. Essere Cristovuol dire non essere più l’uomo-bambino, vuol dire essere custodidella Verità e questa è, a volte, sconvolgente, grave, scomodae difficile da accettare. Si sente la responsabilità di interveniresulle leggi morali umane, si sente il dovere di mentire affinchéi meno maturi non sappiano e si preferisce predicare loro il "timore diDio" e, come a bambini, si trova la opportunità di promettere ricompensee minacciare punizioni. Essere Cristo implica lo abbandono della pretesadi essere un individuo a se stante dopo la morte. Significa aver coscienzache il bene ed il male dipendono da noi, che abbiamo ampia delega da partedi Dio a esaudire noi stessi le nostre stesse preghiere rivolte a Lui.Significa sapere che è cieco colui che pensa che il paradiso pernoi -come individui- verrà poi, mentre il paradiso è la grandegioia nel momento in cui vediamo il risultato del bene, quando lo facciamoagli altri. Chi non sa concepire tale gioia non si rende conto che in quelmomento diamo il paradiso a noi ed a chi ottiene il nostro bene. In quelmomento noi siamo coloro che graziano, che esaudiscono le preghiere, siamolì nel nostro ruolo divino mentre "Gesù", non unico nomedi Dio, idealmente ci sorride e ci approva perché con le buone azioninoi siamo la sua nuova carne, le sue nuove braccia, perché siamoCristo. Per tutto questo io credo in Gesù e lo credo fratello. Eglinon fu "il Figlio dell’uomo" ma un "figlio di Dio". Egli, come "Cristo"non poteva giacere in una tomba, così dispose di far scomparireil proprio corpo in modo che si intendesse ché "Cristo" non èsoggetto a morire: Cristo vive ed esiste in chiunque ne sia degno, èLui che esiste quando qualcuno è degno e non il degno stesso. "Cristo"è l’uomo che ha Dio non soltanto nel cuore, ma -e qui è ladifferenza- nella propria coscienza. Chi non comprende tutto questo fabene ad avere timore di Dio poiché, non essendo maturo, ha bisognodi preghiere, necessita di promesse di premi e di punizioni per vivererettamente. Ma Dio tutto è fuorché immaturità. Un"figlio di Dio" ha la natura di Lui e non può -e non "non deve"-essere immaturo. "Figli di Dio" non si nasce, ma lo si diventa quando siperde la presunzione e l’egoismo, quando si accetta la Verità perquella che è; quando si rinuncia alla propria individualitàe votandosi al bene si fa proprio il ruolo di Cristo. Quanto poi alla naturadivina di Gesù, non ho dubbi, così come non ne ho su quelladegli altri uomini... ed allora? qual è la sostanziale differenzatra noi ed il Gesù che fu Cristo? La differenza è tutta nelrisultato ottenuto nella ricerca di se stessi, in ciò che si accettadi essere e, dunque, si riesce ad essere dopo aver cercato. Nessuno nasceatleta, ma gli atleti che valgono sono nati predisposti. Così ognunodi noi è un mistico nella propria natura, ma, si nasce con misurediverse nei doni della spiritualità, della bontà, forza d’animo,spirito di sacrificio, generosità, sensibilità, altruismoe, tra le tantissime altre cose, dell’intelligenza per comprendere qualesia la via da percorrere affinché l’uomo non atrofizzi, in terra,la propria parte spirituale, riducendosi, così, unicamente a quellapoca cosa percepibile che, fra l’altro, è.

Predicazione del panteismo

A differenza della maggior parte delle religioni, la dottrinapanteistica non è opportuno che sia predicata. Il panteismo nonè una religione adatta alla stragrande parte della gente. Ancoraoggi, la maturità media dell’umanità è ancora insufficiente.L’uomo che cerca Dio, il più delle volte, cerca per due motivi principali,il primo è ottenere aiuto, il secondo è conoscere cosa c’èdopo la morte. In questa ricerca, la mente matura arriva alla Veritàperché ha guardato oltre le cose umane, mentre la maggioranza deglialtri non ha cercato veramente Dio, ma qualcosa che potesse tornargli utile.Così, si crede ai santi perché sono amici di Dio e pregandolisi può barare un po’ e forse avere una grazia più facilmente.Si va dentro le chiese perché la casa di Dio è la casa delmassimo genitore. Si va dai preti perché li crediamo intermediaritra le nostre preghiere ed i santi, la Madonna e Dio. Mentre i preti?.Un panteista non ha chiesa. Ovunque egli vada, sa di essere parte Dio emai prega Dio tutto, ma prega quelle parti di Dio competenti l’argomentodel bisogno.

Il Dio genitore

Quando nasciamo, saremmo condannati a morte certa se nonavessimo una madre che ci assiste. Questa necessità diminuisce congli anni, fino a sparire nella maturità. Eppure, se la necessitàtermina, non termina affatto il desiderio di avere chi ci assiste. Se lenostre sole capacità non bastano a risolvere i nostri problemi,l’impulso di rivolgerci ad altri per farci assistere è immediato,ma nel contrattare il corrispettivo per avere l’altrui aiuto, non puntiamoforse sull’ottenere il massimo dando a nostra volta il minimo? Chi èdisposto a darci tutto senza attendersi nulla in cambio se non un genitore?A causa di questa umana inestinguibile predisposizione a pregare il genitoreaffinché sostenga il bisognoso figlio, l’uomo ha identificato inDio il genitore massimo, gli ha fornito connotati umani. Questo ingenuoerrore è scusabile nella misura in cui chi crede ciò èirriflessivo ed immaturo.

L'accusa rivolta a Dio

Quante volte abbiamo sentito dire -se non l’abbiamo pensatonoi stessi- che, giacché c’era, Dio poteva anche creare il mondoun po’ migliore di come l’ha fatto? Erratissima critica. Il mondo èperfetto così come è, siamo noi che ci crediamo i padronidel mondo e, nell’ambito della nostra specie, ogni singolo individuo umanopensa che il mondo avrebbe dovuto essere creato come perfetto ambienteper sé. E’ la presunzione umana che rende il mondo imperfetto agliocchi dell’umanità. Quando il leone uccide la gazzella, questa muoreed il leone vive; altrimenti il leone muore e la gazzella vive. Perchéil leone non va a lavorare per vivere? Forse perché non èla sua specializzazione lavorare? Il leone uccide perché la suaspecializzazione sta nell’evitare che si riproduca quella gazzella chenon sa scampare alla sua cattura, e che quindi non è il massimodella perfezione, tra le gazzelle. Ci sono poi casi rari che costituisconoeccezioni. Ma le eccezioni fanno parte del Divino laboratorio.

Dio scienziato

Immaginiamo Dio immerso in quella infinita parte si séche è il tempo: Egli ha in sé stesso anche tutte le scienzee tutto il necessario a fare tutto, ma... Non avendo il limite della vitaa tempo determinato, che senso avrebbe "fare" una cosa perfetta? Immaginiamoche Dio facesse il leone perfetto, e cioè quello in grado di catturarequalunque gazzella. immaginiamo poi, che, contemporaneamente, egli facesseanche la perfetta gazzella, e cioè quella in grado di sfuggire aqualunque leone. Ora, vedete, due perfezioni di fine opposto si annullanoreciprocamente e, pertanto, il "perfetto" leone e la "perfetta" gazzella,già sul proprio comparire al mondo sarebbero presto destinati allafine. Il leone morirebbe di fame e la gazzella si riprodurrebbe anche damalata e darebbe al mondo figli malati. Presto anche la gazzella sparirebbe.

La divina perfezione

Come l’esempio precedente ci rende chiaro, la perfezione,intesa come eccelso grado di una particolare caratteristica in una cosa,è un asintoto, ovvero, un traguardo non raggiungibile. Per Dio,che è concettualmente il Tutto, e che ha in sé stesso tempopluridimensionale ed infinito in ogni direzione e verso, gli asintoti delleperfezioni costituiscono i fini da raggiungere. Infinite varianti nascononei tempi e procedono nella loro "voluzione" puntando all’asintoto dellaperfezione osservate secondo il verso dell’evoluzione, e puntando versola propria origine osservandole nel verso della loro involuzione. L’unicoverso che consente ulteriori infinite varianti, non è l’involuzioneche conduce alla origine, ma è la evoluzione, che tende eternamenteall’asintoto della perfezione. Per ciò, nell’eternità deltempo, le infinite varianti dovrebbero sviluppare tutto il possibile nellepossibili scienze mentre tutto tende, nella propria evoluzione, alla perfezione.

Lo scopo dell’uomo

Dio è il tutto.

Il tutto tende alla perfezione.

Tutte le parti del tutto tendono alla perfezione.

Lo scopo di Dio è fare esistere tutto, affinchétutto specializzi le proprie caratteristiche verso una perfezione che nonbasta mai a se stessa. Pertanto, lo scopo dell’uomo è tendere amigliorare se stesso nelle proprie specifiche attitudini.

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PASSIONI E OBBEDIENZA NEL PENSIERO DI HOBBES E SPINOZA (Tito Magri e Remo Bodei)

di
Susanna Filippini, Irina Mai, Roberta Ognibene






Nella tradizione filosofica, almeno a partire da Platone,le passioni sono state considerate responsabili di disordini, di conflittie di incoerenze nella condotta umana, sia individuale che collettiva.

Anche in Hobbes è presente questa idea; tuttaviaegli raggiunge la sua massima originalità, secondo il professorMagri, sostenendo che anche la ragione può essere causa, in determinatecondizioni, di turbamenti.

Ma che cosa intende Hobbes per ragione?

A quest'ultima egli attribuisce due caratteristiche principali:essa è artificio ed è calcolo. In quanto artificio, la ragionenon è parte della natura umana, non è innata, non èl'essenza dell'uomo, ma è una sua acquisizione. In quanto calcolo,la ragione può essere applicata a qualsiasi oggetto, non ha contenutipropri: gli uomini infatti possono essere razionali sia nella conoscenzasia nella condotta, senza aver bisogno di contenuti cognitivi, di idee,di concetti di ordine superiore a quelli derivati dall'esperienza e senzanecessitare di particolari desideri o appetiti imposti dalla ragione. L'uomo,quindi, può conoscere la realtà sottoponendo a semplice calcolole idee e le impressioni sensibili derivate dal mondo. Analogamente, eglipuò agire razionalmente a prescindere dal tipo di desiderio chevorrà soddisfare (che potrà quindi essere anche di tipo sensibile),calcolando e valutando i mezzi per ottenerlo e le conseguenze che essocomporta.

In base a ciò è possibile, secondo il prof.Magri, sostenere che le passioni hanno per Hobbes essenzialmente unruolo di motivazione,in quanto sono l'impulso che sta alla base diqualsiasi azione umana.Le passioni e la ragione sono pertanto due elementicomplementari, profondamente diversi tra loro anche se entrambi necessarialla condotta umana.

Ma come entrano questi due elementi nella teoria politica?Per comprenderlo, è necessario partire dalla definizione distato naturale in Hobbes.

Lo stato di natura è un'ipotesi di partenza, un'astrazione,introdotta per spiegare la fase antecedente alla creazione dello statocivile. Esso è uno stato di anarchia, di guerra di tutti controtutti. Ma la causa di questa guerra sono le passioni o la ragione?

Nelle opere anteriori al Leviatano, le passioni sono ilfattore diretto che provoca il conflitto, in quanto esse finiscono conlo spingere l'uomo ad agire in modo irrazionale, incoerente e disordinato,in vista del soddisfacimento dei suoi desideri, che sono spesso profondamentediversi e in contrasto con quelli degli altri uomini. Nel Leviatano invece,e precisamente nel capitolo sullo stato di natura, il ruolo delle passioni,secondo il professor Magri, è decisamente ridotto: non vi èpiù una inimicizia naturale, che scaturisce da una disposizioneconflittuale degli uomini; è invece presente l'idea che il conflittonasca dalle passioni umane, attraverso una mediazione di tipo razionale.Infatti gli uomini, che avvertono le necessità di vivere inpace e di seguire, a tale scopo, le "leggi di natura", finiscono, in basea un calcolo razionale, per infrangerle: niente, infatti, assicura chegli altri uomini le rispetteranno, per cui, volendo evitare di essere sopraffatti,diventa razionale per ognuno essere il primo a non attenervisi. Quindi,se gli uomini sono in conflitto non perché ottenebrati da passionio animati da impulsi irresistibili, ma perché ragionano, compitodella politica sarà quello di togliere quell’elemento che renderazionale per questi individui l'aggredirsi e lo scontrarsi a vicenda,cioè la condizione di anarchia. L'istituzione dello Stato chiuderàquel ciclo di sospetti e diffidenze reciproche, che porta razionalmentel'uomo al conflitto.

Di qui deriva, ha concluso Magri, un aspetto essenzialedello Stato moderno: per Hobbes, esso non ha un compito educativo, nondeve intervenire sulla mente degli uomini per educarli ad una condottanon passionale; ciò,infatti, non avrebbe senso, in quantonon sono le passioni, ma è la ragione stessa, condizionata dalfatto di dover agire ed esprimersi in condizioni di anarchia, a portareal conflitto. È l'anarchia che va combattuta, attraverso l'istituzionedi uno Stato che sarà sovrano, ma neutrale rispetto alla sferadella coscienza e della psicologia dell'individuo.

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Nel definire che cosa siano le passioni, Spinoza,secondo il prof. Bodei, va chiaramente contro la tradizione, in quantonon le considera dei turbamenti dell'animo, ma delle forme di conoscenza,da cui nessun uomo, neppure il più saggio, può completamenteevadere. Le passioni, in quanto passività, sono infatti inevitabiliper l'uomo, che, essendo una parte della natura, subisce la prepotenzadelle cause esterne. Anzi l'uomo è prevalentemente un essere chesubisce, e tutta la sua lotta consiste nello sfruttare al meglio le possibilitàdi gioia che la natura gli offre.

Le passioni in sé non sono né buone nécattive. Tuttavia la loro trasformazione in affetti attivi, mediantedei passaggi progressivi (transitiones), può portare l'uomo a unamaggiorfelicità o gioia (laetitia), fino a fargli raggiungere il massimodella beatitudine, l'amore intellettuale di Dio.

Una differenza fondamentale rispetto a Hobbes sta proprionel fatto che, mentre quest'ultimo nega l'esistenza di un fine, di un beneassoluto, per Spinoza tale bene assoluto esiste, limitato però alsaggio, che tuttavia cerca di trasmetterlo alla comunità in cuiè inserito.

Inoltre, ha sottolineato Bodei, la gioia e la felicitàper Spinoza non consistono, come per Hobbes, nell'autoconservazione o nellaricerca continua e spasmodica del successo, bensì si basano sull'espansionedi sé, sulla dilatazione della possibilità di vivere meglio,ed è proprio con il metro della "vis existendi" (potenza di esistere)che l'uomo misura ciò che per lui è un bene maggiore o minore.È sulla base di questo metro che Spinoza combatte contro la paurae contro la speranza, passioni, secondo lui, legate all'obbedienzadell'uomonei confronti dello Stato e della Chiesa, che le utilizzano come strumentidi oppressione. L'uomo è quasi sempre vissuto infelice, proprioperché la paura l'ha reso passivo e la passività l'ha resostrumento dell'oppressione altrui.

Bodei ha ricordato che, secondo Spinoza, potere e dirittocoincidono: quindi, se un uomo ha il potere di fare qualcosa, ègiusto che lo faccia. L'unico colpevole dell'oppressione, anche se senzasuo demerito, è perciò chi la subisce, in quanto non ècapace di sottrarsi al mondo passionale in cui è immerso.

Come ovviare a questa situazione?

L'unica soluzione, per Spinoza, è che tutti abbianoun potere più o meno uguale. Si tratta, cioè, di creareuna democrazia,la quale, richiedendo meno sacrifici all'egoismodi ciascuno, faccia vivere gli uomini in uno stato di maggior sicurezza.Questa condizione, garantita dalla democrazia, priva l'uomo di paurae di speranza e consente con ciò di abolire la superstizione, favorendodi conseguenza il sorgere della ragione. Sono infatti queste due passioni- paura e speranza - le cause principali della superstizione e dell'irrazionalità.

Ed è da qui che, secondo Bodei, scaturisce un'altradifferenza molto importante rispetto ad Hobbes: mentre questi sostieneche la paura è il movente della condotta razionale umana e che essacontinua anche dopo la fondazione dello stato civile, Spinoza ritiene cheessa non faccia nascere la ragione, bensì la inquini e le sia contraria,in quanto rende l'obbedienza meccanica e passiva, facendo in tal modo regrediregli uomini alla condizione di bestie o di automi. Secondo Spinoza,infatti, la ragione non nasce dalla paura, bensì dalla sicurezza.

Tuttavia questo tipo di sicurezza offerta dalla democrazia- ha precisato il prof. Bodei - vale per le moltitudini, non per il saggio.Il saggio è, secondo Spinoza, colui che è capace di modificarese stesso, non tramite l'obbedienza a padroni esterni (la Chiesa o lo Stato)o a padroni interni (una ragione e una volontà contrapposte allepassioni), bensì mediante la trasformazione delle passioni, chesi ottiene quando un affetto più gioioso ne vince un altro menogioioso. Il saggio, caratterizzato dallo slancio, dall’"amor Dei intellectualis"riconosce che il meglio è ciò che lo espande come esseresociale, che lo fa crescere assieme agli altri.