"Note
sulle influenze spinoziane ne I giganti della montagna di Luigi
Pirandello"
di
Giovanni
Croce
Rappresentato per la prima
volta al Maggio Musicale fiorentino al Giardino di Boboli di Firenze nel
1937 i "Giganti della Montagna" segna non tanto la fine delle opere pirandelliane
quanto semmai un nuovo inizio della critica all'Artista che, con questo
testamento, ha voluto segnalare la complessa, e quanto mai attuale, connessione
tra poesia e recitazione teatrale. Il testo, lasciato incompiuto per la
sopraggiunta morte di Pirandello, sembra quasi, se letto attentamente,
non aver bisogno di una fine: non sembra infatti necessaria ai fini della
valutazione iniziale che lo scrittore voleva rappresentare, la necessità
di leggere ulteriore storia dopo quella che chiude il III atto.
Le ragioni di queste
note sui "Giganti" nascondo da una considerazione: nell'atto III il personaggio
di Cotrone parla agli astanti esponendo quella che è la sua teoria
sulla vita e sul suo mondo, teoria sul sogno e sulla rappresentazione del
sogno, tra attuazione necessaria di un onirico presentarsi ai vivi di situazioni
che altrimenti essi relegherebbero al loro inconscio, mentre invece si
fanno reali nella sua casa.
A me sembra che tale
teoria per il modo in cui è esposta richiami alcuni concetti spinoziani,
concetti che esporrò tra breve e che, pur richiamando lo Spinoza
nella sua filosofia, non sono indice che Pirandello conoscesse né
tale pensiero né che volesse presentarlo all'interno di una sua
opera così importante.
Lungi dall'essere io
un critico, non esprimo nessuna nota critica ma considerazioni sulle possibili
connessioni tra Pirandello e Spinoza.
La storia nasce da una
compagnia di scalcinati quanto seriosi personaggi in una foresta immaginaria
lontana dalla città (è da notare che la città è
lontana e che l'azione si svolge in un casolare abbandonato di vecchi nobili
e i personaggi sono tutti poveri ma non di spirito). Ad un certo
punto una compagnia di teatranti arriva e, tra discorsi inerenti a varie
vicissitudini della compagnia, si crea un connubio tra i primi e questi
ultimi arrivati, composti fra l'altro di un conte e di una contessa. Essi,
a capo della compagnia di teatro viaggiante, vanno per il mondo rappresentando
un testo intitolato "La favola del figlio cambiato" testo reale di Pirandello
del 1934 e citato numerose volte in questo lavoro.
La contessa deve espiare,
quasi come peccato sociale, la morte per amore di un poeta (forse il Pirandello
stesso) il quale scrisse la "Favola" dedicandola proprio a lei. Il marito
della contessa poi ha impegnato tutto il patrimonio per permetterle di
recitare e gli attori rimasti dopo innumerevoli rappresentazioni sono i
loro fedelissimi. Alla fine giungono alla villa di questi strani personaggi,
a metà tra reali e immaginari, frutto della fantasia ma tuttavia
umani i quali li accolgono con fare gentile e intenzionati a far rappresentare
la "Favola" ad un pubblico strano, i Giganti della montagna vicina, che
celebrano un matrimonio.
Qui è il fulcro:
la rappresentazione poetica (la "Favola del figlio cambiato", testo poetico,
portato in scena da tutti) che si confronta col giudizio del mondo
moderno, rappresentato dai Giganti; questo potrebbe essere un primo tentativo
di interpretazione del testo pirandelliano, come pure il delicato rapporto
tra il testo poetico e la rappresentazione dello stesso: poesia e teatro
a confronto, l'attore in carne e ossa (un uomo) che diventa unità
immaginativa reale e non più inerente alla carta ma estrapolata
da essa, prende vita sulle scene (toccante è comunque la esposizione
che anche senza comparse la contessa porterebbe in scena comunque il testo).
I personaggi principali
quindi sono la contessa e il resto delle due compagnie, che rappresentano
forse delle caricature del nostro mondo ma pur sempre, alcuni di essi,
esseri a metà fra l'immaginazione e la cruda realtà (inclusi
accenni di omosessualità, di eterosessualità in crisi col
rapporto tra il conte e la moglie, di povertà, di emarginazione,
di problematiche artistiche). Un personaggio cardine è Cotrone,
mago che abita la villa ospitante la compagnia teatrale e che diletta gli
ospiti con prodigi ma che, ad un certo punto, esce dalla sua forma di personaggio
didascalico e acquista man mano una forma più concreta, una maturità
di vedute e di esposizione del mondo fondamentale.
Cotrone propone di rappresentare
la "Favola" davanti ai Giganti (il popolo ormai inviso alla poesia e che
rappresenta forse la società degli anni Trenta, lontana dalla poesia,
si ricordi il distacco con la poesia classica futurista, anche lessicale).
Nelle intenzioni di Pirandello, dirà poi il figlio di questi, era
di far trucidare la compagnia dagli stessi Giganti, come una punizione
della modernità davanti non tanto alla classicità (Pirandello
era consapevole del suo apporto all'evoluzione del linguaggio letterario
italiano) quanto al senso stesso della poesia e del teatro, forse più
di quest'ultimo visto l'avvento del cinema e di altre forme di comunicazione.
Sarebbe sciocco tuttavia sminuire il testo se fosse nato per questa unica
ragione: la profondità contenuta può essere con dovizia esposta
solo da un critico d'arte.
Nel III atto, in ultimo,
Cotrone espone il suo pensiero: "[...] Vivono di vita naturale, signor
Conte, altri esseri di cui nello stato normale noi uomini non possiamo
aver percezione, ma solo per difetto nostro, dei cinque nostri limitatissimi
sensi. [...]" ecco l'intera filosofia spinoziana dell'immaginazione e degli
attributi, della limitatezza umana ma veniamo con ordine. Spinoza intende
che la sostanza-Dio consta di infiniti attributi, cioè ha come proprietà
principale quella di essere una sostanza definibile per intero solo attraverso
la conoscenza dei suoi infiniti attributi ma l'uomo, purtroppo necessariamente
per sua costituzione, ne conosce solo due: il pensiero e l'estensione.
Quando la mente conosce
qualcosa chiaramente e distintamente e si fa un'idea certa e determinata
di una cosa si dice che usa un tipo di conoscenza certa e precisa (di 2°
genere), mentre se conosce limitatamente la sua conoscenza non sarà
che immaginativa, parziale e, conseguentemente, i sensi che usa il corpo
per conoscere - limitati- inducono la maggior parte delle volte ad una
conoscenza immaginativa.
La conoscenza vera è
razionale, cioè guarda all'aspetto non fisico ma trascende quasi
e comunque l'intelletto, per conoscere veramente una cosa, deve seguire
l'ordine delle cose non come appaiono ai sensi ma nelle loro concatenazioni,
i che vuol dire anche usare i cinque (o più) sensi contemporaneamente.
Cotrone si riferisce
ai fantasmi e lo steso fa Spinoza nell'Epistolario parlando degli spettri
e di come la gente pensi ad essi come esistenti quando odono voci immaginarie
ma come non siano altro che il frutto di una conoscenza parziale. Ma Cotrone
va al di là di questa ideologia perché i fantasmi gli si
presentano veri e vividi davanti, agli ospiti nella villa, nelle vesti
di manichini che senza forma si animano, le voci che si odono. Cotrone
dimostra che i fantasmi nascono all'interno di noi e non sentirli non significa
che non esistono ma che non abbiamo attivato ogni nostra facoltà
naturale per capire noi stessi, la nostra possibilità di essere
poeti.
La conoscenza immaginativa
è mancante di poesia, infatti l'arte per Spinoza è pura creazione
dell'intelletto, pura rappresentazione della mente, attività sempre
in moto. Quando la mente patisce la sua attività si limita, è
parziale. Quando l'artista crea la sua attività è totale.
Per questo i Giganti sono la prova per la rappresentazione: la prova che
il mondo della non arte è diverso, lontano, esattamente come Spinoza
diceva che "i Bruti sentono", intendendo che anche gli uomini più
incolti e ignoranti, come pure le bestie, hanno la facoltà di sentire
o emozionarsi, anche se la maggior parte delle volte è come se non
sentissero null'altro che la propria limitatezza e ne godano.
"[...] Se lei, Contessa,
vede ancora la vita dentro i limiti del naturale e del possibile, l'avverto
che lei qua non comprenderà mai nulla. Noi siamo fuori di questi
limiti, per grazia di Dio. A noi basta immaginare, e subito le immagini
si fanno vive da sé. [...] È il libero avvento di ogni nascita
necessaria [...]" Cotrone espone la vita alla libertà del pensiero,
lontano dal meccanismo di chiusura che impone essa stessa al mondo, costringendo
le cose ad essere quello che gli altri vogliono che siano.
Liberandosi da questa
apparenza, come Spinoza consigliava di liberarsi dal considerare le cose
secondo le concatenazioni che i sensi davano alla mente, l'uomo può
essere libero, ma separato dal mondo "normale" della società. Lontani
dai limiti, solo gli artisti veri e coloro che rappresentano la poesia,
gli attori appunto, riescono a dissimulare il mondo costrittivo, la realtà
apparente e a trascendere. Il ruolo di supremazia rimane comunque al poeta
che, a differenza dell'attore, crea, mentre quest'ultimo interpretando,
è solo un simulacro della propria illusione: "[...] Quei fantocci
là, per esempio. Se lo spirito dei personaggi ch'essi rappresentano
s'incorpora in loro, lei vedrà quei fantocci muoversi e parlare.
E il miracolo vero non sarà mai la rappresentazione, creda, sarà
sempre la fantasia del poeta in cui quei personaggi son nati vivi, così
vivi che lei può vederli anche senza che ci siano corporalmente
[...]"
I fantocci-attori non
sono che gli uomini che si muovono in balìa del loro creatore-mondo
oppure delle loro passioni che li tengono ancorati ad esso; il poeta è
invece l'uomo libero, l'alieno nella società, comunque l'attività
vitale creatrice. Per questo anche se la Contessa può vedere cose
che non ci sono non è detto che non ci siano realmente, esistono
nella sua mente nella sua realtà particolare.
È da definire
comunque il ruolo dell'uomo comune in quest'ottica e Pirandello, come già
detto vuoi per il destino vuoi per il suo proposito, ha lasciato i "Giganti"
finire con questo dubbio: i Giganti trucideranno veramente gli attori,
gente che mette in scena la libertà, oppure essi non capiranno ma
accetteranno che essi rappresentino la Favola? Oppure ancora, i Giganti
saranno in grado di capire la rappresentazione e in tal modo dimostrare
che il genere umano può ancora sentire la poesia/attività
libera della mente? Su questi interrogativi si pone la riflessione filosofica.