RASSEGNA STAMPA ON-LINE
"La
critica di Spinoza al concetto di miracolo. Caratteristiche e implicazioni"
di Ruggero Taradel, in: Sito Web Italiano per la Filosofia
"Sullo
Spinoza di Bayle" di Gianluca Mori (Printed version in Giornale
critico della filosofia italiana, 1988, pp. 348-367)
"Tre
lezioni su Spinoza" di Gilles Deleuze, in: Filosofia in Italia
"Remo
Bodei - La filosofia di Spinoza", intervista in: RAI Educational
"Spinoza"
in: Pagina Quacchera Italiana (documento molto interessante)
"Deleuze
la potenza della gioia" in: Rassegna stampa de L'Unità, 20/03/99
"Magnolia"
in: Cinema a Nord Ovest Sud Est (NOSE) (critica cinematografica utilizzando
il filosofo Spinoza)
"Schopenhauer,
Spinoza e il cosmo" di Sossio Giametta
in:
Corriere della Sera, giovedì 30 agosto 2001
Si
sa che Einstein prediligeva due filosofi: Spinoza e Schopenhauer. Scelta
forte. Del primo Bergson scriveva: "Si potrebbe dire che ogni filosofo
ha due filosofie, la sua e quella di Spinoza". Il secondo per Tolstoj era
addirittura il più grande pensatore del mondo. Esagerava? No, perché
Schopenhauer è il filosofo che, venendo comunque dopo gli altri,
più di tutti ha sfruttato l’Esperienza, unica nostra fonte di conoscenza.
Ma se si cerca una ragione della loro eccellenza indipendente dall’autorità,
la si trova nel loro dualismo. I filosofi dualisti hanno una marcia in
più rispetto ai monisti, che riducono tutto a materia natura corpo,
come per esempio Epicuro e Nietzsche, o a spirito idea mente, come per
esempio Anassagora e Hegel. Perché la res cogitans e la res extensa,
le due componenti della dualità, si incontrano certo, come le rette
parallele, all’infinito, in Dio; ma non già nella mente dell’uomo;
se si incontrano qui, non c’è scampo: l’una strozza l’altra. Spinoza
aggancia in Dio pensiero ed estensione, come due degli infiniti attributi
dell’unica sostanza. Schopenhauer aggancia rappresentazione e "volontà"
(il nucleo metafisico delle cose) nell’organismo umano, ma in definitiva
nella volontà stessa, cioè secondo Nietzsche nel diavolo.
Dando separato e infinito sviluppo a ciascuno dei due "attributi", il dualismo
evita gli errori degli intrecci e mescolamenti indebiti, che sempre di
nuovo tentano filosofi meno accorti. Per esempio, Schopenhauer separa nettamente
la scienza dalla filosofia. E questo Einstein l’avrà ben presto
notato, anche se non si sa quanto sia stato d’accordo. La scienza
naviga nel mare della "rappresentazione" (intuizione e concetto), dei fenomeni,
del divenire, e ottiene chiarezza e conoscenza; la filosofia si occupa
dell’essere o nucleo inconoscibile del mondo, che per la conformazione
della nostra mente ci si manifesta spezzettato in infiniti fenomeni retti
dal principio di ragione (spazio, tempo e causalità), e ottiene
pregnanza. Fino a Kant si tentò di spiegare con il principio di
ragione l’universo stesso. Ma Kant fece chiaro che tale principio valeva
solo per l’uomo, la cui conoscenza era dunque limitata in modo irrimediabile
e assediata dalle tenebre della Cosa in sé. Kleist si suicidò.
Schopenhauer
disse: beh, noi non abbiamo solo la mente. Abbiamo anche il corpo, e qui
siamo in presa diretta con Sua Maestà l’Inconoscibile (la volontà).
Se applichiamo per analogia la doppia conoscenza che abbiamo del corpo,
colla mente e col sentimento, anche alle altre cose, abbiamo un quadro
del loro esterno e del loro interno che dà nutrimento e filo da
torcere sia agli scienziati sia ai filosofi. Anche per Spinoza l’uomo ha
il sentimento dell’eterna e infinita essenza di Dio. Ma egli dice anche
un’altra cosa, che Einstein avrà magari visto ma non notato. Dice
che l’universo è un organismo, di cui noi siamo parti. Un organismo?
Si indigna Nietzsche. E di che vive, in che senso si estende? Ciò
mi disgusta! Per lui l’universo è caos per tutta l’eternità.
Non era uno sfogo. Per lui (ora per tutti) non esistevano le leggi di natura
, custodi dell’ordine, esistevano solo le volontà di potenza che
si scontravano traendo tutte le conseguenze della loro brama di dominio.
Noi non sappiamo se l’universo sia cosmo o caos. Tiriamo in ballo Hume
perché ci aiuti a sostenere che, essendo noi minimi e insignificanti
in esso, non siamo in grado né di misurarlo né di valutarlo.
È per ciò che Einstein non ha dato retta a Spinoza? Ma che
l’universo non sia pensabile come organismo non vuol dire che il concetto
di organicità non sia valido. Sta di fatto che la relatività
stabilisce tra spazio tempo velocità massa e in genere le componenti
dell’universo legami tali che le une reagiscono sulle altre come solo fanno
gli organi di uno stesso corpo. C’è da domandarsi se Einstein
non poteva fare un passo in più e trasformare la relatività
in organicità, visto che l’aveva già fatto in pratica. Che
poi l’organicità sia solo un modo di conoscere umano, che di per
sé non prova l’esistenza dell’universo come organismo, è
ben possibile. Come pure è possibile che sia un antropomorfismo,
come tutta la scienza e la conoscenza stesse, consistente nel rispecchiare
nell’universo la nostra unità e sostanza. Diceva Goethe: "Nell’osservare
la natura, io mi domando: è l’oggetto che si esprime qui o sei tu?".
E concludeva: "L’uomo non comprenderà mai quanto egli sia antropomorfico".
"Ma
la natura ama lo spreco. Così nacque il vitalismo selvaggio alla
base del nazismo" di Sossio Giametta
in:
Corriere della Sera, venerdì 29 giugno 2001
Per
Giorgio Colli l' Etica di Spinoza «svela l' enigma di questa nostra
vita e indica la via della felicità ha la fermezza di un tempio
in un paesaggio disabitato» e noi, «se sapremo contemplarlo,
penetrare devoti nel suo interno, conosceremo il divino». Per Colli
«dopo i greci, nessun filosofo è stato profondo nella misura
di Spinoza» e «chiunque si compiaccia di indugiare sull'incompatibilità
di due proposizioni, dovrebbe dubitare dell' ampiezza del proprio respiro
intellettuale, prima che della coerenza di Spinoza». Colli è
solo uno dei tanti sostenitori dell' inconfutabilità di Spinoza,
che fu il filosofo di Goethe e dei grandi idealisti tedeschi (Fichte, Schelling,
Hegel) e per ciò stesso fu ammirato solo a denti s tretti dal gran
nemico degli idealisti, Schopenhauer. Un inno a Spinoza elevò anche
Nietzsche quando, tardivamente, lo scoprì (di seconda mano). In
una cartolina inviata il 30 luglio 1881 all' amico Franz Overbeck, indica
«meravigliato ed estasiato» cinque punti principali in comune
col suo grande «precursore»: negazione del libero arbitrio,
del finalismo, dell' ordinamento morale del mondo, dell' altruismo e del
male. Ma questa comunanza non gli impedì di sparare poi contro di
lui, soprattutto negli aforismi 349 e 372 della Gaia scienza e 198 di Al
di là del bene e del male, le più micidiali bordate che siano
mai state sparate contro Spinoza. Nel 349 confuta il principio della conservazione
della sostanza, che è alla base del sistema di Spinoza. La conservazione
implica un progetto, un finalismo, che in natura non si dà.
In natura vige lo spreco e la volontà di potenza, che fa e disfa
meta su meta. Ciò è detto anche nell' aforisma 13 di Al di
là del bene e del male, con un' aggiunta rivoluzionaria: «il
metodo è economia di princìpi» («Non la vittoria
della scienza è ciò che distingue il secolo XIX, ma la vittoria
del metodo scientifico sulla scienza»). Nel 372 distrugge la finalità
stessa dell' Etica: l' amor dei intellectualis.
Ad
esso Colli, come pure Pareyson e altri, si attaccava per la giustificazione
del misticismo che gli stava a cuore. Per Nietzsche esso invece era «uno
scricchiolio» (di sé diceva: «io amo il sangue»).
Era un colpo gravissimo inferto al sistema, perc hé ne rivelava
la progressiva perdita di sostanza a favore di un'esangue astrazione. Ma
la vendetta di Spinoza era in agguato. Nietzsche ha ossessivamente negato
per tutta la vita la conoscenza. Ma la sua negazione sta e cade con la
teoria dell' ade quatio rei et intellectus, cioè della corrispondenza
dell' idea all' ideato, che egli presuppone. Per lui, tra cosa e pensiero
non c' è passaggio. Spinoza però nega esplicitamente che
la conoscenza sia questa corrispondenza. Per lui pensiero (res cog itans)
ed estensione (res extensa) sono due attributi della stessa sostanza divina
(deus sive natura) e l' ordine e connessione delle idee è identico
all' ordine e connessione delle cose. La corrispondenza tra pensiero e
realtà è assicurata in parten za dalla loro identità;
quella finale, estrinseca, è un risultato e non un fondamento. L'
idea «adeguata» (valida) è quella che, «considerata
in sé, senza relazione con un oggetto, ha tutte le proprietà
e denominazioni intrinseche di un' idea vera». Ciò vale anche
per le arti, per esempio per la musica, in cui l' idea musicale autentica
è quella che si costruisce per sé, senza relazione con un
oggetto (la musica imitativa è cattiva musica). La corrispondenza
ha quindi una base ontologica, non è fatta di immagini soggettive
che riproducono gli oggetti; sono gli oggetti stessi che, nella loro realtà
ideale, affermano o negano in noi qualcosa di sé. Per conseguenza
nella conoscenza l' uomo «patisce», ma d' altra parte il concetto
esprime azion e della mente, è creazione, non rispecchiamento. Cioè
proprio gli strumenti che per Nietzsche rendono la conoscenza antropomorfica
e pertanto non valida, sono per Spinoza quelli che la rendono possibile
e valida, come l' aria che è condizione, prima che ostacolo del
volo. Se Nietzsche avesse aggiunto a quei cinque punti questo principalissimo
della gnoseologia, che comporta gli stessi effetti in campo morale, avrebbe
corretto il suo nichilismo, che semina tuttora danni, e ci avrebbe in particola
re risparmiato l' affermazione per contrasto del vitalismo selvaggio, base
di fascismo e nazismo, e il pensiero debole nonché l' ipostasi per
contrasto dell'eternismo parmenideo. Ma Nietzsche non era libero, era solo
l' antenna della crisi dell'epoca.
"Una
giornata vissuta a ritmo indiavolato. Tutto comincia con la ricerca di
una parola nel vocabolario" di Ermanno Paccagnini
in:
Corriere della Sera, martedì 27 marzo 2001
Torna
Paolo Nori, autore prolifico e discontinuo, che confessa: «Potrei
finire come De Carlo» Una giornata vissuta a ritmo indiavolato Autore
a corrente alternata, mi viene da dire alla lettura ravvicinata di Spinoza
(Einaudi 2000) e Diavoli di Paolo Nori. Come già nei suoi due primi
libri: ove alla pur fresca ma spesso impastata e zoppicante narrazione
di Le cose non sono le cose (Fernandel, febbraio 1999) aveva fatto immediato
seguito Bassotuba non c' è (Derive/Approdi, aprile 1999) dal raccontare
più incalzante, con crescita sia linguistica che strutturale e giusta
individuazione delle cadenze di tempi narrativi, sconosciuti al primo testo,
e l' abbandono di molte ingenuità là ancora presenti. Rispetto
a Bassotuba, Spinoza è in vece libro di forte stasi: quasi di interrogazione
sul proprio stesso modo di narrare e sul cosa raccontare: per molti aspetti
il più metaromanzo dei suoi testi, che si muovono sempre attorno
a Learco Ferrari di Parma, instancabile io narrante soprat tutto della
propria storia di scrittore alla caccia d' un editore e degli inevitabili
contrasti, una volta trovato. Perché nei romanzi di Nori succede
tutto e niente: il tutto e niente della vita quotidiana d' uno sballato
protagonista che, lasciato il lavoro di «addetto al controllo di
qualità» (sembra quasi metafora dello stile alto), pensa di
parlare e parla (anche col gatto Paolo), immagina quanto dovrebbe dire,
dialoga con una «voce» (di angelo prima; di diavoli, qui),
telefon a, sfoga nella scrittura i «pensieri preponderanti»
nei quali naviga («Me, mi piacciono molto le parole»). Che
sono poi gli elementi fondanti dei suoi romanzi costruiti a «saga»,
con strettissimi tempi di realizzazione, e un protagonista che si ripro
pone con analoghi (in qualche caso proprio identici) personaggi, analoghi
gesti, analoghi pensieri ed espressioni, rivivendo sempre «avvenimenti
simili». In Diavoli Nori gioca il racconto tutto sommato su una giornata
che lo vede ricercare una parola su un volume del Dizionario Battaglia;
che, dimenticato nella casa paterna, lo obbliga a recarvisi; per poi acquistare
medicine per la madre; vivere l' uscita del primo romanzo (titolo esatto;
nome dell' editore storpiato in Caravel: vizietto infantile presente anche
in altre circostanze), l' attesa del successivo (Bassotuba: oggetto del
suo prossimo libro fra sei mesi?); telefonate fatte e ricevute: tutto mescolato
a continue divagazioni spesso felici, ma talora anche un po' forz ate (quasi
a «far pagina») o insistite (quelle su Errico Malatesta inficiano
il primo cenno), con ricaduta negativa sul ritmo. Ciò che in Nori
è componente fondamentale, dipendendo la gestione di identità
e variazioni narrative soprattutto dal ritmo, dalla gestione dei registri
e dal linguaggio: un parlato imperversante di anacoluti legati all' Io
narrante di Learco Ferrari (ma non solo), nonché aferesi varie,
giochi anaforici, trascrizione pari pari della pronuncia (ciò: per
ci ho). È la mancan za di ritmo, la staticità, a far accartocciare
su se stesso Spinoza (titolo specchio del procedere riflessivo): pallida
macchina narrativa che subito s' ingolfa, con negativa ricaduta sul linguaggio.
Per contrasto (con ancora titolo-spia) Diavoli pog gia su un ritmo indiavolato,
e il romanzo funziona proprio in quanto (e ove) tale ritmo tiene: con pagine
anche di stanca; ma con altre gustose e che strappano il sorriso. Che Nori
possieda una ben individuabile «voce narrativa» è indiscutibile.
L' a ugurio è che non finisca a mo' del «De Carlo, che ha
scritto un primo libro bellissimo» (quello bello di Nori è
solo il secondo), «dopo poi gli è finita la vena, ha cominciato
a scrivere dei libri tutti uguali, cambiava solo i nomi» (non così
in Nori ): «mica stupido, De Carlo. Mi sa che se mi finisce la vena,
faccio così anch' io, come De Carlo». Purché ne sia
davvero cosciente. E non si tratti di semplice gioco letterario.
Il
libro: Paolo Nori, «Diavoli», Einaudi, pagine 184, lire 16.000