"La lanterna del filosofo"
di Guido Ceronetti
Rileggere il pensiero di Ceronetti su Spinoza
da parte di uno spinoziano o uno studioso del Filosofo certamente è segno di
coraggio poiché Ceronetti, che inizia la sua fase filosofica con lo studio
dell'Ethica, ne esce dopo molto tempo convinto che bisogni prendere da essa
ciò che è di buono e rifiutare o quantomeno affrontare criticamente, ciò che
esula con la sua sensibilità. Criticare Spinoza non è semplice né è semplice
esporre le proprie tesi supportate da dimostrazioni. In questo saggio di
articoli, ben tre sono dedicati a Spinoza e Ceronetti affronta il suo paterno
amico con soavità (ma anche con la tagliente arguzia ed intelligenza) andando
poi a finire con un abbraccio di chi, verso il suo nemico, avendolo affrontato
e credendolo vinto, amorevolmente non ne può fare a meno.
"È più facile accettare il crimine sporadico che l’ottusità permanente» ha scritto una volta Guido Ceronetti. Ed è proprio per lottare contro l’ottusità permanente che egli conduce, da decenni e senza mai cedere alla tentazione della rinuncia, una sua inarrestabile battaglia, combattuta con le fragili, potentissime armi del pensiero. Lottare contro l’ottusità sarà allora, in questo libro, interrogarsi ancora una volta sulla Scrittura, ma anche sulla mostruosità delle automobili; ripercorrere le pagine vertiginose di Schopenhauer, ma anche un articolo in cui si liquida una volta per tutte la leggenda romantica degli amanti di Mayerling; affrontare la filosofia di Spinoza da un punto di vista eterodosso (Spinoza si rifiuta di «accogliere il tragico ... ignora i bambini e i pazzi, le donne e i profeti»), ma anche il problema ormai immedicabile dell’inquinamento. Non smetterà mai di sorprenderci, Guido Ceronetti: eccolo lanciarsi in un excursus erudito e paradossale sulla pestis venerea da Giobbe a Gauguin, poi definire il tango «la più primitiva ... e la più raffinata» di tutte le danze – e chiudere con una meditazione sull’amato Blake e la Gnosi della Tigre. Perché se la condizione umana – e quella del filosofo non fa eccezione – è perfettamente simbolizzata dall’occhio del cane delle Pitture Nere («occhio di brancicanti e di sperduti, di bisognosi di ricordarvi di un creatore e di esserne ricordati»), solo la dolorosa lucidità di uno sguardo che di quella condizione umana sia in grado di cogliere fino in fondo l’insensatezza e il grottesco, ma anche la bellezza e lo humour, può illuminarci – e indicarci una strada." (dalla quarta di copertina)
