MATERIALI RICEVUTI
Con
notevole interesse si legge quest'ottimo libro di Dante Maffia riguardo
la vita romanzata di fra' Tommaso Campanella, morto nel 1639 dopo 27 anni
di carcere duro inferto dall'Inquisizione nell'Italia d'inizio Seicento.
L'Autore
riesce a dare un'immagine di Campanella attraverso la ricostruzione dettagliata
della sua vita facendoci conoscere un aspetto terribile: quello della tortura
fisica e mentale di un uomo che ha lottato per conoscere e continuato a
manifestare questo diritto a comprendere la verità. Sin da giovane
Campanella aveva dimostrato doti inusuali per un bambino cresciuto nella
campagna calabrese, tra l'ignoranza dei compaesani e quella della Chiesa
bigotta e terrorizzata dalle crescenti domande (e risposte) di alcuni suoi
contemporanei, da Galilei a Bruno, passando per Telesio. Andando avanti
però, grazie all'aiuto di alcuni personaggi napoletani che ne riconobbero
la portata, sviluppà un fascino e una influenza che si fecero sentire
fino nella Francia preilluminista. Campanella disponeva di una memoria,
dicono, superiore addirittura a quella di Pico della Mirandola, le sue
parole erano diffusissime nella Napoli sotto il dominio spagnolo e poi
nella Parigi di Richelieu. L'ammirazione che la gente comune e quella colta
aveva erano pari ad una sorta di riconoscimento di una santità.
Campanella rappresentò veramente un vento nuovo in Italia. Sembra
quasi che l'ondata di novità che l'Italia a cavallo tra il XVI e
XVII secolo offriva fosse fondamentale per lo sviluppo dell'intera filosofia
in Europa e preparatoria delle grandi correnti di pensiero che si sarebbero
sviluppate fino alla vigilia del XX secolo: lo stesso Spinoza deve una
parte della sua formazione a questa sorta di deviazione dal conforme pensiero
teologico imperante. L'apporto che Campanella ha avuto nella concezione
della libertà di pensiero e di espressione e la sua opposizione
alla tirannia teologica, nonche' alla Chiesa Cattolica vista come insieme
di proibizioni fini a se stesse e' stato fondamentale. Il "Romanzo di Tommaso
Campanella" ci fa vedere quindi un personaggio che a torto viene ricordato
meno di un Bruno o di un Galilei ma che invece rappresenta la complementarietà
necessaria per una storia edificante del pensiero filosofico della nostra
tradizione.
Accade
spesso che, mettendo il naso nelle librerie dell'antiquariato e quelle
di libri ormai fuori corso, si trovi un testo interessante e mai letto
su Spinoza, almeno da chi non ha la pretesa di essere uno studioso che
si occupa di critica spinoziana. Il testo qui ritrovato, che risale al
1950 a cura di Armando Carlini, è una traduzione del "De intellectus
emendatione" di Spinoza, per i tipi dell'Istituto Editoriale Italiano.
Una
traduzione dettata dal tempo ma non fastidiosa anzi assai fluibile e degna
di nota, corredata da alcune note critiche del curatore ma soprattutto
- ed è qui la novità - da una sapiente e intelligente divisione
in paragrafi che permettono di addentrarsi nei meandri di questo testo
così importante della filosofia spinoziana. Anche se arrivato tronco
(Spinoza infatti non lo terminò mai) si vede chiaramente che l'Autore
olandese lo considerava importantissimo per la compresione e la chiarificazione
del suo pensiero: infatti la prima parte o, per meglio dire, la parte introduttiva
dell'opera appare come una costruzione mirabilmente offerta al pubblico
sulla motivazione e l'intento dell'opera che prenderà parte. Seguiranno
poi le digressioni sulle idee adeguate e su quelli che Spinoza chiama in
causa essere i dettami della ragione, che aiuteranno alla piena "riforma"
o cambiamento del nostro intelletto, preparato cioè alla comprensione
di Dio atraverso un cammino della mente.
Carlini
ha diviso in 5 Parti (più un'Appendice alla Quarta) tutta l'opera,
premettendo un'Introduzione e un'Avvertenza al lettore. La divisione in
Capitoli (o sottoparti) rende il discorso spinoziano più fluido
e non sembra affatto essere una forzatura all'opera anzi aiuta alla sua
comprensione né d'altra parte se ne avverte il minimo fastidio.
Alcuni paragrafi sui modi e i gradi della percezione, sul criterio del
giudizio gnoseologico, sul Metodo come coscienza riflessa del processo
conoscitivo ci guidano con mano sicura verso quello che Spinoza voleva
dire e, fino all'interruzione dettatta dal sua morte, ci pongono ancora
interrogativi ma non senza alcuni tentativi di risposta.