“Spinoza e le inezie puerili”

Written by Foglio Spinoziano on . Posted in blog

Un caso editoriale montato ad arte: questo verrebbe da pensare leggendo le righe del libro Spinoza e le inezie puerili di Walter Lapini poiché assistiamo ad un botta e risposta filosofico-linguistico che inizia un paio di anni fa e prosegue attualmente fra l’Autore, un insigne latinista, e Filippo Mignini, grande studioso di B. Spinoza. Un caso editoriale che forse ricorda i pamphlet di una volta oppure apre le porte verso un nuovo modo di intendere anche la filosofia: rendendo pubblico un discorso che forse sarebbe stato chiuso nella cerchia degli addetti al lavoro. Innanzitutto bisogna considerare che nella Rivista di Storia della Filosofia già in un suo articolo (n. 2, 2008, pagg. 289-300), Lapini affrontò un brano latino del Trattato Teologico-Politico, in particolare nella Prefazione, in cui Spinoza prendeva in esame la superstizione scrivendo […] et contra imaginationis deliria, somnia et pueriles ineptiae divina responsa credere[…] e si analizzavano alcune traduzioni susseguite nel tempo a partire da una di Saint-Glain del 1678, passando per Appuhn, Gebhardt, Casellato, Droetto, Callois, Dini, fino a quella di Proietti del 2007e contenuta nell’edizione delle opere spinoziane della collana dei Meridiani Mondadori. Secondo Lapini, tutti gli autori citati – stranieri e non – traducevano pueriles ineptiae con “puerili inezie” o “sciocchezze infantili” e che comunque il senso della frase (approssimativamente “e al contrario credono che i deliri dell’immaginazione, i sogni e le puerili sciocchezze siano responsi divini”) non tenesse conto dell’arte mantica in cui gli antichi vedevano i bambini protagonisti di un tipo particolare di divinazione. Questa interpretazione, proposta da Lapini con alcuni esempi, viene decisamente contestata da Filippo Mignini, già curatore del volume dei Meridiani, nello stesso fascicolo della Rivista (a insaputa del primo) e la cosa parve terminare lì come mero scambio culturale tra due opinioni, anche se diverse tra loro. Recentemente invece, per i tipi de Il Melangolo editore, è stato pubblicato il libro Spinoza e le inezie puerili in cui Lapini riprende l’argomento ma questa volta passa in rassegna tutto il Trattato Teologico-Politico e dimostra con numerosissimi esempi che la traduzione proposta da Omero Proietti nell’edizione Meridiani (di cui Mignini è curatore) sia pessima e non adeguata al successo dell’opera, sottolineando che tutte le opere tradotte contenute vadano se non riviste, addirittura cancellate come edizioni. Potrebbe sembrare che Lapini scriva il libro poiché, come esposto in una nota del primo capitolo del libro, l’articolo pubblicato dalla Rivista di Storia della Filosofia era titolato “Spinoza e le inezie puerili con una risposta di Filippo Mignini” e di cui la seconda parte del titolo in corsivo non era quella originaria di Lapini ma apposta dall’editore della Rivista il quale aveva proposto a Mignini di rispondere all’articolo su insaputa dell’Autore. Da ciò potrebbe sembrare che Lapini fosse animato da risentimento ma il proposito invece è, a detta dell’Autore, quello di dare un segnale forte contro una “sciatteria editoriale” che spesso si consuma nel mercato editoriale e che vede proporre opere e traduzioni inesatte, mancanti di precisazioni e troppo generiche, con il rischio di non dare al lettore il vero senso del discorso. Lapini obietta proprio questo e passa in rassegna ogni passo e parola del Trattato, dividendo il suo libro in molti capitoli: sulla semantica, sulla morfologia, sulla sintassi, sulle omissioni e disattenzioni, sulle incoerenze. Certo, sembra di assistere allo sgretolarsi di un palazzo ad opera di picconate da ogni dove ma siamo sicuri che l’uso dei calchi (ad esempio virtus con virtù o gratia con grazia) sia così dannoso? E il significato che Proietti dà ai periodi segue un senso filosofico e non filologico necessario alla comprensione del concetto che Spinoza voleva esporre. Certo, Lapini è minuzioso, come un bravo letterato latinista deve essere; non smette di ricordarci che il suo intento è anche quello di riportare un’analisi classicista del discorso oltre che filosofica ma Mignini, nel suo intervento dell’articolo sulla Rivista di Storia della Filosofia, lateralmente scrive che il filosofo che traduce un altro filosofo lo fa da filosofo e non da latinista, anche se conosce il latino. Una traduzione ha sempre due valenze: bella ma con poco senso attinente, brutta ma calcante il vero senso del discorso. Ci sono vie di mezzo a seconda, è vero, se il traduttore conosce più o meno bene la lingua che traduce ma l’effetto è quello di esporre quanto più vicino possibile il pensiero del filosofo. Nel caso di Spinoza, il suo latino non poteva essere quello dell’età classica: derivato da un insegnamento che, seppure fosse stato ben insegnato(da Franciscus van den Enden) era stato comunque conosciuto in maniera autonoma da Spinoza attraverso la lettura di testi latini; in definitiva il latino di Spinoza non era parlato. Tuttavia egli stesso, leggendo i classici ne dà quasi alcuni indizi nelle sue opere attraverso rimandi e modi di usare la lingua antica. Sono serviti un paio di anni a Lapini per tradurre il testo spinoziano: in questi due anni davvero non è stato possibile proporre a Mignini una collaborazione, una tavola rotonda, un incontro? E, di rimando, Mignini doveva rimanere in una sorta di granitica staticità? Probabilmente possono esserci addirittura ragioni che rasentano l’inverosimile (ad esempio motivi accademici a noi nascosti, che implicano la delegittimazione della scuola di Mignini accreditata fra gli studiosi come una delle più interessanti nel panorama degli studi spinoziani: Mignini lavora su Spinoza da un tempo davvero lunghissimo). Su tutto ciò bisogna però dare adito a Lapini di aver aperto una discussione: analizzare Spinoza anche attraverso l’uso di una comparazione lessicale e filologica storica, che vada molto indietro, cosa che hanno affermato moltissimi altri in passato ma Lapini li smentisce con molte prove. Ragione però accettata anche da Mignini, espressa chiaramente nella sua “risposta” all’articolo su citato. Lapini non crede neppue a lui: continua costante nel dimostrare che il testo dei Meridiani, lungi le sviste tipografiche, è denso di inesattezze, compreso l’uso sbagliato delle consecutio in italiano. Infine si scaglia furibondo non tanto contro l’editore Mondadori, reo di aver pubblicato un libro senza emendamenti di rilievo nelle successive edizioni, quanto alla mole di estimatori di questo “evento culturale” e di recensori del libro stesso. Forse era più semplice concordare con Mignini una riedizione totale del libro oppure pubblicare una nuova traduzione proprio da Lapini stesso, vista la sua bravura di cesellatore classico, anzi probabilmente una traduzione corretta filologicamente serve davvero (sente la necessità anche Cristofolini che recentemente ha pubblicato una nuova traduzione filologica dell’Ethica). Su tutto ciò il semplice lettore osserva attonito la cosa, anzi la legge qua e là ma non la capisce sia perché, se conoscesse davvero il latino forse comprerebbe il testo originale sia perché al lettore importa conoscere il senso del pensiero spinoziano, tanto complesso e da approfondire con letture seguenti. Il lettore semplice non può leggere anche il testo latino nell’edizione dei Meridiani e rendersi conto direttamente se qualcosa sfugge o si tratta di un errore di testo o di battitura o di una vera e propria errata interpretazione: egli si affida al libro italiano per capire Spinoza. Bisognerebbe quindi lasciar perdere la denigrazione del lavoro di due studiosi che da decenni commentano Spinoza e come loro tanti altri accademici: non dovrebbe interessare se Mignini risponderà. Probabilmente al lettore interesserebbe avere una traduzione più corretta forse e quindi la cosa migliore è non rispondere e collaborare insieme.

edizioni il Melangolo, collana Opuscola, 2010
ISBN: 978-78-7018-787-8n
Euro 14

Vedi anche l’estratto del Cap. XI del libro (link su Affaritaliani.it): nota di Simone Regazzoni.

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